Sulla storia di una Storia dei media

Appendice alla storia del telefono

Insieme a molti altri autori sono stato invitato a contribuire a una riflessione sugli sviluppi dei media avendo come filo conduttore l’aspetto evolutivo e quindi storico di alcuni medium particolarmente importanti. In linea con una certa specializzazione e insieme ad un acuto compagno di avventura ci siamo così soffermati sul telefono provando a far emergere per grandi linee e con un taglio sociotecnico le evoluzioni e implicazioni di questo fondamentale dispositivo mediale della modernità. Il breve saggio, “Il prima e il dopo della vita con il telefono”, è disponibile presso il sito della rivista Mediascape Journal.

Ne parlo qui non tanto per pubblicizzarlo ma per ritornare criticamente sul senso del lavoro svolto alla luce degli interventi con cui si trova ora associato. A posteriori, la pubblicazione dell’insieme dei contributi rimanda spesso a un’ulteriore riflessione riguardo a cosa poi abbia più sollecitato i partecipanti rispetto al compito originariamente assegnato, il che diventa anche occasione per aggiungere quello che, per esigenze di linearità espositiva e di format, non si è potuto allora inserire.

Il “cold case” dei media

A rileggere l’insieme delle riflessioni si rimane davvero affascinati dalla molteplicità delle angolazioni che il tema storia/e e media può offrire a livello di analisi sociale, e ciò riafferma come sia necessario riflettere e continuare ad aggiornare le teorie e pratiche che concernono l’indissolubile nesso tra il farsi delle nostre storie (con la s minuscola e maiuscola) e i media. Un nesso che, visto da un ambito mediologico, ovvero dello studio delle tecnologie che intermediano e ricombinano le sfere sensoriali, cognitive ed espressive dei corpi umani e sociali, sta divenendo sempre più ineludibile – si pensi alla nostra massiccia ibridazione con ambienti e supporti ormai normalmente innervati da tecnologie di informazione e comunicazione fortemente interrelate, così capaci di ridurre e amalgamare ogni distanza spazio-temporale.
Se questo è l’orizzonte, da un punto di vista storiografico si ha davanti, come minimo, un doppio compito. Da una parte, riportare alla luce, in quanto fattori intervenienti e delicati per la costruzione delle nostre realtà, la storia e gli interessi che hanno dato (e forniscono) vita ai media; dall’altro, analizzare l’attualità (storie, eventi, fatti, pratiche sociali, ecc.) tenendo conto dei fattori e aspetti mediali.

La verità è che lo studio dei media, ancor più che quello della Storia, rimanda sempre a un “cold case”, l’investigazione su un evento o su un corpo/artefatto che nel passato è stato in qualche modo deliberatamente oscurato/occultato.

In generale, come ci ricorda un grande storico dei media come lo statunitense Daniel Czitrom, vi è sempre un’intrinseca difficoltà nel lavoro storiografico:

la storia è un atto di immaginazione. Dovete provare a ricreare un evento, un milieu, la vita di una persona o qualunque altro accadimento su cui si sta lavorando usando ogni genere di risorsa si riesca a reperire. Tuttavia, personalmente credo che il migliore lavoro storico vada oltre quello di interpretare e dare significato agli eventi, ed è quello di riportare la gente in vita cosicché il lettore possa comprendere le scelte che le persone hanno affrontato in quel particolare periodo.

Ma i media, in quanto oggetto o fattori di storia, aggiungono normalmente di loro un ulteriore strato di difficoltà. I media, infatti, nel loro compito di materializzare un contenuto tendono a dematerializzarsi, e tanto sono più efficaci nel loro lavoro, tanto più scompaiono alla nostra attenzione. Più performano, meno appaiono. È una legge che vale per tutti gli apparati di comunicazione, tanto che Marshall Mcluhan, volendo alzare il velo sulle dinamiche che li contraddistinguono, aprì questo filone di studi provando a invertire l’ordine di importanza nel sentire comune con lo slogan che è “il medium il messaggio”.

Le amputazioni storicistiche dei media

Il fatto é che ci amalgamiamo cosi naturalmente con le nostre protesi comunicative da metterle aproblematicamente nel sottofondo come propellente acquisito per elaborare ulteriori attività, e solo in caso di un “inceppamento” ci accorgiamo della loro presenza/materialità. In particolare, i media elettrici, che hanno ampliato i nostri sensi e le nostre capacita cognitive nello spazio e nel tempo grazie all’istantaneità trasmissiva e la registrazione puntuale dei segnali analogici, hanno anche messo in crisi apparati e metodologie comunemente (e per qualcuno, convenientemente) ereditate come più adatte ed efficaci per monitorare, preservare o estendere le nostre organizzazioni di vita ai posteri. Sebbene sospinte verso un doveroso aggiornamento tecnologico per accogliere le nuove tecniche documentali dell’audio-visivo – cosa in verità non proprio semplice per l’impegno tecnico ed economico richiesto – il fare storia per “elaborare l’immagine da consegnare ai posteri per l’eternità” è rimasta per lo più confinata alla “monumentalità di una tomba scritturale”, come ben si dice nell’introduzione della rivista (Borrelli, Fiorentino).

Su queste preferenze “metodologiche” di riportare e filtrare il passato e sulle sue limitazioni “mediali” si sono fatte molte riflessioni. Per il nostro contesto “telefonico” quelle dovute alle “amputazioni storicistiche” del medium vocale umano ci sembrano le più appropriate.
Sulle difficoltà di descrivere la voce in quanto esperienza piena e corporea della vita, anche nella sua versione disincarnata del telefono o dei vari media, possiamo allora citare la testimonianza di uno dei più grandi studiosi del fenomeno, Steven Connor, che in questo limite in termini di “storicizzabilità” individua propriamente gli elementi che ne spiegano la forza psicosomatica ed esperienziale:

Che cos’è la voce? La voce è sempre la voce del sogno e non riusciamo mai a parlare della sua esperienza se non nel registro della fantasia, del desiderio, dello spettro e del mito. Anche e forse specialmente quando possiamo parlarne in termini di materialità, evochiamo sostanze immaginarie e poteri mitici. La voce fuoriesce dal corpo come gemello del corpo – un doppio del corpo. Ho impiegato sei anni per scrivere La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio [Connor, 2000], un libro che ho l’abitudine di chiamare come ‘la storia della voce disincarnata’ per arrivare a dire, almeno a me stesso, che non c’è una voce disincarnata – non vi è voce che non ha qualcuno, o qualcosa di un corpo di qualcuno, in essa. Tuttavia, troppo spesso, la voce è esperita come più-di-un-corpo, come corpo proiettato, perfezionato. Viviamo nell’epoca dell’amplificazione e trasmissione di voci che sono più-ampie-della-vita, che sono la vita stessa ampliata. Ma la voce è anche immaginata come superlativa in altri modi – come corpo sofisticato, ad esempio, o reso più delicatamente sensibile, o più fluente. La voce è la seconda vita del corpo, qualcosa tra una sostanza e una forza – una fluidità che è ancora una forma. La voce è vissuta e immaginata come la vita del suo soggetto. In realtà possiamo affermare che la stessa idea di vita è derivata in parte da tali magiche fantasie di vigore e virilità. La voce è così saturata dal sogno ansioso della nostra ‘vita’ perché è essa stessa uno dei più importanti componenti di quella volontà-di-vita” (p. 17).

Lo splendore dei media

Locke è un film scritto e diretto dal regista e scrittore inglese Steven Knight. Uscito nel 2013, ha come protagonista il bravissimo attore Tom Hardy nei panni di Ivan Locke, attorniato da altri attori (Tom Holland, Olivia Colman, Andrew Scott, Ruth Wilson, Ben Daniels, Alice Lowe) che però non vedremo praticamente mai in scena perché interagenti con il protagonista solo attraverso la voce del telefono.

Il film è infatti una serie continua di telefonate (ben 36) effettuate dal protagonista durante un viaggio in macchina organizzato frettolosamente in seguito alla notizia che una collega, con cui ha avuto un avventura occasionale 7 mesi prima, stava partorendo prematuramente – nonostante confessi a sua moglie che si è trattato solamente di un’occasionale debolezza, Locke non vuole commettere lo stesso errore del padre, che abbandonò la famiglia proprio alla vigilia della sua nascita lasciando in lui un trauma permanente.

La improvvisa trasferta in macchina da Birmingham, dove è impegnato nella fase finale di un importantissimo lavoro, e l’ospedale di Londra, in cui sta avvenendo il parto, diviene il set mobile in cui si concentrano per Locke delle esperienze intensissime e drammatiche, tutte gestite e vissute con l’ausilio del telefono – il regista spiega in un’intervista come il film sia stato girato tutto in presa diretta, comprese le chiamate telefoniche tra una stanza di albergo, in cui ha concentrato gli altri attori, e l’autoveicolo in cui agiva e rispondeva Tom Hardy. (Attraverso le interlocuzioni foniche Locke parla e coordina le delicate fasi ultimative del suo lavoro – sia con il suo arrabbiatissimo responsabile che i meno esperti collaboratori –, confessa l’occasionale infedeltà alla moglie attonita, prova a giustificare il mancato rientro a casa ai figli – così trepidanti e in attesa di vedere insieme la finale dell’amata partita di calcio –, cerca di calmare ripetutamente le ansie dell’amante partoriente…).

Nonostante appaia difficile, posso assicurare che nell’incedere degli avvenimenti, che comporteranno risvolti drammatici, il film mantiene la tensione di un thriller per cui, per coloro che lo avessero perso, non rivelerò altri risvolti della vicenda se non che il film si chiude con Locke che, quasi in prossimità dell’ospedale, riceve un’ultima telefonata tramite cui potrà ascoltare i primi vagiti del neonato.

Ecco, nonostante nel nostro articolo sul telefono si sia provato a far emergere una gran parte di aspetti socialmente interessanti e, crediamo, originali, solo attraverso le potenzialità e le sensibilità descrittive di un altro medium elettrico è possibile restituire al dispositivo telefono il suo pieno splendore, ovvero il suo incredibile contributo alla coevoluzione  del nostro spettro strumentale, che ci rende quasi onnipotenti nella nostra estendibilità corporea, pregnanti di interattività e affettività comunicativa, un racconto esperienziale questo molto più appropriato e preciso rispetto a una descrizione che, fosse anche brillante, rimane pur sempre, in termini esperienziali, una trappola “scritturale”.

Il problema allora, ben individuato e analizzato in alcuni articoli della rivista, è quello di volere e sapere integrare documentalmente tutti i registri mediali utili a “comprendersi e raccontarsi nel migliore dei modi” (Pireddu), un impegno che richiede la capacità di intendere archeologia e attualità dei media (come afferma lo storico e filosofo della comunicazione John Durham Peters “è il corpo umano la madre di tutti i media”) .

Anche su questo il film di Steven Knight può dirci qualcosa. Nonostante l’utilizzo di una sofisticata tecnica registica, alla domanda di come sia riuscito a mantenere una così alta e avvolgente intensità drammatica rimanendo praticamente in uno stesso habitat e senza la variabilità apportata dalle entrate fisiche di diversi attori, il regista spiega ciò che per lui è stato il fattore centrale di questo successo.

Bisogna ritornare allo storytelling. Quando siete con i vostri bambini o attorno a un camino a raccontare una storia le persone iniziano a vedere le immagini nella loro testa. Una delle cose più belle che le persone hanno detto di questo film – e ciò mi ha reso realmente felice – è che esse hanno dimenticato di non aver visto gli altri personaggi [ma li hanno sentiti parlare, il che, secondo Connor, sono stati ugualmente presenti grazie al loro corpo vocalico… n.d.r]. Tutti noi abbiamo l’abilità di creare immagini nella nostra testa. Questo è ciò che credo Locke faccia. Ritorniamo a una vecchia forma di storytelling. Non fate vedere le persone e gli spettatori iniziano a crearli da sé (Buckmaster, 2014).

 

Bibliografia

Borrelli, D, Fiorentino, G., 2017, a cura, Lo splendore dei media. I mezzi di comunicazione che hanno fatto la storia, Roma, Mediascapes Journal N. 8.

Buckmaster, L., 2014, “Interview: Steven Knight writer/director of Locke“, DailyReview.com.

Connor, S., 2000, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, Roma, Sossella.

Connor, S., 2014, Beyond Words: Sobs, Hums, Stutters and Other Vocalizations, London, Reaktion Books.

Czitrom, D., professor of History.

Locke (Steven Kight, 2013).

Peters, J. D, 1999, Parlare al vento. Storia della idea di comunicazione, Roma, Meltemi, 2005.