luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Appendice alla storia del telefono Insieme a molti altri autori sono stato invitato a contribuire a una riflessione sugli sviluppi dei media avendo come filo conduttore l’aspetto evolutivo e quindi storico di alcuni medium particolarmente importanti. In linea con una certa specializzazione e insieme ad un acuto compagno di avventura ci siamo così soffermati sul telefono provando a far emergere per grandi linee e con un taglio sociotecnico le evoluzioni e implicazioni di questo fondamentale dispositivo mediale della modernità. Il breve saggio, “Il prima e il dopo della vita con il telefono”, è disponibile presso il sito della rivista Mediascape Journal. Ne parlo qui non tanto per pubblicizzarlo ma per ritornare criticamente sul senso del lavoro svolto alla luce degli interventi con cui si trova ora associato. A posteriori, la pubblicazione dell’insieme dei contributi rimanda spesso a un’ulteriore riflessione riguardo a cosa poi abbia più sollecitato i partecipanti rispetto al compito originariamente assegnato, il che diventa anche occasione per aggiungere quello che, per esigenze di linearità espositiva e di format, non si è potuto allora inserire. Il “cold case” dei media A rileggere l’insieme delle riflessioni si rimane davvero affascinati dalla molteplicità delle angolazioni che il tema storia/e e media…

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E’ appena uscito presso l’editore  Franco Angeli un libro collettaneo Media che cambiano, parole che restano curato da Davide Borrelli e Mihaela Gavrila che mi vede coinvolto su due temi, quello del cloud computing e dell’ubiquitous media, due fronti che collocano i miei contributi nella sezione del testo più legata ai recenti cambiamenti nelle pratiche mediali. Più in generale, riprendendo dalla introduzione, il libro prende in esame alcune fra le più significative trasformazioni che stanno investendo il mondo della comunicazione e con esso l’intera società globale. Lo abbiamo fatto a partire da ventisette parole chiave che, a nostro giudizio, rappresentano altrettanti vettori di cambiamento nel panorama sociale e culturale contemporaneo. Più che un lessico sui media, abbiamo inteso allestire un repertorio di temi e di idee per osservare e leggere il presente dal grandangolo della comunicazione e delle sue mediamorfosi tecnologico-culturali (Fidler, 1997; Morcellini,2000; Manovich, 2010). Il volume è stato concepito per fare il punto sulle nuove tendenze che emergono oggi nel panorama dei media, ma anche e soprattutto per contribuire ad allargare lo spettro dei fenomeni oggetto di studio dei “comunicazionisti” (in particolare degli studiosi dei media propriamente intesi) nella convinzione che, dal loro osservatorio privilegiato, essi possano dire…

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La cultura del real-time Parte 2/ La telemediatizzazione Ad un certo punto della sua analisi del nuovo contesto legato alla condizione di immediatezza, John Tomlinson sembra vivere un certo disagio. Si accorge di dover documentare un passaggio importante nell’esperire umano che potrebbe esporlo a possibili critiche, quelle che, nella nostra introduzione, dicevamo riservate in genere ai mediologi per la loro insistenza (fissazione) riguardo alla centralità dei media per aspetti fondamentali della vita delle persone. Tra i molti fattori da considerare nel passaggio da una cultura della velocità ad una dell’immediatezza, la telemediatizzazione è il più rilevante. Con “telemediatizzazione” — un termine poco elegante ma relativamente preciso — intendo la crescente implicazione delle comunicazioni elettroniche e dei sistemi dei media nella costituzione dell’esperienza quotidiana. Le attività di telemediatizzazione — guardare la televisione, scrivere da tastiere, navigare nei menù degli schermi di computer, cliccare, pigiare tasti, parlare e mandare messaggi con il telefono cellulare, inserire codice PIN e condurre transazioni tramite tastiere — possono essere considerate come pratiche culturali e modi univoci nel presentare l’esperienza alla coscienza. Esse occupano uno spazio nei flussi quotidiani dell’esperienza all’interno del mondo di vita dell’individuo che è distinto e tuttavia integrato con le interazioni faccia-a-faccia della…

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La cultura del real-time Parte 1/ L’ideologia della velocità In questi ultimi anni abbiamo letto e assistito a sviscerate discussioni sui cambiamenti apportati alla nostra mente dagli strumenti digitali e dalla Rete, soprattutto dopo la loro definitiva affermazione e diffusione conseguente al popolamento delle grandi reti dei social network. Commentando le molte riflessioni sul tema all’interno del suo ultimo lavoro Ossessioni collettive, l’indomabile teorico e critico dei media Geert Lovink lamenta come sia facile che questo genere di analisi manchino di studiare le molteplici logiche culturali meno ovvie – il tempo reale, il linkare opposto al “mi piace”, l’ascesa dei web nazionali [ …e non riescano a dare…] risalto a quegli aspetti quotidiani nell’uso di internet che spesso passano inosservati […trascurando così di evidenziare quelle caratteristiche grazie a cui può infondersi la…] vita all’interno del mondo tecnologico (2012, p. 77). Stiamo accorgendoci, evidentemente,  dello scarto qualitativo che si sta creando tra le analisi e teorie che provano a spiegare i nuovi sviluppi mediali e le pratiche adottate da una crescente moltitudine umana. Una distanza difficile da colmare, come afferma il mediologo Alberto Abruzzese, se si continuano a studiare i media con “strumentazioni” e approcci concettuali inadeguati. Ad esempio, non si…

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Su crisi settoriali e insidie del diritto Nonostante la consapevolezza di avere sempre da guadagnare nel ragionare anche in termini prospettici – di conoscere le cose e vederle as a big picture –, spesso soffriamo la mancanza o la non facile reperibilità di analisi appropriate. Assorbiti dagli impegni, fiaccati nelle forze o distratti dall’iper-attivismo di una contro-informazione interessata, rimaniamo  alla mercé delle correnti mainstream, ancorati a idee molto parziali e deboli per supportare/contestare azioni e decisioni che confinano la nostra agibilità mediale. In realtà, soprattutto con il decollo e adozione di internet nella vita delle singole persone, siamo continuamente sollecitati da parte dei vari policy-maker – a loro volta smossi direttamente o indirettamente dalle azioni o lagnanze settoriali – a prendere posizione su argomenti quali la pirateria dei contenuti mediali e il contrasto a pratiche che distruggono valore e lavoro nelle industrie culturali e di telecomunicazione. Nonostante abbia scelto da tempo una forma lunga dei contributi per il mio simil-blog, avrei un compito comunque difficile nel raccogliere e discorrere l’insieme delle problematiche che,  per avere un’idea equilibrata della questione, dovrei richiamare: lo spettro tematico parte normalmente dall’economia, passa per il diritto e approda inevitabilmente alla democrazia. Quando ho provato a sviluppare…

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Le strategie di adeguamento secondo  uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation Se dovessimo indicare il dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un qualche piccolo dispositivo ma con un innesto USB. La diffusione e adozione di apparati quali le “chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello standard di interfaccia Universal Serial Bus. Il sistema di presa-spina USB  sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in quasi tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E così, dati e programmi utilizzati in ambiti e attività diverse, prodotti e sorgenti per progetti personali, si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei luoghi delle nostre vite. L’USB come metafora Il sistema USB è diventato infine una metafora per indicare la crescente e forte ibridazione tra universi che consideravamo…

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 L’inevitabile ri-generazione dell’idea di umano Ogni forma di delega per sua natura implica che si crei una certa distanza tra le aspettative  della volontà originante e i risultati ottenuti dal de-legato che, persona o  sistema, può peraltro contrassegnare caratteristicamente con le proprie virtù o mancanze la fase attuativa. In generale, delegare a qualcuno o a qualcosa il controllo o l’adempimento di volontà, azioni o piani rientra in un modo di pensare e di comportarsi tipico delle persone appartenenti a società complesse ed estese che, come descritto tra gli altri dal sociologo Anthony Giddens, hanno la necessità di stabilire rapporti di fiducia con un insieme innumerevole di “sistemi esperti” per poter vivere e svolgere le loro attività. Fondamentalmente, tutto ciò è parte di quella strategia  di “riduzione della complessità” caratteristica della vita e degli ambienti biologici e sociali (Nicklas Luhmann). Tuttavia, vi è un campo  che negli ultimi tempi  sembra giustamente irriducibilmente refrattario a ogni tentativo di riduzionismo problematico e, ancora di più, di delega normativa, se non appunto, al prezzo di riconoscere il valore di un meccanismo che sappia prevedere le “impasse” non governabili per scioglierle (infine) in favore della volontà originante. Questa forte resistenza è perfettamente legittima quando in ballo…

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Nell’ultimo romanzo, il maestro del brivido Stephen King vede il cellulare, in linea con certa tradizione letteraria, come spia di degenerazione umana Se l’obiettivo di Stephen King è di stupire e atterrire, devo ammettere che con me lo scopo è stato raggiunto già all’atto di sfogliare superficialmente le pagine del suo libro più recente, Cell (Sperling & Kupfer, pp. 544). Quando il mio sguardo è caduto sulle pagine finali non ho saputo trattenere un sobbalzo vedendo inserite le bozze del suo prossimo romanzo, non perché meravigliato della sua peraltro notoria prolificità ma perché trascritte con la sua grafia manuale, che pare essere la modalità con cui l’autore lavora ai suoi lunghi racconti. Non credo ci sia indizio più preciso, nell’era dei “word processor” e delle memorie digitali, per documentare al meglio la sua resistenza antitecnologica, peraltro ampiamente dispensata nell’opera. A dire il vero, nel mondo in cui viviamo, costruito e mantenuto in precario ma miracoloso (dis)equilibrio da un’infinita quantità di sistemi tecnici, scovare in un qualche artefatto tecnologico la ragione per sollecitare un certo turbamento è uno sport facile e invitante. Nello specifico, nel romanzo sono i cellulari ad agire come agenti di disordine e irrazionalità, diventando latori di misteriosi…

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In un volume pubblicato da Meltemi viene analizzata la genesi del percorso comunicativo congiungendo le dinamiche sociali, storiche e anche culturali Nell’ambito dell’interazione umana la comunicazione di massa non gode della stessa considerazione del dialogo. Anche se viviamo in società complesse di per sé inconcepibili senza il pieno dispiegamento delle capacità disseminative, le concezioni che abbiamo sull’argomento, maturate all’interno di una lunga tradizione di visioni e dibattiti contrastanti, stentano a comprendere i limiti e le possibilità delle dinamiche comunicative in relazione alle condizioni materiali e culturali, divenendo spesso, pregiudizialmente, dei veri e propri modelli normativi. Nel libro Parlare al vento. Storia dell’idea di comunicazione (Meltemi, pp. 478), lo studioso statunitense John Durham Peters ne ripercorre la storia con sguardo disincantato ma eticamente impegnato e, visto che la comunicazione ha un campo di accezione notoriamente esteso, decide di farci intraprendere un approfondito “scavo archeologico” nella sua genealogia. L’Occidente comunicativo: da Platone alla rivoluzione digitale A considerare i compagni di viaggio o i temi scelti per tale indagine si potrebbero avanzare delle perplessità sul fatto che il saggio possa avere una così grande presa sui nostri attuali enigmi. Gente abbastanza insolita, se escludiamo tutta la serie dei teorici – filosofi, psicologi, semiologi,…

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Recensione del libro “Communication as … Perspectives on Theory” di Gregory J. Shepherd, Jeffrey St. John, Ted Striphas Come quasi tutti abbiamo avuto modo di sperimentare, il saggio collettaneo ha sempre insito il rischio della disomogeneità. Se è lecito aspettarsi la variabilità degli stili espressivi, si rimane spesso delusi anche dal dislivello qualitativo dei vari contributi e permane netta l’impressione che alla scarsa attenzione del curatore nel selezionare o mettere un argine agli interventi si sia ovviato con l’abbondanza dell’offerta, sicuri che il lettore curioso vi trovi poi un qualche spunto interessante. Sotto questo aspetto il saggio qui presentato potrebbe candidarsi, dall’alto dei suoi 27 piccoli saggi, come caso “idealtipico”. Tuttavia, pur non scampando del tutto a questa deriva, questo insieme di agili riflessioni sulla comunicazione andrebbe giudicato secondo altri parametri visto che lo scopo dichiarato dei curatori è stato proprio quello di garantire la massima libertà sul tema. L’argomento centrale del libro, che è poi la domanda posta ad alcuni studiosi statunitensi attivi nella communication research, riguarda il modo di alimentare la ricerca dovendo scegliere tra le tante metafore quella ritenuta dal singolo autore più proficua per approfondire la comunicazione e i suoi media. L’invito è stato quello di…

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