luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Promesse e incubi dell’autoveicolo autonomo In un mondo in continuo scombussolamento il tema del driverless automotive appare esageratamente supponente nel suo obiettivo di automatizzare completamente la guida degli autoveicoli facendo a meno di un autista umano. La pretesa è quella di dare vita ad auto capaci di dominare tutti gli eventi a contorno e raggiungere mete prestabilite con il solo impegno di comunicarle. Saliremo in macchina e non dovremo preoccuparci se non di rilassarci e impegnarci in qualche modo, sicuri di essere comunque trasportati laddove desideriamo, chiusi in un bozzolo che realizza sia una forma meccanizzata di teletrasporto che l’immunizzazione alle contaminazioni empatiche degli accadimenti. Non so quante siano o dove possano trovarsi corsie stradali così predisposte o predisponibili a combinarsi per operare in questo servizio in modalità end-to-end. Se dovessi avanzare un’ipotesi, allertato anche dalla continua procrastinazione delle date di lancio effettivo del prodotto/servizio, direi che all’industria automobilistica più che il fine interessino gli stimoli e le ricadute che il percorso del progetto comunque comporta. Pensando alla capacità del settore di mobilitare enormi capitali e alla necessità di doversi rilanciare attraverso sfide esagerate, sulla strategia si potrebbe anche concordare. In fondo, cosa rimane attualmente del fascino automobilistico o della…

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Da Lollipop agli oggetti incantati Nonostante risulti alquanto sfuggente, e per questo forse altrettanto affascinante, con il lancio dell’iPhone nel 2007 anche chi si occupa di tecnologie della comunicazione si è trovato (giocoforza) a trattare il tema del design. Nel frattempo, grazie all’esplosione centrifuga dei media digitali nella vita sociale e personale e al moltiplicarsi delle interfacce digitali adoperate, l’argomento è diventato (industrialmente) materia sensibile in termini di differenziazione e capacità attrattiva per rincorrere o anche anticipare i desideri e le necessità  delle persone. Nei fatti, vi è oggi un maggiore stimolo a riflettere sui cambiamenti che le elaborazioni del design digitale ci propongono, partendo anche, come nel nostro caso, da indizi secondari ma significativi nel segnalare quanto velocemente e (quasi) inconsapevolmente, varcando quotidianamente e per centinaia di volte questi portali, ci abituiamo ad abitare e cambiare le nostre realtà esistenziali e sociali. In realtà, ha buon gioco chi, rammentando i classici spazi umani dell’abitare — casa, lavoro e luoghi pubblici —, parla ormai degli schermi dei dispositivi mobili come del vero terzo spazio in perenne occupazione. Insomma, è veramente difficile trovare cesure spaziali o attività che ci allontanano da un qualche terminale digitale. Volendo dare un quadro d’insieme, è giusto pensare al design digitale come parte…

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iPhone e Interflows L’altro giorno, leggendo dell’anniversario del lancio dell’iPhone – l’ormai supernoto e sempre universalmente desiderato smartphone targato Apple – mi sono  accorto che c’era un altro anniversario da festeggiare: la costituzione di questo mio spazio online.  Cinque anni fa, provando a ragionare in termini di logica e (soprattutto) di estetica, esordivo su  questo mio piccolo contenitore proprio parlando dell’iPhone – lo scritto è stato poi riversato nel libro Media e computer liquidi (2008). Al tempo, il lancio del prodotto suscitò un eccitamento popolare che, come dimostrano gli odierni (unanimi tributi) ma anche i fenomenali dati di mercato, non ha poi deluso. L’argomento si presentava interessante per diversi motivi e stimolava una ricerca sulle relazioni che un medium della comunicazione riesce a instaurare con le persone in termini di funzionalità ma anche di sensibilità, emozione e intelligenza, dando forma e canalizzando esperienze condivisibili, un tema che, con l’esplosione dei media  digitali nella nostra vita quotidiana, acquista una costante centralità (Diodato, Somaini 2011) – anche per le evidenti implicazioni ideative e produttive nel settore ICT. In più, la materia ben si prestava a essere trattata con un approccio mediologico, per cui i media della comunicazione andrebbero pensati «come ‘luogo’ dell’esperienza contemporanea, come…

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Socialità dell’IT e luoghi comuni Un po’ prima dell’inizio di questa estate è accaduto un evento curioso intorno al telefono più famoso al mondo, o meglio, alla sua ultima versione. Il celeberrimo iPhone versione 4 della Apple è stato presentato dal capo azienda Steve Jobs  a giugno del 2010. Come al solito l’esibizione è  stata molto seguita anche se, questa volta, screziata da alcuni inconvenienti. Già durante l’appuntamento, presenti in sala un folto gruppo di giornalisti collegati online con le rispettive testate o direttamente ai loro blog, si sono verificate delle situazioni mediaticamente spiacevoli. Essendo un telefono-computer la dimostrazione verteva per lo più sulle caratteristiche di scambio dati e sul funzionamento di applicazioni complesse che richiedevano una buona capacità di connessione rete. Invece, i canali wi-fi erano così intasati che Jobs, per andare avanti, ha chiesto cortesemente (scusandosi) ai presenti in sala di evitare di connettersi. Si sa, le demo sono sempre a forte rischio di figuraccia ma nel caso dell’iPhone 4 il problema più rilevante si è manifestato a presentazione conclusa. La sorpresa mancina Circa un mese più tardi, alcuni utenti, soprattutto mancini, iniziano a denunciare la perdita improvvisa del contatto vocale mentre si sta conversando. Immediatamente, è questo…

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L’adozione delle tecnologie Ict nelle società emergenti e gli impatti sociali, culturali ed economici Non è poi trascorso così tanto tempo da quando in un articolo  ragionavamo attorno alla possibilità di circoscrivere per il telefono un’area specifica di studi sociali. In quest’arco temporale su di esso si è continuato a riflettere e scrivere molto, mentre sono aumentati gli studiosi che, in ogni parte del mondo, si sono aggiunti al gruppo, concentrandosi sia su aspetti generali che specifici con trattati che non hanno risparmiato quasi nulla, e il quasi ci preserva da ogni ulteriore e sicura sorpresa. In effetti, se si deve trovare un’analogia per descrivere un qualche fenomeno legato alle nuove tecnologie di rete e si vuole essere compresi, non si rimane quasi mai delusi nel cercarla nell’ambito telefonico. La cosa sorprendente è che la pratica non funziona solo in una direzione, recuperare ed evidenziare tramite il telefono quello che di simile, per altri versi, è già accaduto o è stato esperito, ma anche in fase proiettiva, vale a dire seguirlo come mezzo di comunicazione e propulsore per lo sviluppo e la ri-configurazione di processi sociali fondamentali, di cui le società complesse dei diversi Occidenti tendono a perdere la sensibilità…

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Riflessioni sulla profonda connaturalità “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti Al termine della traduzione di un’opera si rimane immancabilmente contaminati dal tema affrontato e ciò è ancora più vero quando il lavoro ha riguardato la voce umana, ovvero il nostro medium ancestrale. L’uscita in Italia del libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, funziona allora come un irresistibile invito a iniziare una serie di riflessioni, stimolati da un’opera che si rivela unica per comprendere la voce come processo e prodotto di un corpo che vive in stretta interazione con i suoi ambienti culturali e sociali, dando corso a un fenomeno sonoro al contempo fisico e immateriale, capace di mediare la sfera interiore ed esteriore della propria realtà, prestandosi con la sua natura transitiva a veicolare altre dimensioni di vita. Solo per ricapitolare, è il ventriloquio il filo rosso di cui Connor si serve per affrontare una caratteristica così peculiare per l’essere umano. Contemplando della voce tanto la naturalità quanto i fenomeni dissociativi – si parte dagli oracoli greci per giungere alla nostra attuale condizione di uomini che vivono tra/in sistemi meccanici ed elettronici ricchi di voci disincarnate – l’opera può dispiegarci…

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Recensione del libro “The Economics of Attention: Style and Substance in the Age of Information” di Richard A. Lanham In un’epoca in cui la quantità delle informazioni si incrementa esponenzialmente e le forme della sua creazione, distribuzione e presentazione si innovano continuamente, il tema di un’economia dell’attenzione si affaccia in maniera stabile nelle riflessioni sugli impatti della rivoluzione digitale. In una società dove l’informazione abbonda e i flussi mediali incalzano è la nostra attenzione a diventare una risorsa scarsa, esageratamente sollecitata da problemi quantitativi, difficoltà a seguire tutto, e qualitativi, capacità di catturare e dare un senso ai contenuti proposti in nuove e varie modalità espressive, spesso ingegnosamente integrate (testi, video, suoni). A differenza di molti altri approcci, impegnati perlopiù a spiegare come sopravvivere a tale condizione e, casomai, a sfruttarne le logiche, le riflessioni di Lanham hanno il merito di focalizzarsi soprattutto sugli aspetti mediologici. Niente da dire, la cosa è sicuramente provocatoria se pensiamo agli allarmi ciclici nei confronti delle scelte di studio che svantaggiano i corsi universitari di natura più scientifica, mentre qui ci si concentra sulla necessità di aggiornare le nostre competenze in senso “culturale e sociale” per comprenderne le relative problematiche. Per l’autore, infatti, l’allocazione…

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