Apprendere al tempo del re-mix digitale

Le strategie di adeguamento secondo  uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation

Se dovessimo indicare il dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un qualche piccolo dispositivo ma con un innesto USB. La diffusione e adozione di apparati quali le “chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello standard di interfaccia Universal Serial Bus.

Il sistema di presa-spina USB  sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in quasi tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E così, dati e programmi utilizzati in ambiti e attività diverse, prodotti e sorgenti per progetti personali, si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei luoghi delle nostre vite.

L’USB come metafora
Il sistema USB è diventato infine una metafora per indicare la crescente e forte ibridazione tra universi che consideravamo (e a volte effettivamente erano) separati. Le immagini qui riportate, ad esempio, accompagnano rispettivamente un libro e un articolo che hanno come argomento i cambiamenti che, in termini di mentalità, azioni ed ecologia ambientale  si stanno instaurando nell’era multimediale.
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Il ciuccio-USB sulla copertina del libro di  John Palfrey e Urs Gasser Nati con la rete. La prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l’uso, traduzione italiana di Born Digital, rende l’idea di una nuova generazione di persone che, nata a cavallo degli anni Ottanta/Novanta, si è nutrita e acclimatata in un mondo materiale e un sistema socioculturale fortemente innervati da computer e media, plasmando equilibri e mentalità con cui conviene fare, criticamente e in positivo, i conti.

I nativi digitali hanno stabilito, per via naturale, rapporti e relazioni con se stessi, gli altri e la realtà circostante affidandosi alle possibilità spazio-temporali concretizzate dalle tecnologie ICT.

Identità, privacy, creatività, innovazione, aggregazione, sovraccarico informativo, apprendimento, attivismo, condivisione di informazioni e conoscenza sono tutti nuovi capitoli di un altro modo di essere, così esteso e profondo da meritare, secondo gli autori, che si definiscono genitori e insegnanti, nonché migranti o coloni digitali, sia un’opera di avvicinamento conoscitivo che un doveroso scandaglio per governare i rischi e condividerne le potenzialità.

Tuttavia, i segnali di questo genere di innesti sono compositi e variegati, come illustrato da Luca Rosati e Andrea Resini nell’articolo Architettura dell’informazione. La cross-medialità e il remix delle esperienze.

Concentrandosi su un livello di intreccio di più largo spettro ci si fa notare la commistione di contesti fisici e digitali, il passaggio quotidiano tra esperienze cross-mediali in una varietà di “spazi informativi condivisi” in cui ritroviamo prodotti e processi ormai organizzati contando sulla possibilità di collegare logiche informative e materiali.

L’impollinazione digitale dovuta alle nuove architetture informazionali spinge ad affermare nuove filosofie di progettazione in cui “il fuoco si sposta dal design di singoli artefatti verso il design di esperienze o servizi che abbracciano una rete di elementi”. cupusb

Nel caso di questo articolo l’immagine mostra lo spinotto USB fuoriuscire da una tazza, come per dire che anche il mondo prima muto degli oggetti inerti, anche quelli più semplici, si sta attrezzando per comunicare in qualche modo con il resto dell’ambiente.

La positività del disagio cognitivo
Di fronte a questa nuova ecologia è quasi normale registrare un certo disorientamento.

Il disagio traspare anche in settori delicati e prioritari per il ruolo che hanno nel mantenere l’analisi adeguata a ciò che cambia. Proprio gli apparati dell’istituzione educativa hanno difficoltà nell’elaborare strategie atte a comprendere e spiegare come le persone stanno modificando i propri modi di recepire, condividere, creare e diffondere significati nel crescente e diversificato intreccio di flussi informativi.

Con l’intento di ridare smalto e indirizzo a istituzioni altrimenti condannate alla delegittimazione, in una serie di ricerche e pubblicazioni finanziate dalla MacArthur Foundation si cerca di fare il punto della situazione approfondendo il rapporto tra media digitali e conoscenza inglobando le positività delle innovazioni.

In uno di questi rapporti, disponibile come gli altri in versione e-book (gratuitamente) presso il sito del MIT, The Future of Learning Institutions in a Digital Age, sono riportate le dieci tendenze che, secondo gli autori, in prospettiva incideranno maggiormente sulle strategie dell’apprendimento.

Esse ci sembrano significative per catturare in maniera collaterale ma da una prospettiva centrale alcuni effetti dei processi di ri-definizione a cui si accennava precedentemente. Proveremo dunque a ricapitolarle perché utili sia come riflessioni sulle pratiche e i sistemi in cui già siamo immersi, sia come termini di valutazione delle sfide poste dalle nuove condizioni mediali.

1. Auto-apprendimento
Andare a cercarsi le informazioni online è un’attività in grande ascesa che si trasforma in una competenza che ci accompagnerà costantemente nella vita. La lettura, conseguentemente, diventa collaborativa, interattiva, non lineare e relazionale. Navigando sezioniamo e mettiamo insieme parti se non mezze frasi di materiali collegati, alla ricerca di informazioni rilevanti o attinenti a ciò che stiamo leggendo. L’ipertestualità ci trasporta facilmente verso nuove tracce e sentieri in una rete intricata e con-fusa di passaggi che funzionano spesso “come una centrale di commutazione, complessa e sfidante ma produttiva”.

2. Strutture orizzontali
Le scuole, i college, le università e i loro relativi apparati di supporto, le strutture che abilitano all’apprendimento, sono messe sotto pressione da questo movimento di ricerca orizzontale. “L’apparato educativo delle istituzioni è impostato per essere autoritativo, organizzato verticalmente dall’alto al basso, standardizzato e basato su accertamenti ben individuati misurati su prove normalizzate”.

Al contrario, il modo di lavorare attuale comporta la collaborazione in team fra colleghi. Le capacità di operare sui problemi, elaborare soluzioni e collaborare per completare i progetti sono rafforzate più dall’incontro multilaterale e multidisciplinare che dall’introduzione di skill ed energie individuali. “Dato lo spettro e il volume delle informazioni disponibili, e l’ubiquità dell’accesso alle risorse e sorgenti informative, la strategia dell’apprendimento sposta i suoi focus: dall’informazione in sé alla preoccupazione di giudicarne l’affidabilità; dall’opera di memorizzazione al come trovare sorgenti affidabili. In sintesi, dall’apprendere quel qualcosa all’apprendere come, dal contenuto al processo”.

3. Dall’autorità presunta alla credibilità sottoposta alla revisione collettiva
L’apprendimento si relaziona più in termini di credibilità che di autorevolezza. “Una parte importante del futuro dell’apprendimento è nello sviluppare metodi, per la gran parte in modalità condivise, per distinguere le buone sorgenti di conoscenza da quelle su cui vi è meno accordo. Sempre di più, l’apprendimento è su come fare delle scelte sagge, epistemologicamente e metodologicamente, per sviluppare alleanze produttive e collaborative in grado di affrontare sfide e problemi complessi. Sempre più spesso, l’apprendimento riguarda non solo come risolvere problematiche relative alla architettura, interoperabilità e compatibilità, scalabilità e sostenibilità delle informazioni, ma anche come affrontare i dilemmi etici. Riguarda inoltre le problematiche relative alla risoluzione delle tensioni tra i differenti punti di vista in ambienti dove aumenta la interdisciplinarità”.

Gli ambienti di nuova costituzione e di apprendimento in cui ci troviamo proiettati sono  basati su una conoscenza interdisciplinare e collaborativa in grado di trattare oggetti di analisi e problemi di ricerca che sono multidimensionali e complessi, e la cui risoluzione non può essere appannaggio solitario di una qualche disciplina. “L’apprendimento e la formazione della conoscenza pone così oggi delle sfide più acute ai principi di verità condivisa. Il modello degli ambienti di apprendimento più tradizionali, basati sulle autorità e gli esperti certificati, non riesce a sostenere le crescenti complessità, ovvero la costituzione relazionale dei domini della conoscenza e i problemi che essi pongono”.

4. La pedagogia de-centrata
Vi sono segnali di una reazione di chiusura, da parte di istituzioni e singoli formatori, nei confronti dell’utilizzo dei nuovi strumenti informatici e di risorse della conoscenza elaborate collettivamente e collaborativamente per lavori di consultazione e di citazione. “Ciò denota una reazione catastroficamente anti-intellettuale a un fenomeno globale di creazione di conoscenza di proporzioni epiche. Vietare risorse come Wikipedia significa non comprendere l’importanza della spinta a creare con partecipazione conoscenza da parte di esseri umani propensi a contribuire, correggere e collezionare informazioni senza essere remunerati: questa è, per definizione, l’educazione. Non comprendere quanto un apprendimento collaborativo e partecipante ne enfatizzi le fondamenta è frustrante, desolante e anche autodistruttivo. Al contrario, chi vuole primeggiare in termini di istituzioni educative deve adottare una pedagogia più induttiva e partecipativa che sappia avvantaggiarsi della nostra era”.  Il valore di questi metodi de-centrati è nel consentire agli insegnanti di poter sviluppare una via pedagogica fondata anche sul controllo collettivo, lo scetticismo inquisitivo e l’accertamento di gruppo.

5. Apprendimento in rete
E’ senz’altro possibile integrare i benefici dell’apprendimento individualizzato con quello collaborativo e socialmente condiviso in rete, che comporta non solo “il rispetto dei turni di dialogo, il saper impostare delle questioni, ascoltare e dare piena attenzione agli altri” ma anche “l’azione del correggere gli altri, dell’essere aperto a correggersi e lavorare insieme per trovare rimedi quando le soluzioni dirette ai problemi o le sfide alla conoscenza non sono disponibili o alla portata”.

Intendiamoci, anche  l’apprendimento individuale potrebbe incoraggiare tali abitudini, ma rimane spesso invischiato in un  modello sociale che “stressa la competizione e la gerarchia rispetto alla cooperazione, le alleanze e la mediazione. Se l’apprendimento individualizzato è collegato a una visione sociale stimolata dalla razionalità del ‘dilemma del prigioniero’, in cui si coopera solo se è massimizzato lo stretto interesse personale, l’apprendimento in rete si impegna nella visione della cooperazione sociale spinta, nell’interattività e mutualità, nell’impegno sociale di per sé”, generando spesso una produttività più poderosa.

6. L’educazione alla conoscenza aperta
L’apprendimento in rete è legato profondamente al regime sociale delle fonti e dei contenuti pubblici e aperti, che si riconosce nella cultura dell’open source, in cui “ci si aspetta che i prodotti e i processi migliorino attraverso i contributi degli altri rendendoli liberamente disponibili a tutti”. L’apprendimento individualizzato tende ad essere gerarchico, “si dipende dall’insegnate o dall’esperto e, per la maggior parte, sulla base delle pubblicazioni coperte dal copyright che supportano lo stato corrente della conoscenza”.

Il modello open source contrasta fattivamente la distribuzione ineguale delle risorse e i vincoli di accesso alla rete favorendo un maggiore interscambio, fornendo “ i circuiti e i nodi, l’energia della combustione e la forza guida per le attività innovative impegnate e supportate, disseminando creatività, estendendo circolazione di idee e pratiche, rendendo disponibili i siti di prova per gli sviluppi innovativi, e che è anche il laboratorio per sperimentare e imparare qualche volta le dure lezioni impartite dal fallimento”.

7. Apprendimento come connettività e interattività
Le connettività e le interattività rese possibili dalle reti sociali digitalmente abilitate producono sistemi di apprendimento in cui i membri diventano parte attiva. “Le sfide non sono semplicemente frustrazioni affrontate individualmente, montagne promoteiche da scalare da solo ma mutuamente condivise, sfide da ridefinire, da risolvere o da rimediare, ma insieme”. Un’architettura che diventa un laboratorio in comunicazione continua che fa della creazione in rete la cosa normale, un processo di cui  le nostre istituzioni educative e pedagogiche stanno rendendosi conto e che provano a recuperare.

8. L’apprendimento lungo tutta la vita
L’apprendimento partecipativo si accorda con la necessità di imparare continuamente per  “affrontare le sfide delle nuove condizioni, così come incorporare lezioni di adattabilità e applicare soluzioni a situazioni e sfide mai affrontate precedentemente”. Ma, soprattutto, esso non ha finalità: “non è solo la prospettiva economica a richiederlo, lo fa anche, e sempre di più, la ‘nostra’ socialità e cultura”.

9. Istituzioni dell’apprendimento come reti di mobilitazione
L’apprendimento in rete e collaborativo cambia il nostro modo di pensare alle stesse istituzioni, concepite in generale in termini di “regole, regolamenti, norme che governano interattività, produzione e distribuzione dentro una struttura istituzionale”. Invece, “le reti abilitano una mobilitazione che punta su flessibilità, interattività e risultato. E, a sua volta, la mobilitazione incoraggia e abilità l’interattività di rete che dura finché è produttiva, che resiste o muore in favore di nuove reti interattive quando le vecchie si ossificano o nelle nuove emergono più possibilità. La cultura istituzionale così muove dalla pesantezza alla leggerezza, dall’assertività all’abilitazione”. Nella formazione di questo nuovo contesto “istituzionale” a divenire centrali sono le considerazioni che commisurano flessibilità e innovazione ad affidabilità e prevedibilità.

10. Scalabilità flessibile e simulazione
Le nuove tecnologie permettono a individui e gruppi di interagire e apprendere a distanza ma hanno anche le potenzialità di rispondere in maniera flessibile in termini di dimensioni di scala e di simulazione nelle materie e nei domini conoscitivi. “La dimensione della scala sarà guidata dalla natura del progetto o dalla conoscenza di base, e dovrà andare dal piccolo gruppo di studenti che lavorano insieme su uno specifico tema, ai contributi senza fine e aperti che interessano progetti quali Encyclopedia of Life o Wikipedia”.

Le istituzioni dell’apprendimento dovranno congegnare “i modi del riconoscimento e del premio all’appropriata partecipazione e ai contributi degli sforzi collettivi e collaborativi” invece di scartarli irriflessivamente perché considerati semplicistici/secondari o troppo poco individualistici per meritare il plauso.

 

Bibliografia

Palfrey, J., Gasser, U., 2008, Nati con la rete. La prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l’uso, Milano, Rizzoli, 2009.

Rosati, L., Rosmini, A., 2009, La cross-medialità e il remix delle esperienze, Milano, Apogeo Online.

Davidson, C., Goldberg, D., 2009, The Future of Learning Institutions in a Digital Age, The John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, Mitpress.