I media, il corpo e la guerra

La mediatizzazione del mondo e dei rapporti interpersonali e informativi ha una lunga storia. Tra tutti i suoi molti resoconti forse il più attuale per lo scenario dolente cui stiamo “attivamente” assistendo è il doppio movimento che vede una prima progressione verso la “sterilizzazione” del corpo umano, la sua scomparsa “materiale” a favore di simulacri (effigi visive ed acustiche) capaci di viaggiare veloci nello spazio e/o rimanere registrati su una qualche supporto. Questa fantasmizzazione, che ha raggiunto livelli sofisticati una volta incontrato il medium elettrico, ha stimolato però un movimento opposto, richiamando le forme più autentiche del contatto e del corpo umano: uno dei problemi per i mondi ricostruiti attraverso i media è così la restituzione del corpo occultato.

Questa dinamica è evidente nella gestione informativa della guerra: la possibilità tecnologica di combattere i conflitti alla stregua di un videogame asettico, legandolo ad uno stretto controllo dei giornalisti là inviati, definiti appunto “embedded”, ha caratterizzato la prima fase della guerra irachena. E’ stata una gestione provvidenziale se pensiamo che vi erano delle formidabili ragioni per essere contro l’intervento, tutto un insieme di punti di vista basati sul semplice buon senso, quello ancora capace di distinguere tra le condizioni in cui siamo immersi quando ci muoviamo nella simulazione del gioco elettronico rispetto a quando operiamo in una società di esseri viventi. Non è stata casuale la fortissima partecipazione nelle strade dei paesi occidentali di milioni e milioni di persone (un record), il segnale che il tema doveva essere trattato in concreto perché la delega mediatica appare “infida” quando si preparano certi tipi di scadenze.
Da questo punto di vista i decisori politici occidentali (non tutti, come ben sappiamo) hanno perpetrato almeno due generi di errore. La decisione di appoggiare, direttamente o indirettamente, l’intervento è stata presa in barba alla vera democrazia, essendo la maggior parte dell’opinione pubblica evidentemente contraria. Questa è stata, come dire, sequestrata: non si è voluta ascoltare la loro voce “immediata”, preferendo invece filtrarla attraverso la loro rappresentazione politica (i parlamentari), una serie di persone evidentemente non delegate sul precipuo tema e più facilmente malleabili rispetto altri fini (proprio come i classici media). Verrebbe la voglia di affermare che su argomenti così “vitali” anche i sondaggi dovrebbero avere più peso rispetto le forme ed i limiti ereditate dalle democrazie. Questa preferenza della rappresentazione giocherà, come ha giocato in Spagna, un fattore decisivo nel momento delle elezioni, visto peraltro che i motivi sbandierati come urgenti per intervenire – l’”intelligenza” dell’analisi, spesso l’orgoglio del potere – si sono rivelati falsi ed evanescenti, mentre si è creato un eccezionale terreno di coltura per tutti i tipi di terrorismo, divenendo l’Iraq il terreno pratico e simbolico di quel “training on job” che si era cercato di eliminare in Afghanistan – e non parliamo della situazione in Palestina, che va configurandosi, al contrario di come era stato assicurato dal tandem Bush-Blair, come tragedia infinita, o meglio, “enduring”.

Tuttavia, l’altro tipo di errore è di aver sottovalutato il contro-movimento mediatico: i media, ed i nuovi media, sono tanto bravi ad occultare quanto a far resuscitare i corpi tramite un’esplosione di dettagli che ne amplificano la forza. Quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è appunto questo. Non solo le TV mostrano i corpi torturati, il medioevo che alberga anche nelle nostre democrazie, ma le fredde cifre dei morti giornalieri stanno diventando dei link Internet alle loro vite andate perdute, i portali alla concretezza delle loro storie e dei loro affetti, contro la cattiva retorica dei politici incapaci. (Whashington Post: Faces of the Fallen).

www.quintostato.it Mercoledî 5 Maggio 2004