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<title>Interflows</title>
<description>Sistemi e dimensione della nuova comunicazione</description>
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<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 14:53:20 GMT</pubDate>

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<title>Intermezzo jazz</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at homepage)</p>
<p><em>Sulla superficialità o profondità delle culture pop</em><br><br></p>
<p>Ogni volta che avviene un grande cambiamento&nbsp; o che particolari innovazioni&nbsp; nelle forme della comunicazione attecchiscono velocemente (storicamente parlando) in ampi strati della popolazione, ecco aumentare la probabilità di imbattersi in un dibattito sui suoi effetti deleteri, con conseguente apertura (a cascata) di interventi pro o contro. Come ebbe a indicare mirabilmente Umberto Eco in un saggio dedicato alla cultura popolare nel 1964, il tutto rientra nella logica&nbsp; consolidata&nbsp; che vede contrapporsi apocalittici e integrati.&nbsp; Da una parte vi è chi interpreta i nuovi usi e pratiche come l’avanzata dei “barbari”, dall’altra chi li accoglie come segnali e prove di vie alternative efficaci e più espressive nei confronti di problematiche altrimenti irrisolvibili così come di sensibilità soppresse. <br>Sovente lo scontro riesce a conquistare finanche le prime pagine dei giornali coinvolgendo personalità eterogenee che hanno però il limite di doversi esprimere su processi complessi in poche battute. E’&nbsp; accaduto ultimamente in Italia, con «il Sole 24 Ore», ma anche negli Stati Uniti e Inghilterra, con il «New York Times», il «Wall Street Journal» e il «Guardian». In quest’ultimo caso, guidati da quel senso pragmatico che contraddistingue particolarmente la cultura anglo-americana, i termini del confronto si sono ridotti alle categorie stupidità e intelligenza, con Nicholas Carr, giornalista, conferenziere e tecnologo a sottolineare l’indebolimento delle nostre qualità intellettive (attenzione, memorizzazione e dunque capacità di approfondimento), e Clay Shirky, brillante studioso di new media, che evidenzia le enorme opportunità per l’aumento della nostra creatività e intelligenza a livello individuale e sociale. Nello specifico, i due contendenti sono particolarmente preparati sui temi avendo appena pubblicato due saggi dai titoli molto indicativi.............</p>]]></description>
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<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 02:51:00 GMT</pubDate>
</item>

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<title>Il telegrafo di Ottone</title>
<description><![CDATA[<p><em>I giornali nella tempesta digitale</em></p>
<p>In una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle informazioni, il giornalista Piero Ottone ci offre alcune riflessioni interessanti dall’alto di una esperienza ultra decennale. Il suo invito è di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro. Più precisamente, al 1850. <br>In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple – il nuovo e atteso tablet simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video – il “telegrafo prêt à porter” (2010).<br>A parte un’inesattezza – il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” – il suo ragionamento è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola ai tutti processi con cui (da tempo) sa incardinarci. <br>Il telegrafo non fu la fine del giornalismo ma anzi l’inizio dell’informazione e del giornalismo moderno veicolati su carta e su media elettrici così come li conosciamo. Il problema dunque è comprendere cosa la nuova combinazione tra medium e competenze/contenuti ci prospetta, ben convinti del fatto che ogni elemento non possa fare a meno dell’altro per produrre del “buon giornalismo”. <br>La questione centrale per elaborare delle efficaci strategie riguardo ai nuovi business model in grado di valorizzare l’accesso open alle piattaforme elettroniche di informazione dovrebbe essere quella di (ri)collegarla al concetto di “buon giornalismo”. Tuttavia, data la brevità, l'articolo ci lascia un po’ prima della soglia di un'analisi che dovrebbe affrontare nel “cuore” la funzione dell’informazione e del suo rapporto con la società, la politica e l'economia, sia rispetto a come si sono costituite e assestate, sia (sopratutto) per come le vorremmo nella comunità in cui ora viviamo.........</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_TelOtt_04_2010.html</link>
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<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 02:52:00 GMT</pubDate>
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<title>Neutralit&#224; di rete e incentivazione degli investimenti</title>
<description><![CDATA[<p>Parte 2/ <em>Il bilanciamento della ricchezza tra rete e contenuti</em></p>
<p>Come evidenziato nel precedente contributo, le scelte governative o statali hanno dunque modo di incidere su come il beneficio economico del “mercato internet” (vendere e comprare l’accesso all’informazione) si distribuisce. Attualmente sono gli ISP ad accusare uno scarso ritorno sugli investimenti, mentre i fornitori di contenuti – non tutti ma sicuramente quelli che sono diventati grandi player – vivono una condizione migliore. Scegliendo di alleggerire i principi della neutralità gli ISP potrebbero far pagare differentemente i fornitori di contenuto per gli accessi controllando appunto i contenuti o assicurandogli più priorità di traffico. Ma ciò, si è visto, potrebbe deprimere lo sviluppo dei contenuti mentre non si può neanche esseri sicuri&nbsp; che gli investimenti sul fronte ISP crescano in quanto potrebbero prendere altre strade. In ogni caso, siamo in un orizzonte tecnologico che permetterebbe di applicare regimi più sofisticati rispetto a quello molto semplice del pagamento del solo accesso.......</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_neutr2_01_2010.html</link>
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<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 02:52:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>Neutralit&#224; di rete ed economia di internet</title>
<description><![CDATA[<p>Parte 1/ <em>Investire nell'accesso e nei contenuti</em></p>
<p>Negli ultimi tempi internet &egrave; gradualmente avanzato nelle priorit&agrave; argomentative delle varie autorit&agrave; nazionali che regolamentano il settore delle telecomunicazioni, fino a diventare uno degli argomenti centrali. In particolare, il dibattito &egrave; diventato molto animato negli Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici, ma, a guardare con distacco la situazione, l&rsquo;urgenza &egrave; dettata fondamentalmente da istanze economiche e dunque da motivi seri visto sia gli effetti che la rete sta determinando in molti campi, sia il massiccio livello di investimenti richiesti da un settore che segue logiche infrastrutturali ed economie di scala. Per essere chiari, il problema &egrave; ugualmente rilevante in ogni regione del mondo e riguarda il nuovo ruolo che internet e i servizi associati stanno assumendo a livello di sviluppo e di consumo in molteplici aree: lavoro, comunicazione, informazione, divertimento. E tuttavia, oltre ad essere una nazione leader nel campo dell&rsquo;ICT, il caso americano &egrave; interessante per la sua ideal-tipicit&agrave; dato che il perno su cui ruotano generalmente tutti questi discorsi &egrave; l&rsquo;economia di mercato e le sue propriet&agrave; nello stabilire le migliori condizioni di sviluppo del sistema. <br />In effetti, rispetto ad altri paesi, e in particolare europei, le telecomunicazioni americane sono nate e si sono evolute seguendo l&rsquo;approccio di mercato, una tradizione in qualche modo esportata con le spinte alla deregulation degli anni &rsquo;90 del XX secolo. In questo contesto, non interessa soffermarci sulla natura o validit&agrave; della scelta ma sul necessario e problematico rapporto che si viene a stabilire tra le logiche del privato e quelle del pubblico quando si demanda al libero gioco del mercato la gestione e lo sviluppo di beni particolari.....</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_neutr1_01_2010.html</link>
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<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 18:52:06 GMT</pubDate>
</item>

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<title>Come cambia il &quot;cuore&quot; di internet</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at homepage)</p>
<p><em>La “tirannia” dei contenuti e i processi di concentrazione</em></p>
<p>Come luogo di premessa le prime righe non possono non contenere il riconoscimento di cosa significhi ormai la rete per una parte molto rilevante della popolazione mondiale, vale a dire un tesoro di innegabile vivacità culturale e intellettuale e di infinita utilità, espressività e intelligenza. Detto ciò, dobbiamo trovare un momento per riflettere come questo insieme di contenuti sia fisicamente supportato e come si stanno configurando le strutture della rete per rispondere in maniera sostenibile alle sue evoluzioni. Visto i numerosi fattori coinvolti&nbsp; e la loro dinamicità “ambientale”&nbsp;&nbsp; - non dimentichiamoci che in internet tutto accade con una velocità&nbsp; esponenziale - non è mai semplice delineare le tendenze, soprattutto da un punto di vista quantitativo. Certamente si intercettano segnali che indicano un certo processo di consolidamento e di passaggio ad una fase “2.0” più focalizzata sull’offerta diretta di servizi “applicativi” completi, con una gamma che copre uno spettro di utility che vanno dal divertimento al lavoro planando (cloud computing) su un utente già iper-connesso tramite reti wireless e fisse. Ma quali sono le rimodulazioni che stanno subendo le infrastrutture fisiche e le entità che le gestiscono, quel retroscena definito come il “core” della rete internet?<br>Proveremo a schematizzare il discorso approfittando, tra l’altro, di uno studio indipendente condotto dalla ATLAS Internet Observatory che, dopo aver analizzato su larga scala l'andamento degli ultimi due anni di traffico internet, spiega l’accelerazione di alcune logiche nel suo 2009 Annual Report. Il ragionamento è un tentativo di schematizzare, con un alto grado di astrazione, ciò che sta dietro la presa dei fili o dei canali wireless a cui siamo connessi per comprendere in termini sistemici il senso di questi ultimi cambiamenti.............</p>
<p><em></em>&nbsp;</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_intercore_11_2009.html</link>
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<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 20:17:45 GMT</pubDate>
</item>

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<title>Emigrazione: teorie e pratiche del contatto interculturale</title>
<description><![CDATA[<p><em>Come assorbire le collisioni secondo lo psicologo sociale Fathali M. Moghaddam</em> </p>
  <p>Ultimamente, ragionando sulla comunicazione ubiqua e globale abbiamo intersecato osservazioni e riflessioni che toccano molteplici aspetti, tra cui i fenomeni di emigrazione. Il fatto non stupisce visto che la ricchezza e la difficolt&agrave; delle analisi nel campo derivano dalla reciproca influenza dei movimenti di informazione, capitale, persone e merci . Molta parte del mondo vive nella incerta stabilizzazione (in termini di consistenza, velocit&agrave; e qualit&agrave; rigenerative) di questi flussi e ci&ograve; apre a nuove forme di esistenza e (dunque) di percezione. La nuova condizione raccoglie, amplifica e, per molti versi, modifica e sviluppa il tipo di esperienze a cui la cultura delle societ&agrave; industrializzate ci ha iniziati pi&ugrave; di un secolo e mezzo fa. Ricordavamo cos&igrave; come spesso accade di essere nella necessit&agrave; di richiamare nuovi termini per definire il senso della attuale posizione, come fa, insieme ad altri, il sociologo e giornalista Joshua Meyrowitz a proposito del luogo &ldquo;Cos&igrave;, anche se la maggior parte delle interazioni pi&ugrave; intense continuano ad accadere in ambienti fisici specifici, esse sono ora spesso percepite come avvenissero in una arena sociale pi&ugrave; ampia. Locale e globale co-esistono nella glocalit&agrave;&rdquo; (2004, p. 3). L&rsquo;effetto &egrave; molto evidente nel caso delle migrazioni, con i media che permettono di rinsaldarci alle esperienze locali connettendoci al vicinato e alle loro culture da qualunque parte del mondo risiediamo, dando vita a complesse forme di co-presenza fisiche e immaginifiche (Appadurai 1996). Si notava anche come ubiquit&agrave; informativa e indifferenza al luogo, funzionali alle migrazioni, retro-agiscano poi anche sul piano riflessivo dei diritti e del senso di stare e appartenere al mondo. &ldquo;Diciamo che il telefono portatile &egrave; veicolo di un diritto a cui pochi oggi fanno riferimento: il diritto all&rsquo;ubiquit&agrave;, a non dover vivere per forza e sempre nel posto in cui si &egrave; nati, un luogo spesso diviso da frontiere e spaccato da ingiustizie mondiali e guerre insensate. Il diritto all&rsquo;ubiquit&agrave; &egrave; un coro che da varie parti del mondo si &egrave; levato come non mai negli ultimi venti anni e che ha reso obsoleti gli altri diritti: che senso ha parlare di libert&agrave; senza diritto all&rsquo;ubiquit&agrave;? Che senso ha parlare di uguaglianza senza il diritto a una mobilit&agrave; generalizzata? Che senso ha parlare di fraternit&agrave; in un mondo in cui l&rsquo;accesso alle persone care &egrave; proscritto da inique leggi che impediscono alle famiglie degli emigranti di ricongiungersi?&quot; (La Cecla 2005, p. 41). </p>
  <p>Per quanto affascinante, stimolante o illuminante possa essere il discorso, non c&rsquo;&egrave; dubbio che il fenomeno immigrativo si trova ad affrontare, in prima battuta, problemi di natura (inter)culturale che hanno una ricaduta ben pi&ugrave; drammatica. Da questo punto di vista, e pur partendo giustamente da una &ldquo;nicchia&rdquo; analitica sulla realt&agrave; - nel nostro caso l&rsquo;interesse per la comunicazione -, sarebbe necessario per le scienze sociali unire all&rsquo;approccio interpretativo quello empirico cos&igrave; da funzionare come una &ldquo;sentinella&rdquo; che anticipi e concorra a risolvere i problemi, come ricorda il sociologo Mauro Magatti (2007). Avendo in mente lo stato asfittico e per tanti versi desolante della discussione sull&rsquo;immigrazione in Italia, ho cos&igrave; trovato molto interessante la conferenza, tenuta a maggio 2009 presso la London School of Economics (LSE) , dello scienziato sociale Fathali M Moghaddam che - allo stesso tempo studioso del fenomeno e persona coinvolta, in qualit&agrave; di consulente, nell&rsquo;elaborazione di politiche per la gestione del fenomeno in molti paesi occidentali - sembra andare verso questa proficua direzione. Dato il contesto - platea qualificata ma eterogenea - l&rsquo;evento non poteva essere molto di pi&ugrave; di una veloce e generale rassegna sul fenomeno. E tuttavia, oltre all&rsquo;equilibrio tra teoria e pratica, in esso &egrave; possibile apprezzare la pacatezza ed estensione delle argomentazioni, cos&igrave; come la pretesa, a fronte del lavoro di ricerca, di contribuire tramite la politica alle necessarie e irrimandabili soluzioni........... </p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_intercult_10_2009.html</link>
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<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 17:55:22 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>Apprendere al tempo del re-mix digitale</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at homepage)</p>
<p><em>Le strategie di adeguamento secondo uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation</em>.</p>
<p>Se dovessimo indicare il dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un piccolo dispositivo-usb. La diffusione e adozione di apparati quali le “chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello standard di interfaccia usb. Il sistema di presa-spina Universal Serial Bus sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in quasi tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E così, dati e programmi utilizzati in ambiti e attività diverse, prodotti e sorgenti di progetti personali, si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei nostri ambienti di vita.......</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Apprendere_08_2009.html</link>
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<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 02:51:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>L'uomo sperimentale. L'inevitabile ri-generazione dell'idea di umano</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at homepage)</p>
  <p>Ogni forma di delega per sua natura implica che si crei una certa distanza tra le aspettative della volont&agrave; originante e i risultati ottenuti dal de-legato che, persona o sistema, pu&ograve; peraltro contrassegnare caratteristicamente con le proprie doti o mancanze la fase attuativa. In generale, delegare a qualcuno o a qualcosa il controllo o l'adempimento di volont&agrave;, azioni o piani rientra in un modo di pensare e di comportarsi tipico delle persone appartenenti a societ&agrave; complesse ed estese che, come descritto tra gli altri dal sociologo Anthony Giddens, hanno la necessit&agrave; di stabilire rapporti di fiducia con un insieme innumerevole di &ldquo;sistemi esperti&rdquo; per poter vivere e svolgere le loro attivit&agrave;. Fondamentalmente, tutto ci&ograve; &egrave; parte di quella strategia di &ldquo;riduzione della complessit&agrave;&rdquo; caratteristica della vita e degli ambienti biologici e sociali (Nicklas Luhmann). Tuttavia, negli ultimi tempi vi &egrave; un campo che sembra irriducibilmente refrattario ad ogni tentativo di riduzionismo problematico e, ancora di pi&ugrave;, di delega normativa, se non appunto, al prezzo di riconoscere il valore di un meccanismo che sappia prevedere le &ldquo;impasse&rdquo; non governabili per scioglierle (infine) in favore della volont&agrave; originante. Questa forte resistenza &egrave; perfettamente legittima. La materia riguarda infatti il concetto di vita stessa e la sua condizione di esistenza......</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_uomosper_04_2009.html</link>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 23:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>Quando il telefono incontra le periferie del mondo. L'adozione delle tecnologie Ict nelle societ&#224; emergenti e gli impatti sociali, culturali ed economici</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>Sono pochi ma abbastanza gli anni trascorsi da quando in un articolo si ragionava attorno alla possibilit&agrave; di circoscrivere per il telefono un&rsquo;area di studi sociali peculiare. In quest&rsquo;arco di tempo su di esso si &egrave; continuato a riflettere e scrivere molto, e sono aumentati gli studiosi che, in ogni parte del mondo, si sono aggiunti al gruppo, concentrandosi sia su aspetti generali che specifici con trattati che non hanno quasi risparmiato nulla, e il quasi ci preserva da ogni ulteriore (e sicura) sorpresa....</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Telper_12_2008.html</link>
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<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 19:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>Media e computer liquidi. Le dimensioni dell'ubiquitous computing e la ricattura del mondo</title>
<description><![CDATA[È questo il titolo e sottotitolo di un mio  libro che raccoglie una serie di riflessioni sui modi e la pervasività con cui le nuove tecnologie digitali stanno amalgamandosi con le nostre vite contribuendo a trasformarle. Spesso sono osservazioni nate in seguito allo sviluppo o al lancio di particolari prodotti/gadget tecnologici, figlie delle meraviglie che in questi momenti accomunano specialisti e appassionati, di dibattiti e osservazioni estremamente interessanti che avrebbero meritato, per intensità e acutezza dello sguardo, una maggiore attenzione. 
Nel frattempo, siamo tutti sempre più assorbiti in una fitta rete telematica che funziona come un’infrastruttura dematerializzata/deterritorializzata ma reale e vitale, con cui e su cui esperiamo e sviluppiamo le più diverse emozioni/attività, organizzandovi reti sociali su scale che, nella loro indefinitezza per la nostra crescente condizione sincronica, definiamo glocali (globali/locali). 
In realtà, come è stato notato, è nella nostra natura prendere le infrastrutture come scontate, percepirle come qualcosa che “sta là”, pronta all’uso e completamente trasparente, qualcosa su cui qualcosa d’altro “gira” o “opera”, che siano i binari su cui viaggiano le carrozze o i computer che eseguono i programmi. Esse rimangono nel sottofondo, sottratte alla scena, ritirate in una strumentalità che ne scherma le intense dinamiche relazionali e le continue prove di sostenibilità a cui, come beni comuni, sono direttamente e indirettamente esposte. Da questo punto di vista le infrastrutture telematiche sono ancora più subdole godendo, proprio per la loro peculiare costituzione, plasmabilità ed espandibilità applicativa, degli effetti, per così dire, di una doppia trasparenza....]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/libri.html</link>
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<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 20:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>La presa sui mezzi e sui contenuti. Il web 2.0 e lo spirito delle culture tecniche amatoriali</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>L&rsquo;evoluzione delle attuali piattaforme ICT (Information and Communication Technology) verso un&rsquo;interazione utente che abbina la facilit&agrave; d&rsquo;uso a crescenti potenzialit&agrave; nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le attivit&agrave; pi&ugrave; varie &egrave; comunemente indicata con il termine web 2.0. La definizione, coniata nel tipico stile che annuncia l&rsquo;aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti, sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), queste esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e distribuita della rete, agevolando l&rsquo;inserimento negli spazi digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di gruppo che, senza soluzione di continuit&agrave; tra il tempo di lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e una voglia pi&ugrave; indefinita di relazioni....</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Haring_08_2008.html</link>
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<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 20:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>Il grammofono, il world wide web e i sistemi di iscrizione. La storia dei media e l'ascolto del tempo</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>Nel marzo di quest&rsquo;anno, nell&rsquo;ambito della conferenza annuale della Association for Recorded Sound Collections, tenuta presso la Stanford University in Palo Alto, Calif., &egrave; stato presentata la prima registrazione audio della storia. La notizia &egrave; che, a differenza di quello che si &egrave; sempre saputo, i 10 secondi di canto risalgono al 9 aprile 1860 e sono stati &quot;registrati&quot; non da Thomas Alva Edison, passato alla storia come primo ideatore del fonografo, ma dal tipografo francese Eduard-Leon Scott de Martinville. Il francese avrebbe dunque anticipato di ben 17 anni la data ufficiale dell&rsquo;invenzione, e la registrazione della voce che canta il brano popolare &ldquo;Au clair de la lune&rdquo;, incisa su una carta annerita, si rivela il reperto fisico pi&ugrave; antico ancora riproducibile, che precede di 28 anni la pi&ugrave; vecchia registrazione su cilindro di cera ancora disponibile. Ad onor di cronaca va ricordato che i ricercatori statunitensi hanno ripreso i flebili segni del canto impressi su carta trasducendoli, tramite una tecnica sofisticata, su un nuovo supporto...</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Gitelman_05_2008.html</link>
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<pubDate>Thu, 01 May 2008 21:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>La nostra ossessione per la musica. Cosa il suono racconta di noi secondo Daniel J. Levitin</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>Tra tutte le arti la musica gode indubbiamente di un posto speciale dato che ha sempre accompagnato l&rsquo;uomo, e nessuna cultura, nella storia di cui abbiamo traccia, ne ha saputo fare a meno. Come afferma Daniel J. Levitin - ricercatore americano e professore di scienze cognitive - dove gli esseri umani, per un qualche motivo, stanno insieme c&rsquo;&egrave; musica: matrimoni, funerali, diplomi/lauree, marce di guerra, eventi sportivi, notti cittadine, preghiere, cene romantiche, cullata dell&rsquo;infante, studio, ecc.. Soprattutto, la musica &egrave; parte della vita quotidiana sia nelle citt&agrave; che in campagna, e la diffusione e le modalit&agrave; del suo consumo hanno raggiunto livelli inimmaginabili grazie ai riproduttori e registratori musicali dell&rsquo;era elettronica che ormai ritroviamo liofilizzati nel software e nell&rsquo;hardware dei vari apparati digitali. This Is Your Brain on Music: The Science of a Human Obsession &egrave; un libro che prova a spiegare la forza di attrazione della musica partendo proprio dal particolare amore che l&rsquo;autore ha per tutte le sue forme, una passione che gli ha fatto abbracciare mestieri diversi ma originalmente convergenti, tutti fusi in una esperienza e una carriera in cui risalta la circolarit&agrave; tra divertimento, conoscenza, lavoro, studio, ricerca, innovazione e voglia di comunicare....</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Levitin_03_2008.html</link>
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<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 22:00:00 GMT</pubDate>
</item>

<item>
<title>La voce come transito in un post-umano molto, ma molto umano. Riflessioni sulla profonda connaturalit&#224; “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>Al termine della traduzione di un&rsquo;opera si rimane immancabilmente contaminati dal tema affrontato, e ci&ograve; &egrave; ancora pi&ugrave; vero quando si tratta del nostro medium ancestrale. L&rsquo;uscita in Italia del libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, funziona allora come un irresistibile invito a iniziare una serie di riflessioni, stimolati da un lavoro che si rivela unico per comprendere la voce come processo e prodotto di un corpo che vive in stretta interazione con i suoi ambienti culturali e sociali, dando corso a un fenomeno sonoro al contempo fisico e immateriale, capace di mediare la sfera interiore ed esteriore della propria realt&agrave;, per prestarsi, con la sua natura transitiva, a veicolare altre dimensioni di vita. Solo per ricapitolare, &egrave; il ventriloquio il filo rosso di cui Connor si serve per affrontare una caratteristica cos&igrave; peculiare per l&rsquo;essere umano. Contemplando della voce tanto la naturalit&agrave; quanto i fenomeni dissociativi - si parte dagli oracoli greci per giungere alla nostra attuale condizione di uomini che vivono tra/in sistemi meccanici ed elettronici ricchi di voci disincarnate - l&rsquo;opera pu&ograve; dispiegarci la serie di forme e dinamiche di mediazione che, alimentate e filtrate dai vari sistemi socioculturali, rendono la voce quello strumento di espressione a cui abbiamo sempre riservato sia un&rsquo;accoglienza attenta e venerata che un&rsquo;impressione obbligata e distratta. Richiamando implicitamente alcuni aspetti di questo fecondo lavoro, forti delle sue innumerevoli e sofisticate osservazioni, cercheremo di sviluppare delle ulteriori riflessioni. L&rsquo;argomento che vorremmo affrontare &egrave; la sfida che i nuovi media portano in termini di vissuto esperieziale e permeabilit&agrave; di realt&agrave; diverse, mettendo in relazione la forma vocale - la nostra prima potente protesi di intermediazione - con la sua attuale applicazione per dei nuovi generi di transito. Nel percorso ci aiuteremo con alcuni recenti lavori che, pur partendo da sponde diverse, sembrano convergere significativamente nell&rsquo;analisi. La prima parte si caratterizza in termini maggiormente funzionalistici, mentre la seconda affronta l&rsquo;argomento da un&rsquo;angolatura pi&ugrave; strutturalmente simbolica. ...</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/Archivio_Connor_01_2008.html</link>
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<pubDate>Tue, 01 Jan 2008 22:00:00 GMT</pubDate>
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<title>iPhone: logica ed estetica del telefono multimediale/iPhone: logic and aesthetics of a multimedia telephone</title>
<description><![CDATA[<p>(English version at English archive)</p>
  <p>La Apple, nota azienda americana produttrice di computer e dispositivi informatici personali, tra cui il famoso lettore mp3 iPod, &egrave; entrata nel settore della telefonia mobile con un videofonino che &egrave; stato presentato e accolto in tutto il mondo con una notevole enfasi. In questo scritto prenderemo l&rsquo;iPhone come case study aggiornato per riattualizzare alcuni dei percorsi da noi utilizzati nell&rsquo;analisi degli attuali dispositivi della videocomunicazione mobile. Il fenomeno iPhone si presta particolarmente bene in quanto il suo successo pu&ograve; essere interpretato solo alla luce di un contesto che deve integrare la logica del suo sviluppo tecnico agli aspetti estetici e quindi inevitabilmente esperieziali, giustificando cos&igrave; un pieno approccio sociologico e culturale allo studio dei media...</p>]]></description>
<link>http://www.lucianopetulla.net/archivio/iPhone_11_2007.html</link>
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<pubDate>Thu, 01 Nov 2007 21:00:00 GMT</pubDate>
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