luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Recensione di un recente saggio di Dario Edoardo Viganò sulle teorie della comunicazione e sugli interrogativi morali che l’uso delle tecnologie e il vitale ruolo dei mass media dovrebbero sollevare. Una riflessione alla luce della scienza e per una società “in divenire” Un saggio è sempre una sorta di collettore in cui confluiscono gli itinerari meditativi preferiti dallo scrittore, una trama che diviene palese quando si tratta di organizzare e offrire dei temi attraverso la raccolta di appunti e lezioni tenute regolarmente nei corsi universitari dedicati alle teorie e alla storia della comunicazione. Dario Edoardo Viganò, esperto di comunicazione, nonché docente presso l’Università cattolica di Milano e l’Università pontificia lateranense ne I sentieri della comunicazione. Storia e teorie (Rubbettino, pp. 268) si cimenta in questo percorso, al tempo stesso accademico e personale. Sebbene il titolo si riferisca alle molteplici ramificazioni del concetto di comunicazione e alle altrettante diverse impostazioni teoriche che ne fanno l’oggetto del loro studio, una prima osservazione sul lavoro attiene alla stessa abilità dell’autore di elaborare un tragitto personale nella materia, così come di costruire un testo agile, interessante e aggiornato rimanendo allo stesso tempo un valido manuale didattico. Da questo punto di vista lo scritto è…

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Luciano Petullà, dopo una sottile analisi del retroterra culturale Usa – soprattutto del periodico «Wired» dedicato alle nuove tecnologie –, ci offre un’ampia panoramica della gamma dei vari prodotti italiani Avventurarsi nella pubblicistica dedicata a Internet, e in genere a tutte quelle tecnologie di informazione e di comunicazione che hanno dato vita negli anni Novanta al fenomeno della “Net economy”, non è affatto agevole. Non abbiamo remore ad inserirci tra coloro che spesso provano un senso di disorientamento. Eppure, il giornalismo “high tech” sta entrando velocemente e stabilmente nelle pieghe delle nostre fonti informative, grazie soprattutto al fenomeno che ha reso tale settore così intrinsecamente popolare. L’insieme di pratiche e spazi di informazione/conoscenza che chiamiamo Internet ha, infatti, nella strumentazione informatica e telecomunicativa la sua struttura portante, e questa, oltre a sorreggerne l’universo, ne plasma inevitabilmente le possibilità espressive, con un grado di “libertà” mai precedentemente conosciuto in un sistema di comunicazione così tecnologicamente esteso. Lo spirito del “bricoleur” L’aggiornamento tecnologico, allora, non viene a porsi solo come una comprensione delle modalità con cui è possibile costruire le configurazioni ma, nel caso si decida di approfondirne la conoscenza, può permettere di inventarne di nuove. La Rete è piena di tecnologie…

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La mediatizzazione del mondo e dei rapporti interpersonali e informativi ha una lunga storia. Tra tutti i suoi molti resoconti forse il più attuale per lo scenario dolente cui stiamo “attivamente” assistendo è il doppio movimento che vede una prima progressione verso la “sterilizzazione” del corpo umano, la sua scomparsa “materiale” a favore di simulacri (effigi visive ed acustiche) capaci di viaggiare veloci nello spazio e/o rimanere registrati su una qualche supporto. Questa fantasmizzazione, che ha raggiunto livelli sofisticati una volta incontrato il medium elettrico, ha stimolato però un movimento opposto, richiamando le forme più autentiche del contatto e del corpo umano: uno dei problemi per i mondi ricostruiti attraverso i media è così la restituzione del corpo occultato. Questa dinamica è evidente nella gestione informativa della guerra: la possibilità tecnologica di combattere i conflitti alla stregua di un videogame asettico, legandolo ad uno stretto controllo dei giornalisti là inviati, definiti appunto “embedded”, ha caratterizzato la prima fase della guerra irachena. E’ stata una gestione provvidenziale se pensiamo che vi erano delle formidabili ragioni per essere contro l’intervento, tutto un insieme di punti di vista basati sul semplice buon senso, quello ancora capace di distinguere tra le condizioni in cui…

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Il periodo che attraversiamo è indelebilmente contrassegnato dal fenomeno digitale. Il suo espandersi non solo innova ma riadatta anche le precedenti tecniche di produzione, trasmissione e registrazione dei segnali elementari che, opportunamente elaborati, permettono di alimentare il nostro mondo comunicativo. La trasformazione dei segnali elettroottici nel linguaggio più essenziale ed economico dei bit, un codice che si sposa più facilmente con le intelligenze distribuite dei sempre più minuscoli e potenti chip elettronici, ha infine coinvolto anche il pianeta televisione. L’avvento del digitale In verità, per l’industria televisiva non è una novità in assoluto: da decenni queste tecniche sono presenti nel mondo tv, prima nella produzione e successivamente nella distribuzione, com’è evidente dalle apparecchiature domestiche quali parabole satellitari e decoder digitali. Ma il rinnovamento digitale di cui stiamo parlando, che ha fornito lo spunto per riformare il sistema televisivo italiano, riguarda questa volta la distribuzione terrestre del segnale aereo diretto che andrà a sostituire il glorioso e comune vettore analogico captato attraverso la normale antenna tv. Il nostro intervento non ha l’intento di appesantire il già vasto panorama dei commenti per richiamare un qualche aspetto peculiare della tribolata riforma, ma vuole soffermarsi sulla vicenda per l’ammanto ideologico più esterno e neutrale…

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