luciano petullà

systems and dimensions of new communication

I primi 25 anni di Linux Oltre ad essere una delle arti distintive della modernità, la musica jazz è spesso citata come modello organizzativo ed espressivo ideale per la sua capacità di stabilire il giusto interplay fra l’idiosincraticità dell’individuo e l’armonia del gruppo – caratteristicamente, e a turno, i musicisti hanno la massima libertà di esprimersi creando, rispetto al tema e alle armonie centrali, variazioni musicali che diventano veri temi alternativi in schemi che, quando riusciti, si sposano con le sensibilità e il lavoro degli altri componenti del gruppo. Tale produzione di innovazione collettivamente controllata mi fa pensare alla storia e ai risultati raggiunti dai prodotti e dai progetti che si richiamano allo sviluppo di software open source, ovvero del software applicativo che si giova dei contributi di qualunque soggetto sia in grado di comprenderne le funzionalità leggendone il codice sorgente – la condizione esplicita per partecipare è quella di mantenere il codice aperto e documentato cosicché qualunque persona possa migliorarlo e/o aggiungere nuove funzionalità. Consentire il libero utilizzo del software e lasciare il codice aperto vuol dire mettere a disposizione di tutti il file originario contenente le istruzioni date al computer – istruzioni scritte in un linguaggio leggibile da…

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Emergenza occupazionale e technological unemployment I cambiamenti sociali ed economici sono una costante dell’epoca moderna che, fin dalla metà del Settecento, ha visto il susseguirsi di innovazioni spesso così radicali da essere definite rivoluzioni per le pesanti ricadute che hanno rappresentato per la vita delle persone in termini di riadattamento esistenziale. Uno dei temi che si ripresenta ciclicamente nei periodi caratterizzati da una crisi rilevante nei modelli di produzione e consumo è il lavoro nel suo problematico rapporto con le innovazioni tecnologiche, un fenomeno tendenzialmente ineludibile che l’economista  statunitense John Maynard Keynes  contrassegnò nel 1930  con la definizione di technological unemployment. L’argomento alimenta ovviamente un dibattio caldo che ripropone normalmente la dicotomia tra chi,  nell’inevitabilità delle dinamiche competitive industriali e commerciali, considera la tecnologia salvatrice nella sua capacità di creare sempre realtà/attività nuove e chi, invece, le assegna un ruolo prevalentemente nefasto per quasi ogni genere di occupazione. Ultimamente, alla luce di una persistente crisi economica e al declino e ristrutturazione di molte attività, soprattutto sotto la spinta delle tecnologie digitali incorporate (quasi) in ogni oggetto e interconnesse in rete, la questione sta assumendo un’importanza centrale. O, per dirla in altro modo, cresce la sollecitazione perché, alla luce dei nuovi paradigmi energetici e…

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Limiti, imprese e responsabilità dei software culturali Una recente campagna pubblicitaria promossa dalle Nazioni Unite — creata per attirare l’attenzione sulla prevalenza nel mondo delle opinioni sessiste e discriminatorie riguardo al genere femminile — è stata ideata sulle funzioni di ricerca di Google. Più precisamente, essa ha sfruttato il motore introducendo un accenno di parole del tipo “women should …” per mostrare poi i suggerimenti offerti  dalla funzione predittiva per ultimare i termini della ricerca. L’algoritmo, che dovrebbe tenere conto sia delle ricerche più frequenti fatte dall’utenza sia delle combinazioni testuali riconosciute in quell’oceano di contenuti raccolti sulla rete, ha così portato alla superficie quanto di stereotipato sul tema possa circolare. Nelle immagini della campagna le risposte diventano allora una sorta di bavaglio che silenzia la vera voce e personalità delle donne. Il successo della iniziativa (credits: Memac Ogilvy & Mather Dubai) nel rivelare i pregiudizi in maniera così incisiva e stridentemente attuale, in considerazione della nostra condizione post-moderna che si suppone così potentemente supportata in termini di tecnologie del pensiero, si può misurare con il dibattito aperto su twitter seguendo l’hashtag: #womenshould, ma anche dalle successive imitazioni, come quella sul razzismo con l’iniziativa australiana Racism. It Stops With Me. Sull’importanza…

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L’incubo delle gabbie e il lievito delle contraddizioni Per i paesi collocati geograficamente e culturalmente nella regione occidentale del mondo  il mese di agosto è notoriamente un periodo in cui i pensieri per le vacanze, nella loro effettiva possibilità di concretizzazione — quindi di frustrazione o soddisfazione — possono favorire sentimenti controversi ma quasi tutti portatori di distrazione. Non conosciamo le effettive ragioni, ma potremmo anche pensare che sia questa la ragione che ha favorito il brutto incidente in cui è incappato Google, uno dei  pilastri fondamentali di internet — scherzosamente, qualcuno ha imputato il fatto alla decisione della stessa di non permettere più ai propri dipendenti di utilizzare il 20% del tempo di lavoro per progetti che esulano dai compiti specificamente assegnati…). Per la prima volta dopo molti anni — ma ora Google ha veramente un ruolo molto più centrale nella Rete — tutti i servizi dell’azienda sono venuti a mancare comportando un blackout di 11 minuti, in Europa dalle 1:37alle 1:48 AM del giorno 17/8/2013. La cosa impressionante è che il traffico globale di internet, secondo la ricostruzione di alcuni analisti, è contemporaneamente sceso di oltre il 40%!! Dunque, un evento enorme. “Come utenti siamo abituati a confidare…

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La cultura del real-time Parte 3/ La condizione d’immediatezza A questo punto non manca di riaffacciarsi  un’antica e ricorrente questione mediale e, con essa, il bisogno di diradare gli associati e fallaci pregiudizi  morali. La telepresenza – che può essere compresa nei termini della possibilità, e sempre più per molti, della preferenza, “di tenersi in contatto” senza in realtà, letteralmente, essere in contatto – non dovrebbe essere considerata come una condizione del tutto deficitaria. Con ciò voglio dire che la telepresenza deve essere compresa come un modo esistenziale distintivo di presenza, che esiste insieme alle relazioni dirette e incarnate di presenza, ma che non è da ritenersi o valutare in termini negativi in quanto giudicabile solo rispetto a un modo esistenziale “ben definito” di dover essere presenti anche con il corpo (p. 111). Gli esempi di pregiudizi sulle nuove possibilità di contatto ottenute su basi tecnologiche sono innumerevoli. Le critiche a una condizione di vita immersa nei flussi di contatti istantanei che portano le persone a stare inevitabilmente nello stato di impazienza le troviamo già nel racconto di E. M. Foster The Machine Stops pubblicato nel 1909. Tuttavia, rammenta Tomlinson, prima che si creassero queste condizioni vi era una certa…

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I giornali nella tempesta digitale In una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle informazioni il giornalista Piero Ottone ci offre alcune  interessanti riflessioni dall’alto di una esperienza ultra decennale. Il suo invito è quello di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro. Più precisamente, al 1850. In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple — il nuovo e atteso tablet, simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video — il “telegrafo prêt à porter” (2010). A parte un’inesattezza — il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” — il  parallelo è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola a tutti i processi con cui (da tempo) sa incardinarci. Il telegrafo non fu la fine del giornalismo ma anzi l’inizio dell’informazione e del giornalismo moderno veicolati su carta…

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Come assorbire le collisioni socio-culturali secondo lo psicologo sociale Fathali M. Moghaddam Ultimamente, ragionando sulla comunicazione ubiqua e globale abbiamo intersecato osservazioni e riflessioni che toccano molteplici aspetti, tra cui i fenomeni di emigrazione. Il fatto non stupisce visto che la ricchezza e la difficoltà delle analisi nel campo derivano dalla reciproca influenza dei movimenti di informazione, capitale, persone e merci . Molta parte del mondo vive nella incerta stabilizzazione, in termini di consistenza, velocità e qualità rigenerative di questi flussi e ciò apre a nuove forme di esistenza e dunque di percezione. La nuova condizione raccoglie, amplifica e, per molti versi, modifica e sviluppa il tipo di esperienze a cui la cultura delle società industrializzate ci ha iniziati più di un secolo e mezzo fa. Ricordavamo allora come spesso accade di essere nella necessità di richiamare nuovi termini per definire il senso della nostra attuale posizione, come fa, insieme ad altri, il sociologo e giornalista Joshua Meyrowitz a proposito del luogo: Così, anche se la maggior parte delle interazioni più intense continuano ad accadere in ambienti fisici specifici, esse sono ora spesso percepite come avvenissero in una arena sociale più ampia. Locale e globale co-esistono nella glocalità (2004, p….

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Il web 2.0 e lo spirito delle culture tecniche amatoriali L’evoluzione delle attuali piattaforme ICT (Information and Communication Technology) verso un’interazione utente che abbina la facilità d’uso a crescenti potenzialità nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le attività più varie è comunemente indicata con il termine web 2.0. La definizione, coniata nel tipico stile che annuncia l’aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti, sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), gli ultimi avanzamenti esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e distribuita della rete, agevolando l’inserimento negli spazi digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di gruppo che, senza soluzione di continuità tra il tempo di lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e una voglia più indefinita di relazioni. L’esenzione del lavoro tecnico Il fenomeno dei social network, con le sue nuove forme di aggregazione cybersociali, coinvolge ormai centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, rivelandosi una forza in continua crescita. I siti che propongono tali generi di attività hanno tra i loro punti forti la gratuità di un’offerta comprendente strumenti e risorse…

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In un volume pubblicato da Meltemi viene analizzata la genesi del percorso comunicativo congiungendo le dinamiche sociali, storiche e anche culturali Nell’ambito dell’interazione umana la comunicazione di massa non gode della stessa considerazione del dialogo. Anche se viviamo in società complesse di per sé inconcepibili senza il pieno dispiegamento delle capacità disseminative, le concezioni che abbiamo sull’argomento, maturate all’interno di una lunga tradizione di visioni e dibattiti contrastanti, stentano a comprendere i limiti e le possibilità delle dinamiche comunicative in relazione alle condizioni materiali e culturali, divenendo spesso, pregiudizialmente, dei veri e propri modelli normativi. Nel libro Parlare al vento. Storia dell’idea di comunicazione (Meltemi, pp. 478), lo studioso statunitense John Durham Peters ne ripercorre la storia con sguardo disincantato ma eticamente impegnato e, visto che la comunicazione ha un campo di accezione notoriamente esteso, decide di farci intraprendere un approfondito “scavo archeologico” nella sua genealogia. L’Occidente comunicativo: da Platone alla rivoluzione digitale A considerare i compagni di viaggio o i temi scelti per tale indagine si potrebbero avanzare delle perplessità sul fatto che il saggio possa avere una così grande presa sui nostri attuali enigmi. Gente abbastanza insolita, se escludiamo tutta la serie dei teorici – filosofi, psicologi, semiologi,…

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Recensione di un recente saggio di Dario Edoardo Viganò sulle teorie della comunicazione e sugli interrogativi morali che l’uso delle tecnologie e il vitale ruolo dei mass media dovrebbero sollevare. Una riflessione alla luce della scienza e per una società “in divenire” Un saggio è sempre una sorta di collettore in cui confluiscono gli itinerari meditativi preferiti dallo scrittore, una trama che diviene palese quando si tratta di organizzare e offrire dei temi attraverso la raccolta di appunti e lezioni tenute regolarmente nei corsi universitari dedicati alle teorie e alla storia della comunicazione. Dario Edoardo Viganò, esperto di comunicazione, nonché docente presso l’Università cattolica di Milano e l’Università pontificia lateranense ne I sentieri della comunicazione. Storia e teorie (Rubbettino, pp. 268) si cimenta in questo percorso, al tempo stesso accademico e personale. Sebbene il titolo si riferisca alle molteplici ramificazioni del concetto di comunicazione e alle altrettante diverse impostazioni teoriche che ne fanno l’oggetto del loro studio, una prima osservazione sul lavoro attiene alla stessa abilità dell’autore di elaborare un tragitto personale nella materia, così come di costruire un testo agile, interessante e aggiornato rimanendo allo stesso tempo un valido manuale didattico. Da questo punto di vista lo scritto è…

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