Interflows Sistemi e dimensioni della nuova comunicazione 

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Telecomunicazioni e “new economy”


Il grande sogno economico-finanziario dell’inarrestabile sviluppo del nuovo mondo della comunicazione informatica ben analizzato in tutte le sue più complesse trame evolutive da Luciano Petullà

Non so quanti siano coloro che si sono soffermati sui cambiamenti vissuti in questi ultimi dieci anni nel mondo della comunicazione mediata.
Sicuramente un numero minore di quanti, quotidianamente, ne utilizzano gli strumenti per ragioni di lavoro, informazione e divertimento. Ancora oggi, mi sembra di poter dire, siamo in linea con quanto lo studioso canadese Marshall McLuhan andava notando fin dagli anni Cinquanta: non è semplice accorgersi dei “media”, dal momento che essi si predispongono subito come ambienti “immersivi”, nei quali noi ci veniamo a trovare nella stessa situazione dei pesci nell’acqua. Sennonché, pensando ai molti frutti maturati al tempo della “new economy” – “e-mail”, “web”, “chat” (dialogo testuale tra personal computer collegati in Internet), sms (i “messaggini” dei cellulari) – e al breve periodo della loro affermazione nelle nostre abitudini d’uso, abbiamo in qualche modo la possibilità di comprendere come sia potuto accadere che si formassero delle così forti aspettative economiche intorno al settore delle nuove tecnologie di rete.
 
Le dinamiche macroeconomiche dell’ultimo decennio nel campo delle tecnologie di rete
Con questo intervento vogliamo esaminare, approfittando anche di un recente documento – «Oecd communications outlook: 2003 edition», elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, organismo internazionale di studio che raggruppa attualmente i trenta paesi più industrializzati al mondo – le dinamiche macroeconomiche che hanno caratterizzato nell’ultimo decennio il rapporto tra tecnologie di rete ed economia, una dimensione, quest’ultima, che ne ha determinato il nome (“new economy”, “net economy”), ma anche, in un certo senso, i destini, vista l’unilateralità con cui si è verificato l’approccio con la natura multidimensionale – in termini sociali, politici e culturali – della materia.

Si è, in un certo qual modo, perpetuato un antico vizio: restringere l’ottica in rapporti di causa-effetto lineari. Un meccanismo evidentemente automatico quando ci si accosta al tema della tecnologia, abituata a vivere di un determinismo interpretativo a doppio senso: la tecnologia vista come variabile determinata, disponibile a seguire docilmente i disegni per cui era pensata, oppure la tecnologia come fattore primario ed autonomo, che determina la configurazione dei sistemi di vita e delle abitudini delle persone.
Al contrario, crediamo che per comprendere appieno questi fenomeni vi sia da affrontare una necessità: l’introduzione nelle analisi di un’intellettualità sociotecnica, alla pari di altri saperi, in quanto la tecnologia, come già faceva notare mirabilmente Polanyi (1950), antropologo ed economista, è materia viva e costitutiva delle moderne società complesse, e quindi organicamente interrelata con tutti i loro aspetti. Occorre indagarla, dunque, per seguire gli aspetti sociali di costruzione e di governo della tecnologia e, nel caso, intervenire sui fattori che ne definiscono caratteristiche e percorsi, sia in fase di produzione che di consumo.
 
«Stiamo tutti pagando il conto per aver creduto nel mito della crescita continua»
Per focalizzare meglio l’argomento specifico – le dinamiche instauratesi tra circuiti economici e tecnologie di rete nell’ultimo decennio – riprendiamo le considerazioni che Carlo Mario Guerci, professore di Economia presso l’Università statale di Milano, nonché apprezzato consulente dei maggiori gruppi industriali italiani, espone al giornalista Giuseppe Turani nella rubrica “Affari e finanza” de «la Repubblica» del 18 settembre 2002. L’intervento riguarda la crisi, tuttora in corso, seguita al crollo della “new economy” e fa riferimento concisamente ai processi che spiegheremo più approfonditamente in seguito:

«In un certo senso stiamo tutti pagando il conto per aver creduto, fine anni Novanta, nel mito della crescita continua. Ci sono cascati studiosi e esperti. Ma anche moltissime aziende, che non hanno badato a spese, che hanno fatto investimenti colossali. Quando la crescita si è interrotta, e quando anche i consumi si sono fermati, abbiamo scoperto che il mondo era pieno di eccessi di capacità produttiva: nelle auto, nei “chips”, negli apparati per telecomunicazioni, nelle telecomunicazioni, ecc. Da qui la crisi che stiamo vivendo […] [Tuttavia] Internet sta benissimo e sta crescendo. Solo che la sua crescita è incrementale. Un pezzettino in più ogni giorno. E quindi non ce ne accorgiamo […] Ma, soprattutto, ormai Internet è intorno a noi. A scuola i ragazzi fanno le ricerche su Internet e imparano un nuovo modo di informarsi e di trovare le cose. Io faccio il professore universitario e senza Internet mi sembrerebbe di essere senza niente. Anche voi, nell’informazione e nella finanza, ormai usate quotidianamente, per tutto il giorno, Internet. Quindi Internet c’è, esiste e cresce».
Come si è arrivati a questa specie di schizofrenia, con un fronte che comunque cresce e richiede nuove professionalità, offrendo sempre più possibilità di applicazioni primarie, ed un altro che, contemporaneamente, crea forti aree di disagio economico? Ricordiamo che la crisi nel settore delle telecomunicazioni italiane ha messo a rischio (licenziamenti, mobilità, cassa integrazione) circa 20.000 posti di lavoro, soprattutto a carico del segmento manifatturiero e impiantistico. Qual è stata la commistione di fattori che ha potuto alimentare un sogno economico che, almeno per alcuni, si è trasformato in incubo, spiazzando le previsioni degli esperti e impegnando improvvisamente così grandi risorse nel settore delle telecomunicazioni?
 
Le telecomunicazioni: un’apertura completa dei mercati nazionali
In questi ultimi anni abbiamo assistito, nei paesi più industrializzati, ad una spinta costante verso un’apertura completa dei mercati nazionali sul fronte dei servizi di telecomunicazione, sollecitata sia dagli sviluppi tecnologici che dalla necessità di allineare ed alimentare la competizione per migliorare i servizi e renderli economicamente più accessibili, vivacizzando per altro direttamente la promettente economia dell’informazione (informatica e comunicazione) e, indirettamente, tutti gli altri settori, affidandosi a servizi di collegamento ed elaborazione più efficienti e dai contenuti ricchi e flessibili.

Tale azione propulsiva, iniziata nel 1989 e fluidificata dagli organismi transnazionali nell’intento di armonizzare mercati sempre più interconnessi, ha ormai completamente abbattuto gli ostacoli legislativi in difesa dei monopoli nazionali nell’ambito dei trenta paesi appartenenti all’Ocse.
Nell’arco di questo periodo, assieme alla nascita della competizione sono cresciute dunque le attese a livello di “business”, nazionale e, viste le tipologie di servizi e la ricerca di sinergie ed economie di scala tipiche del settore, internazionale: in questo specifico segmento di mercato nel 1996 erano 470 le società presenti nel mondo, 1470 nel 1999. Gli stessi analisti finanziari, di fronte alle improvvise impennate dei traffici – in particolare Internet, ma anche la telefonia mobile –, prevedevano un futuro roseo, consigliando l’acquisto delle azioni delle società “high-tech” interessate.
 
La crescita tumultuosa alla fine degli anni Novanta
In effetti, nei primi anni – soprattutto il 1995-1996 – si verificarono degli incrementi eccezionali sul fronte del traffico dati, quasi il raddoppio dei volumi ogni 3 mesi.

Negli anni successivi – ma dal 2001 gli incrementi si attesteranno intorno al 40% – il traffico continuerà a raddoppiare, ma su base annua. Non è una differenza da poco, visto che in questo caso abbiamo tassi di crescita annuali oscillanti tra il 70-150%, nell’altro di circa il 1.000%. Alla base della filiera delle telecomunicazioni vi è la costruzione e manutenzione delle infrastrutture di connessione, le famose “autostrade informatiche” su cui convogliare e distribuire i traffici, ed è la funzione propedeutica a tutti gli altri servizi.
È qui che, per un insieme di fattori, si è creata una forte forbice tra domanda e offerta. Interconnettere il mondo vuol dire estendere e rendere le reti sufficientemente capienti, progettandole cioè, dato lo sforzo tecnico-economico richiesto, in proiezione. Tra il 1995 e il 2002 si sono sviluppate reti che, solo in termini di capacità trans-oceanica – cioè relativa ai delicati e costosi cavi che negli oceani trasportano la porzione dei traffici che le diverse regioni mondiali si scambiano –, sono cresciute ogni anno del 133%, 100 volte la capacità iniziale. Attualmente si calcola che solo piccole percentuali di tale capacità siano utilizzate: nel 2003 circa l’11-12 %.
Tuttavia, sulla distanza creatasi tra offerta e domanda non ha influito solamente la differenza nei tassi di crescita (reali e previsti), oltre naturalmente la sovrapposizione delle reti delle società attive in tale “business”. Un ruolo fondamentale è stato svolto dal miglioramento delle tecnologie di trasmissione nelle reti di trasporto: le fibre ottiche, con le relative apparecchiature trasmissive, sono diventate immensamente capienti, assicurando al contempo delle economie di scala più efficienti. Stendere oggi una fibra significa predisporsi a trasportare un traffico pressoché infinito che però può essere attivato gradualmente. La fibra stesa nelle condutture rimane in parte “dark”, spenta; si “illumina” quando vi è l’esigenza di incrementarne la capacità di trasporto. Si calcola che al 10-15% del costo originale del sistema si ottiene il raddoppio della capacità; si stima che la fibra attualmente illuminata sia, a livello di singole nazioni, solo il 2,7%.
 
Il “boom and bust cycle”
Uno dei fenomeni più evidenti cui abbiamo assistito, spesso grazie a investitori forse un po’ troppo “ignari”, è stato dunque il ciclo di investimenti che ha permesso alle società di telecomunicazioni di mettere in atto i propri piani. È stato definito come “boom and bust cycle” in quanto, alle iniezioni dei capitali resisi disponibili per lo sviluppo di nuovi servizi e nuove tecnologie – la fase appunto di “boom” –, è seguita una brusca restrizione causata dalle inevitabili crisi di fiducia allorché si constatò che l’offerta infine sviluppata superava di molto la capacità della domanda – appunto la fase di “sgonfiamento”.

Nonostante i ricavi nel settore siano cresciuti – dal 1996 al 2001 del 7,2% ogni anno, per scendere all’1,6 nel 2001 – non si erano però materializzati quei guadagni a doppia cifra che potevano portare beneficio a tutti i competitori. Nel frattempo i bilanci di quasi tutte le società si sono appesantiti dei debiti provocati dai prestiti dei capitali ottenuti e dalle spese forsennate per acquisire le specifiche esperienze tecnologiche – indispensabili per innovare e gestire i servizi di telecomunicazioni – tramite l’incorporazione di altre aziende, pagate a peso d’oro in quanto supervalutate grazie all’euforia esistente nel settore – e rispecchiata dalle borse azionarie – e alla scarsità delle alternative disponibili nel ristretto ambito dell’“high-tech”. Non solo, l’euforia era così generalizzata che si riuscì a caricare il fardello anche delle ingenti spese di acquisizione delle frequenze radio per la terza generazione di telefonia mobile – l’Umts – vendute da uno Stato “finalmente” imprenditore: nel 2000, furono in totale ben 120 i miliardi di euro pagati.
 
Un inarrestabile declino
Alla fine, gli ambiziosi piani di sviluppo si sono rispecchiati in bilanci societari che hanno faticato a reggere alle analisi più critiche: rapporto costi/ricavi, stato patrimoniale delle attività/passività, rapporti di indebitamento… la cosiddetta ricerca dei “fondamentali”.

D’altro canto, nel momento in cui le prospettive nel settore si delineavano più chiare, la sfiducia era prontamente registrata dai mercati finanziari, veloci a capovolgere il “trend” da un segno altamente positivo ad uno fortemente negativo. I valori delle azioni delle società Ict (“Information & communication technology”) hanno subito un inarrestabile declino e persino le più grandi compagnie mondiali di telecomunicazioni hanno rischiato di scomparire, affrontando in ogni caso la bancarotta (WorldCom, Global Crossing).
Preoccupavano soprattutto i debiti che, in una fase di sfiducia, divenivano sempre meno negoziabili, contribuendo ad abbassare sia il valore potenziale delle società che il valore reale delle infrastrutture sviluppate. In più, quello che prima era stato un esercizio semplice – reperire capitali per finanziare le iniziative di sviluppo – ora diveniva un’impresa titanica se non impossibile di fronte al rischio concreto di non poter rispettare gli impegni con i precedenti creditori. Basti pensare che il mercato delle obbligazioni del settore delle telecomunicazioni segnava il suo punto massimo di crisi dagli anni Trenta. L’impossibilità a pagare i debiti (“default”) ha raggiunto nel 2002, nel mondo, la cifra di 163 miliardi di dollari, e ben il 56,4% nel settore delle telecomunicazioni. È in questo scenario che vanno inquadrati alcuni tentativi di ricorso a pratiche illecite in termini di presentazione dei conti e bilanci, un ritocco “estetico” per nascondere i reali problemi economici e finanziari, che hanno prodotto scandali come quelli Enron e WorldCom negli Stati Uniti, soprattutto in termini di effettiva trasparenza nella gestione (“corporate governance”) e di reale affidabilità di società quotate in borsa, a volte oggetto di anticipate spoliazioni da parte di chi conosceva la situazione dal di dentro (“insider trading”).
 
Una fase di ristrutturazione e ridimensionamento
Questo ciclo economico depressivo ha spinto e spinge le compagnie di telecomunicazione verso una profonda fase di ristrutturazione e ridimensionamento, pur in presenza di una domanda che continua a crescere, per tornare ad essere economicamente “appetibili” in termini di redditività e di sostenibilità finanziaria. In questo settore è infatti fondamentale riuscire ad attrarre i capitali, dati gli enormi investimenti richiesti, ormai reperiti perlopiù sul mercato finanziario.

Ecco dunque spiegato l’attuale stato di contrazione che le società di telecomunicazioni, e tutto l’indotto, stanno subendo: energiche strategie di riduzione dei costi, rinegoziazione dei debiti e stretto controllo dei flussi di cassa (il “cash-flow” come fonte interna di finanziamento) e degli investimenti – scesi anche del 50% tra il 2000 e il 2002 – con evidenti effetti nel campo della fornitura delle apparecchiature “high-tech” e, in misura minore, nel settore che fornisce i servizi, che comunque mantiene nei paesi sviluppati un giro d’affari dell’ordine del 2-4% del Pil, ma che si riverbera inevitabilmente sulla valutazione delle stesse società.
Come accennato, a volte i meccanismi di tali processi riorganizzativi prendono pieghe più drammatiche, concretizzandosi in fallimenti più o meno pilotati – vedi i famosi “Chapter 11” degli Stati Uniti, un insieme di meccanismi legislativi che cercano, spesso vanamente se non cambiano le condizioni del mercato, di rimettere in corsa le società, dopo averle “sforbiciate” dai debiti”.
 
I servizi a banda larga
A fronte di questo quadro vi sono continui richiami alle autorità pubbliche per concertare delle politiche di sostegno e, contemporaneamente, degli allentamenti sui regolamenti di rilascio delle licenze (ad esempio, nella telefonia mobile, permettere la vendita delle stesse ad altri in caso di difficoltà). Voci preoccupate si levano anche per arginare un fenomeno, la sparizione di piccole e grandi società, che rischia di restringere o eliminare la competizione nel settore, a favore di un consolidamento degli operatori storici che può rallentare la diffusione di servizi innovativi ed economici.

E si fa l’esempio dei servizi a banda larga (tipicamente i servizi di connessione veloce ad Internet quali l’Adsl, attualmente utilizzati da solo il 4% dell’utenza europea), cioè quei servizi che potrebbero dare l’impulso definitivo al settore in quanto garantiscono dei collegamenti per lo scambio veloce di grandi quantità di dati (audio, video, testi, ecc.), un servizio che è più semplice fornire in modalità “flat” – con pagamento del solo canone mensile, svincolandone l’uso dal tempo di utilizzo – in quanto costruiti su linee dedicate allo scopo.
 
 
Luciano Petullà
 
Scriptamanent.net. Anno I, n. 8, dicembre 2003