Interflows Sistemi e dimensioni della nuova comunicazione 

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Qualche riflessione sulla tv digitale      

           
Luciano Petullà ci introduce alle problematiche connesse a questa nuova tecnologia mediatica, esaminandone gli aspetti sociopolitici e culturali, con puntuali riferimenti a recenti saggi sull’argomento
           
Il periodo che attraversiamo è indelebilmente contrassegnato dal fenomeno digitale. Il suo espandersi non solo innova, ma riadatta anche le precedenti tecniche di registrazione, produzione e trasmissione dei segnali elementari che, opportunamente elaborati, permettono di alimentare il nostro mondo della comunicazione. La trasformazione dei segnali elettroottici nel linguaggio più essenziale ed economico dei bit - un codice che si sposa perfettamente con le intelligenze distribuite dei sempre più minuscoli e potenti chip elettronici - ha infine coinvolto anche il pianeta televisione.
 
L’avvento del digitale
Per la verità, non è una novità in assoluto: da decenni queste tecniche sono presenti nel mondo tv, prima nella produzione e successivamente nella distribuzione, com’è evidente dalle apparecchiature domestiche quali le parabole satellitari e i decoder digitali.
Ma il rinnovamento digitale di cui stiamo parlando, e che ha fornito lo spunto per riformare il sistema televisivo italiano, riguarda questa volta la distribuzione del segnale aereo diretto - terrestre quindi, non quello trasmesso via satellite - il segnale che sostituirà il glorioso e comune vettore analogico captato attraverso la normale antenna tv. Il nostro intervento non cercherà di appesantire il già vasto panorama dei commenti per richiamare un qualche aspetto peculiare della tribolata riforma, ma si soffermerà invece sulla vicenda per l’ammanto ideologico più esterno e “neutrale” che ci sembra sia stato utilizzato, vale a dire il richiamo alla tecnologia come forma di certificazione "politica".
 
Il dibattito ideologico
Per maggior chiarezza, richiamiamo sinteticamente anche il nocciolo ideologico più interno, quello che ha scatenato la massima attenzione e complicato di molto la soluzione, creando una condizione che pone un problema oggettivamente intrattabile, e che vede fondamentalmente contrapposte due tesi.
Da una parte vi è la perplessità di chi riflette sul fatto che ad occuparsi della riforma di riordino del sistema della tv italiana sia lo stesso “soggetto” che, per sua fortuna o disgrazia, politicamente detiene il potere esecutivo nel medesimo Stato trovandosi, allo stesso tempo, con il controllo diretto (proprietà privata) ed indiretto (gestione, tramite nomine o per ossequio, nel settore pubblico) del 90 % del mercato tv.
Nel mondo, laddove vige una democrazia di massa che delega la gestione dei propri interessi, materiali ed ideali, agli uomini politici in base a dei liberi convincimenti, si pone la massima attenzione ai meccanismi che possono alterare, influenzandoli dal loro interno, la formazione delle opinioni. Il processo di maturazione dei convincimenti si basa sia sulla conoscenza diretta dei fatti, sia su quella indiretta. In realtà, data la complessità e l’estensione delle attività e delle aree di azione nelle società moderne, il canale indiretto è divenuto preponderante come fonte di approvvigionamento delle informazioni e della conoscenza. I media della comunicazione, nella loro variegata composizione, sono i canali privilegiati per coprire e servire tale esigenza, e la loro opera di organizzazione, filtraggio ed approfondimento basilare per la definizione e la risoluzione tempestiva dei nostri problemi.
Non solo. I media sono anche i mezzi che ci fanno conoscere gli uomini a cui deleghiamo la gestione e la soluzione di questi affari, a volte la nostra unica forma di contatto.
Nessuna meraviglia, quindi, che si cerchi di evitare l’imbarazzante situazione di trovarsi in circostanze che potrebbero determinare posizioni di privilegio per un qualsiasi gruppo di pressione. Quando non è sufficiente il freno etico, cioè quando l’imbarazzo non è personalmente percepito come tale, vi sono sbarramenti legislativi che impediscono di scendere in campo con un “armamentario” capace, anche solo teoricamente, di influenzare surrettiziamente i dibattiti e le deliberazioni che riguardano la cosa pubblica.
A contrapporsi a questa visione, – cercando di difendere a volte l’indifendibile –, vi sono coloro che reputano tali considerazioni retrograde di fronte alla nascente e proliferante società dell’informazione. Nella sostanza costoro affermano che c’è il modo, da subito, di aprirsi alla molteplicità e alle diversificazioni delle fonti. Insomma, in Italia, paese originale, si può sperimentare una qualche forma di scorciatoia alternativa utilizzando però, in maniera questa volta poco originale, il manto ideologico della tecnologia - nel caso, appunto, quella digitale.
 
Il trionfo della comunicazione
Sulla lunga tradizione profetica delle utopie, e sulle loro più o meno nascoste contraddizioni tra le speranze propagandate e gli interessi praticati, è ultimamente ritornato in maniera implacabile lo studioso francese Armand Mattelart nel libro Storia dell'utopia planetaria. Dalla città profetica alla società globale, (Einaudi, pp. 430, € 25,00). L’autore ci rammenta che le tecnoutopie sulla comunicazione non sono un fenomeno nuovo, così come spesso le posizioni di potere che si vogliono con esse perpetuare.
Un esempio veramente curioso è stato, nel XV secolo, il tentativo della potenza spagnola di difendere legalmente le “sue” rotte oceaniche per accedere alle mirabolanti risorse del Nuovo Mondo – era il mare il “medium” per eccellenza del tempo –, bardandole addirittura con una sorta di brevetto! Ovviamente, partendo da qui, Mattelart ci accompagna fino all’attuale sviluppo delle reti telematiche.
In effetti, il termine digitale, come quello di informazione, si presta a un tale genere di slanci, indicando già di per sé una categoria che gode di una legge speciale: quella dell’espandibilità. Tale caratteristica, perniciosa per l’analisi, introduce un elemento ideologico “progressista”, vale a dire un senso di spinta in avanti che si sposa perfettamente con l’idea di riforma.
Tutto sembra andare nel verso giusto, dal momento che l’elemento tecnologico – trasmettere in tecnica digitale, inviando codici binari, invece che segnali analogici, sulle attuali frequenze dello spettro aereo intasato - apre il settore alle nuove realtà e alla moltiplicazione delle fonti perché comporta una moltiplicazione dei canali nazionali di 5 volte (quelli locali di 3) senza penalizzare così quelle esistenti.
 
La convivenza tra analogico e digitale
Non solo, si apre anche una nuova era di diversificazione e qualità dei contenuti in quanto si rimodula una tipica produzione “broadcasting”, sparsa indifferenziatamente su tutti e che giocoforza deve mediare i gusti del maggior numero di persone, per andare alla ricerca di pubblici più selettivi e maggiormente interessati. In linea teorica tutto è plausibile, ma, come sempre accade nel proporre la tecnologia come rimedio medicamentoso, nel ragionamento si trascurano molti aspetti non secondari. Il primo, è stato notato, è la proposta di un processo in divenire che ha incognite e tempi di attuazioni legati agli sviluppi tecnologici - in termini di configurabilità e di effettivo dispiegamento - degli stessi apparati, così come alla loro diffusione, un processo storicamente misurabile in decadi che contrasta fortemente con la voglia di affrontare una questione che ha scadenze di cogente attualità.
Il secondo aspetto, che in fondo è l’esplosione in maggior dettaglio del primo – come rilevava Antonio Sassano, docente presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma, nel convegno Isimm «Servizio pubblico e pluralismo televisivo nell’era del digitale terrestre», tenutosi a Roma, presso la Camera dei Deputati, qualche tempo fa – è che il piano digitale conviverà con quello analogico. E, soprattutto, la sua efficacia dipenderà dall'essere centralmente governato in quanto è basato pur sempre su di una risorsa scarsa, vale a dire sullo stesso spettro di frequenze che è comune a tutto il territorio nazionale.
In realtà, non sarà un processo a valanga guidato da un mercato che brama, ma un piano che camminerà più mestamente sulle gambe dei decisori politici e, aggiungiamo noi, anche sulle sentenze dei tribunali (visto il livello di conflittualità sul tema).
 
L’“audience” e la qualità dei contenuti
Un altro aspetto riguarda i nuovi modelli di “business” che puntano su un contenuto ricco e alternativo e che, come per tutto il mondo digitale, non sono ancora ben definiti e ben definibili: Internet, il re effettivo dei contenuti, per giunta ritagliati fino all’inverosimile sulle idiosincrasie dell’utenza e in una vera modalità a due vie, ha sofferto e sta soffrendo di questo male.
Il rischio, allora, è che ad investire sul digitale tv – dove contano ancora in maniera prevalente le economie di scala, meglio note come “audience”, per attirare gli investimenti pubblicitari – rimangano fondamentalmente i soliti noti, in una spirale che danneggia proprio i nuovi venuti, coloro che devono investire senza avere alle spalle il motore ancora marciante della tv analogica. Senza contare che la produzione o acquisizione dei “buoni” contenuti è costosa.
Che storicamente si sia creata nel mondo delle telecomunicazioni una divisione tra chi produce il contenuto e chi lo trasporta è anche conseguenza di questo fatto, vale a dire dell’accertata difficoltà a gestire le specificità e le economie dei due fronti. Generalmente, e soprattutto in presenza di economie di scala ridotte, la produzione dei contenuti, e a volte anche la loro distribuzione – entrambi vitali per il funzionamento di una società complessa –, è sostenuta con l’aiuto degli Stati.
In definitiva, ci sarà ancora chi potrà contare sugli introiti basati sul valore dell’“audience”, il parametro su cui si misura il “business” della tv, mentre i nuovi venuti arrancheranno in un mercato che inevitabilmente si frammenta fino a perdere la specificità del “medium” stesso rispetto a modalità concorrenti quali, ad esempio, la distribuzione di programmi video direttamente su Internet (Adsl e simili). Un’architettura economica un po’ strabica: i primi possono ragionare con il volume degli introiti della tecnica classica, i secondi solo con quelli tribolati delle nuove frontiere.
 
Alcuni aspetti del digitale
Infine, la possibilità di usare una categoria così flessibile perché pervasiva, come appunto quella del digitale, ha permesso di annegare la specificità del “medium” tv in un montante mondo che abbraccia tutte le altre forme di comunicazione mediata, elettronica o no.
Anche in questo caso c’è di vero che la dieta comunicativa giornaliera è in via di riadattamento di fronte al crescere di strumenti quali il “wireless” multimediale, Internet, ecc. Ma, ancora una volta, è un processo in divenire che non riesce a cancellare il divario rispetto alla specificità del “medium” stesso. Ad esempio, prendiamo in considerazione la caratteristica strutturale: la televisione non soffre  di un “digital divide” grazie ai suoi alti livelli di penetrazione domestica, che sfiorano il 100% quasi dappertutto - in Italia Internet, in modalità “always-on”, sempre connesso, tocca il 4 %; in modalità saltuaria il 35 %. Oppure, analizzando il tutto da un punto di vista più culturale, notiamo come la tv sia un “medium” addomesticato e oramai amico e compagno costante, a cui possiamo abbandonarci con naturalezza - il “massaggio elettronico” è la fortuna anche di chi produce, in quanto riesce a calibrare pochi eventi “qualificanti” lungo un flusso audiovisivo “anonimo” e sinceramente piatto. Sennonché, nei momenti topici, sa improvvisamente riattrarre a sé tutta la nostra attenzione e il nostro corpo, catapultandoci all’istante – noi, «eremiti di massa» – in una dimensione comunitaria unica.
 
Il punto di vista economico e politico
Vi è dunque un valore insito in una diffusione immediata e centralizzata di informazioni e programmi che non può essere nascosto e spacciato come trascurabile ai fini della politica. Da tale punto di vista - e anche questo è un paradosso se ci si richiama veramente al libero gioco del mercato - il passaggio al digitale terrestre si svilupperà per la tv in maniera più pilotata e oliata, nel segno strombazzato di una “nostra” qualche convenienza.
Così non è, invece, per quelle tecnologie di comunicazione persona-a-persona meno controllabili e quindi, per certe logiche, meno “convenienti” da "oliare" quali ad esempio il telefono, che, pur popolari e fortemente bramate, devono sottostare interamente alle complesse dinamiche del processo di trasformazione digitale. Nel nostro saggio L’Internet Telephony. Storia sociale di un medium della new economy (Rubbettino, pp. 264, € 13,50) abbiamo cercato di illustrare questo passaggio che, nello specifico, parte nel 1995 per approdare prepotentemente solo ora sul fronte dell’utenza, dopo un periodo frastagliato di incubazione ecologica con l’esistente.
Insomma, vi è il sospetto che si sia un tantino esagerato con il “self fullfilling prophecy”, le profezie autoavverantesi, soprattutto dopo un periodo, quello della “new economy”, che ha dimostrato come proprio nel mondo digitale vi siano regole economiche più insidiose e spesso alternative a quelle consuete, che, dunque, richiedono un certo tempo di attecchimento sociale, una condizione che non gradisce le eccessive fughe in avanti.
Va benissimo pensare in un’ottica sistemica, ed è obbligatorio intervenire con un’opera di governo nei promettenti scenari tecnologici, ma è difficile farlo senza il rischio di rimettere “qualcosa” in discussione. Anzi, in genere, si interviene per “spezzare” il consolidato, ritenendolo il fattore frenante.
 
La novella alba del digitale
Un nuovo mondo, brulicante di idee e di tecnologie capaci di interpretare e supportare inedite configurazioni sociali ed economiche, si sta dunque affacciando, ma sarebbe ingenuo non leggere le sottostanti trame nel loro completo ed ambiguo dispiegarsi, così come le eredità o la costituzione di specifici interessi, un insieme ben evidenziato dal libro di Carlo Formenti Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy (Einaudi, pp. IX-311, € 14,50).
Il digitale in sé non può essere, dunque, il motivo di un’impresa a cui sembrano poco credere anche gli stessi proponenti visto che l’iniziativa di inviare un canale televisivo proprio sul satellite della tv digitale – attualmente lo “stadio digitale” per essa più avanzato in termini di consolidamento – è vista come una sicura perdita economica e fonte di catastrofi lavorative, quasi che quelle opportunità fossero delle nicchie da riservare ad altri.
 
 
 Luciano Petullà
 
Scriptamanent.net. Anno II, n. 11, Aprile 2004