Qualche riflessione sulla tv digitale

Il periodo che attraversiamo è indelebilmente contrassegnato dal fenomeno digitale. Il suo espandersi non solo innova ma riadatta anche le precedenti tecniche di produzione, trasmissione e registrazione dei segnali elementari che, opportunamente elaborati, permettono di alimentare il nostro mondo comunicativo. La trasformazione dei segnali elettroottici nel linguaggio più essenziale ed economico dei bit, un codice che si sposa più facilmente con le intelligenze distribuite dei sempre più minuscoli e potenti chip elettronici, ha infine coinvolto anche il pianeta televisione.

L’avvento del digitale
In verità, per l’industria televisiva non è una novità in assoluto: da decenni queste tecniche sono presenti nel mondo tv, prima nella produzione e successivamente nella distribuzione, com’è evidente dalle apparecchiature domestiche quali parabole satellitari e decoder digitali.
Ma il rinnovamento digitale di cui stiamo parlando, che ha fornito lo spunto per riformare il sistema televisivo italiano, riguarda questa volta la distribuzione terrestre del segnale aereo diretto che andrà a sostituire il glorioso e comune vettore analogico captato attraverso la normale antenna tv.

Il nostro intervento non ha l’intento di appesantire il già vasto panorama dei commenti per richiamare un qualche aspetto peculiare della tribolata riforma, ma vuole soffermarsi sulla vicenda per l’ammanto ideologico più esterno e neutrale che ci sembra sia stato utilizzato, vale a dire il richiamo alla tecnologia come leva per un avallo che ha ragioni di potere e politiche.

Il dibattito ideologico
Per maggior chiarezza, richiamiamo sinteticamente anche il nocciolo ideologico più interno, quello che ha scatenato la massima attenzione e complicato di molto la soluzione, creando una condizione che pone un problema oggettivamente intrattabile.

In effetti, sulla questione si contrappongono due tesi scarsamente conciliabili. Da una parte vi è la perplessità di chi riflette sul fatto che a occuparsi della riforma di riordino del sistema della tv italiana sia lo stesso soggetto che, per fortuna o disgrazia, detiene politicamente il potere esecutivo è, allo stesso tempo, il controllo del 90 % del mercato tv italiano, in maniera diretta nel settore privato in quanto proprietario e indirettamente in quello pubblico per il potere di nomina o per la predisposizione all’ossequio nei confronti del potere politico dei funzionari pubblici.

Va detto che nel mondo, laddove vige una democrazia di massa che delega la gestione dei propri interessi agli uomini politici in base a dei liberi convincimenti, si pone la massima attenzione ai meccanismi che possono alterare, influenzandoli dal loro interno, la formazione delle opinioni. Di base, il processo di maturazione dei convincimenti avviene tramite una conoscenza diretta e indiretta dei fatti.

In realtà il canale indiretto, data la complessità e l’estensione delle attività e delle aree di azione nelle società moderne,  è divenuto preponderante come fonte di approvvigionamento delle informazioni e della conoscenza. I media della comunicazione, nella loro variegata composizione, sono i canali privilegiati per coprire e servire tale esigenza. La loro opera di organizzazione, filtraggio e approfondimento basilare per la definizione e la risoluzione tempestiva dei nostri problemi.

Non solo. I media sono anche i mezzi che ci legano alle persone a cui deleghiamo la gestione e la soluzione di questi affari, a volte la nostra unica forma di contatto. Nessuna meraviglia, quindi, che si cerchi di evitare l’imbarazzante situazione di trovarsi in circostanze che potrebbero determinare posizioni di privilegio per un qualsiasi gruppo di pressione. Se il freno etico non è sufficiente, ovvero l’imbarazzo di essere in una posizione vantaggiosa non è percepito come tale, vi sono sbarramenti legislativi che impediscono alle persone di scendere in campo dotati di privilegi che, anche solo teoricamente, potrebbero influenzare surrettiziamente i dibattiti e le deliberazioni riguardanti la cosa pubblica.

A contrapporsi a questa visione, provando spesso a difendere l’indifendibile, vi sono coloro che reputano tali considerazioni retrograde di fronte alla nascente e proliferante società dell’informazione. Nella sostanza, costoro affermano che tutti hanno modo, da subito, di approfittare della molteplicità e delle diversificazioni delle fonti informative. Insomma, in Italia (paese originale) si può sperimentare una qualche forma di scorciatoia alternativa alle fumose ipotesi di un monopolio informativo del potere, utilizzando però come giustificativo, in maniera questa volta poco originale e in versione digitale, il manto ideologico della tecnologia.

Il trionfo della comunicazione
Sulla lunga tradizione profetica delle utopie e sulle loro più o meno nascoste contraddizioni tra le speranze propagandate e gli interessi praticati è ultimamente ritornato in maniera implacabile lo studioso francese Armand Mattelart nel libro Storia dell’utopia planetaria. Dalla città profetica alla società globale, (Einaudi, pp. 430). L’autore ci rammenta che le tecnoutopie sulla comunicazione non sono un fenomeno nuovo e non nuova è la tendenza a perpetuare le posizioni di potere attraverso di esse.

Un esempio veramente curioso lo abbiamo nel XV secolo con il tentativo della potenza spagnola di difendere legalmente le sue rotte oceaniche per accedere alle mirabolanti risorse del Nuovo Mondo, bardandole addirittura con una sorta di brevetto– era il mare il medium per eccellenza del tempo.  Partendo da qui, Mattelart ci accompagna fino all’attuale sviluppo delle reti telematiche.

In effetti, il termine digitale, come quello di informazione, si presta a un tale genere di slanci, indicando già di per sé una categoria che gode di una legge speciale: quella dell’espandibilità. Tale caratteristica, perniciosa per l’analisi, introduce un elemento ideologico progressista, vale a dire un senso di spinta in avanti che si sposa perfettamente con l’idea di riforma.

Nel caso della tv digitale terrestre sembra andare tutto nel verso giusto, dal momento che l’elemento tecnologico – trasmettere in tecnica digitale, inviando codici binari invece che segnali analogici sulle attuali frequenze dello spettro aereo intasato – apre il settore a nuove realtà comunicative e alla moltiplicazione delle fonti perché comporta una moltiplicazione dei canali disponibili (per i nazionali di 5 volte, per i locali di 3) senza penalizzare le emittenti già esistenti.

La convivenza tra analogico e digitale
Ma non vi è solo un effetto di efficienza, si apre anche una nuova era di diversificazione e qualità dei contenuti in quanto si rimodula una tipica produzione broadcasting, sparsa indifferenziatamente su tutti e che giocoforza deve mediare i gusti del maggior numero di persone, per andare alla ricerca di pubblici più selettivi e maggiormente interessati.

In linea teorica tutto è plausibile, ma, come sempre accade nel proporre il tecnicismo tecnologico come rimedio medicamentoso, nel ragionamento si trascurano molti aspetti non secondari. Il primo, è stato notato, è la proposta di un processo in divenire che ha incognite e tempi di attuazioni legati proprio agli sviluppi tecnologici degli stessi apparati, in termini di configurabilità e di effettivo dispiegamento, così come alla loro diffusione sociale, un processo storicamente misurabile in decadi che contrasta fortemente con la voglia di affrontare una questione che ha scadenze di cogente attualità.

Il secondo aspetto, che in fondo è l’esplosione in maggior dettaglio del primo, è che il piano digitale conviverà con quello analogico, come rilevava Antonio Sassano, docente presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma nel convegno Isimm «Servizio pubblico e pluralismo televisivo nell’era del digitale terrestre», tenutosi a Roma, presso la Camera dei Deputati, qualche tempo fa. Soprattutto, l’efficacia del piano dipenderà dall’essere centralmente governato in quanto è basato pur sempre su di una risorsa scarsa, vale a dire sullo stesso spettro di frequenze che è comune a tutto il territorio nazionale.

In realtà, non sarà un processo a valanga guidato da un mercato che brama, ma un piano che camminerà più mestamente sulle gambe dei decisori politici e, si può aggiungere, anche sulle sentenze dei tribunali visto il livello di conflittualità sul tema.

L’“audience” e la qualità dei contenuti
Un altro aspetto riguarda i nuovi modelli di business che puntano su un contenuto ricco e alternativo. La questione ancora non ben definita interessa tutto il mondo digitale: Internet, il re effettivo dei contenuti, per giunta ritagliati fino all’inverosimile sulle idiosincrasie dell’utenza e in una vera modalità a due vie, ha sofferto e sta soffrendo proprio di questo male.

Il rischio, allora, è che a investire sul digitale tv, dove contano ancora in maniera prevalente le economie di scala, meglio note come audience, per attirare gli investimenti pubblicitari, rimangano fondamentalmente i soliti noti, in una spirale che danneggia proprio i nuovi venuti, coloro che devono investire senza avere alle spalle il motore ancora marciante della tv analogica. Senza contare che la produzione o acquisizione dei “buoni” contenuti è tradizionalmente costosa.

Che storicamente si sia creata nel mondo delle telecomunicazioni una divisione tra chi produce il contenuto e chi lo trasporta è anche conseguenza di questo fatto, vale a dire dell’accertata difficoltà a gestire le specificità e le economie dei due fronti. Generalmente, soprattutto in presenza di economie di scala ridotte, la produzione dei contenuti e a volte anche la loro distribuzione, entrambi vitali per il funzionamento di una società complessa, che si fluidifica attraverso i processi comunicativi, è sostenuta con l’aiuto degli Stati.

In definitiva, ci sarà ancora chi potrà contare sugli introiti basati sul valore dell’audience, il parametro su cui si misura il business della tv, mentre i nuovi venuti arrancheranno in un mercato che inevitabilmente si frammenta fino a perdere la specificità del medium stesso rispetto a modalità concorrenti quali, ad esempio, la distribuzione di programmi video direttamente su Internet (Adsl e simili). Un’architettura economica dunque un po’ strabica: i primi possono ragionare con il volume degli introiti della tecnica classica, i secondi solo con quelli tribolati delle nuove frontiere.

Alcuni aspetti del digitale
Infine, la possibilità di usare una categoria così flessibile perché pervasiva, come appunto quella del digitale, ha permesso di annegare la specificità del medium tv in un montante mondo che abbraccia tutte le altre forme di comunicazione mediata, elettronica o no.

Anche in questo caso c’è di vero che la dieta comunicativa giornaliera è in via di riadattamento di fronte al crescere di strumenti quali il wireless multimediale, Internet, ecc. Ma, ancora una volta, è un processo in divenire che non riesce a cancellare il divario rispetto alla specificità del “medium” stesso.

Ad esempio, prendiamo in considerazione una caratteristica strutturale: la televisione non soffre di un digital divide grazie ai suoi alti livelli di penetrazione domestica, che sfiorano il 100% quasi dappertutto.  Internet in Italia, in modalità always-on, sempre connesso, tocca attualmente il 4 %; in modalità saltuaria il 35 %.

Oppure, analizzando il tutto da un punto di vista più culturale, notiamo come la tv sia un medium addomesticato e oramai amico e compagno costante, a cui possiamo abbandonarci con naturalezza. Il massaggio elettronico è la fortuna anche di chi produce, in quanto riesce a calibrare pochi eventi qualificanti lungo un flusso audiovisivo anonimo e sinceramente piatto. Sennonché, nei momenti topici, sa improvvisamente riattrarre a sé tutta la nostra attenzione e il nostro corpo, catapultandoci all’istante, noi, «eremiti di massa», in una dimensione comunitaria unica.

Il punto di vista economico e politico
Vi è dunque un valore insito in una diffusione immediata e centralizzata di informazioni e programmi che non può essere nascosto e spacciato come trascurabile ai fini della politica. Da tale punto di vista, e anche questo è un paradosso se ci si richiama veramente al libero gioco del mercato, il passaggio al digitale terrestre si svilupperà per la tv in maniera più pilotata e oliata, nel segno strombazzato di una “nostra” qualche convenienza.

Così non è, invece, per quelle tecnologie di comunicazione persona-a-persona meno controllabili e quindi, per certe logiche, meno convenienti da oliare quali ad esempio il telefono, che, pur popolari e fortemente bramate, devono sottostare interamente alle complesse dinamiche del processo di trasformazione digitale. Nel nostro saggio L’Internet Telephony. Storia sociale di un medium della new economy (Rubbettino, pp. 264) abbiamo cercato di illustrare questo passaggio che, nello specifico, parte nel 1995 per approdare prepotentemente solo ora sul fronte dell’utenza, dopo un periodo frastagliato di incubazione ecologica con l’esistente.

Insomma, vi è il sospetto che si sia un tantino esagerato con il self fullfilling prophecy, le profezie autoavverantesi, soprattutto dopo un periodo, quello della new economy, che ha dimostrato come proprio nel mondo digitale vi siano regole economiche più insidiose e spesso alternative a quelle consuete, che, dunque, richiedono un certo tempo di attecchimento sociale, una condizione che non gradisce le eccessive fughe in avanti.

Va benissimo pensare in un’ottica sistemica, ed è obbligatorio intervenire con un’opera di governo nei promettenti scenari tecnologici, ma è difficile farlo senza il rischio di rimettere  in discussione qualcosa. Anzi, in genere, si interviene per spezzare il consolidato, ritenendolo il fattore frenante.

La novella alba del digitale
Un nuovo mondo, brulicante di idee e di tecnologie capaci di interpretare e supportare inedite configurazioni sociali ed economiche, si sta dunque affacciando, ma sarebbe ingenuo non leggere le sottostanti trame nel loro completo ed ambiguo dispiegarsi, così come le eredità o la costituzione di specifici interessi, un insieme ben evidenziato dal libro di Carlo Formenti Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy (Einaudi, pp. IX-311).

Il digitale in sé non può essere dunque il solo marchio che fornisce validità sociale a un’impresa a cui sembrano poco credere anche gli stessi proponenti visto che l’iniziativa di inviare un noto canale televisivo proprio sul satellite della tv digitale, attualmente lo stadio digitale per essa più avanzato in termini di consolidamento funzionale e offerta arricchita all’utente, è vista come una sicura perdita economica e fonte di catastrofi lavorative, quasi che quelle opportunità fossero delle nicchie da riservare ad altri.

Scriptamanent.net. Anno II, n. 11, Aprile 2004