Interflows Sistemi e dimensioni della nuova comunicazione 

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La voce del Papa                                    

                                                                     
di Luciano Petullà

Un cosa straziante e allo stesso tempo di illuminante attualità sta andando in scena sotto i nostri occhi. O meglio, dato l’argomento, davanti alle nostre orecchie. Il tema è ampiamente trattato ma poco criticamente commentato e riguarda l’imprendiscibilità del confronto tra le logiche mediatiche, il potere e le forme di dislocamento e rappresentazione del corpo, insieme ai loro inesorabili risvolti.
E’ tempo che assistiamo in diretta all’inevitabile seppure naturale declino fisico di un uomo che riveste nel mondo un ruolo speciale. Il suo corpo sta affrontando dignitosamente e caparbiamente la vecchiaia. E tuttavia, è anche tempo che le sue vicissitudini sono inestricabilmente intrecciate, nel ben e nel male, con il funzionamento dei media che, per la sua particolare posizione, ha sia largamente utilizzato che bonariamente subito in quanto oggetto di continua attenzione.
Il fatto è che l’assunzione di una dimensione relazionale che eccede l’ambito della presenza fisica, così normale nella modernità grazie ai mezzi di comunicazione, ridefinisce i confini corporei, che vengono per così dire espropriati della propria fisicità. Tali alterazioni o deformazioni delineano ora un corpo diverso, un corpo proteiforme e immaginifico che definiamo appunto mediale. Il suo funzionamento e le sue strategie, così efficacemente sfruttate per i più diversi fini, rispondono ora a regole spesso non immediatamente individuabili ma che, proprio per la sua nuova natura di corpo rarefatto ma non per questo meno vero, è bene abituarsi a considerare in termini più precisi.
L’attuale vicenda del Santo Padre ci ricorda proprio quanto sia delicato questo passaggio, come la nostra realtà sostanziale sia intimamente intrecciata con tali riconfigurazioni corporee, e come queste possano giocare infine un ruolo preponderante. Ripeto, niente da demonizzare, ma sicuramente tanta materia per riflettere sulle nostre relativamente nuove condizioni di vita associata.
Cosa sta accadendo? Che il Papa sta scivolando in una situazione in cui il degrado di una sua qualità fisica, quella vocale, lo pone al rischio di dover abdicare alle sue alte funzioni ecclesiali. Potremmo affermare più chiaramente che il Papa, sotto uno stretto profilo fisico, sta fondamentalmente bene, almeno tenendo conto della sua età, ma che lo stesso non si può dire ragionando nei termini del suo corpo mediale, vale a dire sul complesso modo in cui viviamo effettivamente la sua presenza. La comprensibile ansietà che trapela dal suo entourage gerarchico, pur filtrata da una ferrea gestione informativa, sembra rispondere alle tipiche preoccupazioni che, pressate da una vertiginosa urgenza, si hanno nel momento in cui è il corpo mediale ad andare in crisi.
In un ambiente di media più statici e corporalmente più asettici, ad esempio quello della carta stampata, non ci sarebbe stata questa ansia per riassicurare tutti delle sue capacità vocali. Ma in un mondo così immerso in fitti flussi audio-visivi, interconnesso e veloce, dove si devono riaffermare e contrastare le migliaia di voci che continuamente discutono e si levano, dove è necessario ristabilire e rispecificare chiaramente i significati del giusto vivere da parte di una guida, si deve avere una voce sempre pronta ad intervenire, ed una voce autorevolmente riconoscibile.
In una selva di immagini e di suoni sincronizzati e/o dilatati nel tempo e nello spazio la voce nei media gioca un ruolo fondamentale. La voce è il portale di una persona. Essa è riconoscibile come solo una voce può esserlo in quanto direttamente proveniente da “quel” corpo, un essere che nella sua voce sigilla il suo “esserci”, e nel farlo ci accomuna e rafforza nel medesimo flusso di vita.
E’ vero che il potere - qualunque sua forma e quindi anche quella autorevole della religione – non ha potuto mai fare a meno della voce, a differenza di una strategia visiva utilizzata in maniera più rarefatta ed elaborata. Ma oggi, e specialmente in questo caso, la questione è ancora più delicata. La frequenza degli interventi richiede al corpo mediale, che vive in una dimensione di scala e in un tempo planetario, un’efficienza vocale esagerata.  La paura di perdere la potenza della voce – e la voce di cui si parla è oramai quella incarnata nel, e funzionale al, corpo mediale - ha una ragione obiettiva e tutta interna sia al modo di funzionare dei media che alla filosofia della religione cristiana.
Laddove i meccanismi dei media allontanano dalle condizioni che consideriamo più vere per sentire vivo e reale un rapporto umano - una qualche forma di contatto fisico – la voce agisce come meccanismo compensatorio in quanto riesce, con la sua qualità, a farci sentire la presenza del corpo della persona.
E’ una forma dunque di antidoto interna ai media, capace di calmare la nostra ansia per il fatto di non poter stare fisicamente vicini. La voce calda e viva, il suo soffio particolarmente screziato, serve per riscattare l’alienazione della mediazione.
Il fatto che si debba ragionare tenendo conto soprattutto del corpo mediale non significa che si è contenti di farlo, ma semplicemente che non se ne può fare a meno. D’altronde, il rapporto tra media e Chiesa è notoriamente un rapporto di reciproca tolleranza e di meditata distanza. Lo sconfinamento, la dislocazione e l’ibridazione dell’essere umano che avvengono grazie a tali mezzi è per essa un problema.
Il timore di non poter usufruire di questo riequilibrio in realtà è amplificato dal fatto che le altre soluzioni tecnologiche non sono molto in linea con i suoi insegnamenti. La forza della voce nella dinamica dei media gode sicuramente di tutta la simpatia possibile per il fatto che la ricomposizione è ottenuta grazie alla riproposizione ed alla umana magia di un elemento e di un lavoro atavico, semplice e pur potente. La naturalità anti-macchinica della voce non solo rende accettabile lo straniamento dei contatti distanti e incorporei, ma si sposa con la stessa filosofia umanista del credo cattolico. Non si può dire altrettanto di altri meccanismi disponibili a risolvere questi problemi di interfacciamento, che si presentano per tali fini inutilizzabili.
Passi per la strumentalità della papa-mobile, l’autovettura o i marchingegni che si prestano a risolvere i problemi di movimento del Santo Padre. Ma sarebbe veramente inaccettabile un Papa che si esprime come lo scienziato Stephen Hawking che, aiutato da un sistema di comunicazione computerizzato per la sintesi vocale, riesce con le dita a produrre fino a 10 parole al minuto.
L’accanimento nel risolvere il problema della bassa e scarsa qualità vocale del Papa non prende certo in considerazione questa soluzione. Perché ciò stimolerebbe addirittura un percorso di riflessione inverso, una possibile nostra continuità con le macchine. Non possiamo certamente chiedere alla Chiesa di elaborare essa stessa un potenziamento di tale natura per il corpo del suo soggetto più rappresentativo, ed aprire una seria riflessione sul complesso ed antico sgretolamento/ricomponimento delle nostre esistenze tra gli incerti confini di specie, di materia e di esperienza.
Forse il dramma è proprio in questo. Si fanno i conti con uno scenario che, alla luce di queste nuove condizioni, ci costringe a fare a meno dell’apporto anche dei soggetti migliori, ma si rimandano i tempi di rielaborazione di filosofie ed approcci più consoni alle nostre attuali esistenze.
E che questi temi bussino sempre più fragorosamente alla nostre porte è provato proprio dall’eccentricità di questa storia; sembra svolgersi, e così è per lo più raccontata, su un piano di umana pietà per la naturale eppure insopportabile finitudine di un corpo a cui attribuiamo un amore speciale. E tuttavia, non è facile sopprimere l’idea che a dettarne lo svolgimento siano le ragioni che ne inficiano l’esistenza in quanto corpo mediale.

 
www.quintostato.it, 5 marzo 2005