Le tendenze di Mary

Le complicate correlazioni degli analisti dell’ICT

Mary Meeker, conosciuta come la “regina della rete”, è una donna molto apprezzata nel panorama tecnologico mondiale benché, avendo veleggiando tra “gloria e infamia” anche come analista finanziaria nel mondo delle aziende digitali, la sua fama debba ancora scontare una coda polemica nel suo paese natio (USA). Operando nel campo fin dagli anni Novanta ella si è trovata infatti ad attraversare quel periodo economicamente tumultuoso della bolla speculativa internettiana conosciuto come dotcom bust (2001).

Per rammentare sinteticamente, nell’arco di 2 anni ben 450 nuove aziende digitali si offrirono sul mercato borsistico con proprie proposte IPO (Initial Public Offering) basandosi su modelli di business innovativi ma, per la maggior parte, altrettanto incerti se non fantasiosi. Il fascino high-tech non adeguatamente supportato dalla diffusione capillare di infrastrutture e dall’attecchimento culturale e sociale, e dunque da reali esigenze di consumo, trasse in inganno molti piccoli e grandi investitori.

Con il senno di poi si può tranquillamente dire che, per chi aveva l’onere di valutare e consigliare, la vera impresa sarebbe stata quella di uscirne completamente indenni! In ogni caso, il crollo borsistico fece molte vittime tra aziende e investitori ma sappiamo che non tutto, pensando a realtà come Amazon, Ebay e Yahoo (sponsorizzate dalla stessa Meeker), fosse poi da buttare. In ogni caso, l’evento fu così significativamente drammatico che, riavvicinandoci oggi a valori di capitalizzazione borsistica simili, il dibattito sulla sosteniblità delle dinamiche economiche del settore digitale ne richiama cautelativamente l’esperienza (Quartz, 2015), pur invitando in qualche caso ad analizzare meglio le differenze contestuali e di merito (TechCrunch, 2015).

Comunque, in questo caso Mary Meeker, attualmente venture capitalist nella Silicon Valley, interessa per il lavoro di analista nel settore del digital high-tech. Ultimamente il grande pubblico ha imparato a conoscerla grazie alla pubblicazione di report annuali che si sono imposti per originalità e capacità espositiva nel sintetizzare le tendenze nel panorama delle applicazioni e degli usi delle tecnologie digitali. In verità, il rapporto 2015 ha un po’ deluso rispetto alla vivace brillantezza che aveva caratterizzato i precedenti lavori. Ma ciò, probabilmente, è dovuto sia alla costante centralità riservata all’innovazione in quasi ogni settore, sia dall’assuefazione alle novità, quasi che a volte ci sorprendiamo che certi prodotti non fossero già presenti, attoniti tra slittamenti veri o presunti di fronte all’incedere di un futuro che diviene rapidamente passato.

Ad essere onesti tale spaesamento è un po’ generale perché la portata dei cambiamenti è talmente vasta  da renderne difficoltosa qualunque mappatura, mentre ciò che trapela è spesso solo una vista molto parziale e dunque certamente limitata. Ciò vale anche per coloro che per mestiere devono intercettare e alimentare per tempo, definendone anche gli assetti industriali, le imprese promettenti. In effetti, nel momento in cui le tecnologie digitali connettive si fanno strada in qualunque ambito fisico e organizzativo anche gli approfondimenti necessari a valutarne le soluzioni richiedono sconfinamenti analitici trasversali alle differenti specializzazioni sapienzali, mettendo a dura prova anche coloro che consideriamo i più esperti. Inoltre, il tutto avviene in quel tipico rumore di fondo alimentato dall’incedere dei vari flussi digitali su cui ormai si incardinano le nostre azioni quotidiane praticamente in ogni ambito di vita. Flussi da tenere comunque presenti per il loro valore nel segnalare cambiamenti o predisporre/sollecitare il campo in cui veniamo a operare, dunque anche la natura e le modalità dei consumi.

Insomma, non solo si è tutti un po’ colpiti da un certo disorientamento, persone comuni e professionalizzate, ma lo stesso, per chi opera con obiettivi di analisi, è un ulteriore input di studio per capire dove si potrà andare effettivamente a parare. Tenendo conto di questa difficoltà si possono comprendere gli scivoloni in cui possono incappare anche i più ferrati. Ad esempio, interpreto in questo senso la recentissima esternazione del semiologo e saggista Umberto Eco che, non certo elegantemente, si è lamentato di come i nuovi spazi creati dalle tecnologie digitali, agevolando positivamente le azioni di una gran massa di persone, riescono tuttavia a dare una visibilità immeritata anche agli “imbecilli”. A mio parere, un antesignano di una concezione culturale inclusiva delle forme più varie e popolari della comunicazione, che rimane ancora una posizione eretica per i più, non voleva certo affibbiare patenti culturali gerarchizzanti. Più semplicemente, il suo intento potrebbe essere stato quello di lamentare le insidie di una piattaforma comune in continua evoluzione e su cui stanno miliardi di persone che, in un’opera continua di contaminazione e ribollimento di azioni e contenuti, sembra complicare più che agevolare la produzione di discorsi efficaci e seriamente argomentati. Provenendo da una persona notoriamente acuta e propensa alle novità proprie del mondo della comunicazione, il fatto segnala come minimo il disagio per la fine irreversibile degli spazi sicuri, perché schermati in qualche modo da tecniche e metodologie certificate, su cui una volta potevano contare i professionisti.

Tuttavia, queste prese di posizione pagano troppo pegno a ciò che si cattura ed emerge, è il caso di dire, superficialmente, indicando la difficoltà a comprendere la variegata ricchezza e gli intrighi degli sviluppi in atto – un’attività che, per quanto sempre più difficile, si configura ancora come uno specifico mestiere per le articolazioni degli effettivi/potenziali sviluppi. In un lavoro teso a comprendere le nostre relazioni con ì media elementari, ovvero gli ambienti, elementi e strumenti che consideriamo ormai naturali ma che tuttavia da sempre intermediano la visione e il nostro essere e agire nel mondo, lo storico e filosofo dei media John Durham Peters sintetizza efficacemente ciò che, ad esempio, il medium nave è stato per l’essere umano.

La nave è un vero letto di semina di innumerevoli arti quale la navigazione, la lettura del cielo e delle stelle, le mappe, le annotazioni del tempo, la documentazione, la carpenteria, l’immersione marinara, la fornitura e la preservazione, la containerizzazione, la divisione del lavoro, la sorveglianza nelle 24 ore, la difesa, il controllo del fuoco, le tecniche di stabilizzazione, l’allarmistica e la gerarchizzazione politica… la navigazione ha lanciato [anche] la nozione di rischio e la pratica assicurativa … (2015, p. 104).

Smart_companySpulciando e scorrendo una mappa interattiva tenuta aggiornata negli anni dalla rivista del MIT, indicante le imprese che introducono con successo più novità nei diversi settori in cui operano, si riesce a percepire sia la profondità che la varietà di questa continua opera di sviluppi spesso tra di loro intersecanti.
L’ultimo report della Mekeer ci offre allora diverse sponde argomentative: fare il punto sullo stato dell’arte delle applicazioni e degli usi delle tecnologie digitali/connettive che alimentano le logiche e gli interessi che sostanziano/strutturano questa potente piattaforma comune, ma anche entrare con maggiore dettaglio nel merito delle dimensioni economiche, sociali e culturali considerate da coloro che devono valutare/supportare, con tutti i limiti e l’unilateralità degli interessi incarnati, ciò che poi diventeranno prodotti e servizi a noi disponibili.

Da questo punto di vista, il rapporto 2015 della KPCB, l’azienda consulenziale con cui collabora la Meeker, sembra segnare una svolta in quanto, pur continuando a segnalare le potenzialità del settore, avverte l’esigenza di analizzare dimensioni più strutturali per indirizzare con acume gli investimenti. In effetti, nelle ultime due decadi il mercato ha assistito a un consolidamento che ha visto il successo suadente di alcune realtà aziendali che hanno saputo presiedere e sfruttare al massimo le esternalità di rete in alcuni settori chiave, per insediarsi stabilmente nel cuore funzionale sia della stessa infrastruttura di internet che dei suoi innumerevoli fruitori.

Da parte nostra proveremo a illustrare più discorsivamente, in una selezione mirata, alcuni sviluppi descritti sinteticamente nelle centinaia di slide contenute nel report e lo faremo all’interno di un prossimo articolo dedicato alle sfide dell’imprenditorialità che vuole nascere dalla/sulla rete.

 

Riferimenti

KPCB, 2015 Internet Trends.

Peters, J. D., 2015, The Marvelous Clouds. Toward a Philosophy of Elemental Media, Chicago, The University of Chicago Press.

50 Smartest Companies”, MIT Technology Review.

Umberto Eco, Internet dà diritto di parola a legioni imbecilli“, 12/6/2015, ANSA.it.

The Return of the Queen“, 1/6/2004, CNN Money.com.

Tech Bubble? Maybe, Maybe Not”, 2015, TechCrunch.com.