luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Il corpo dell’avatar Strana e affascinante storia quella della premiazione attribuita dal recente Festival del Cinema di Roma a Scarlett Johansson,  considerata  migliore attrice per aver prestato la sua voce, nel film Her del regista Spike Jonze, al nuovo sistema operativo di un conputer. Esso (lei, Samantha)  presenta nuove caratteristiche cognitive, intuitive e autoapprendenti che gli consentono di entrare in una relazione amorosa con il protagonista. Si è fatta molta ironia sulla faccenda partendo dal fatto che proprio in Italia non sentiremo mai la sua “presenza” attoriale essendo noto che da noi vige la rigida pratica di doppiare i film. Tra l’altro, la Johansson, ma anche molti altri vincitori, non si sono fatti vedere alla premiazione se non attraverso messaggi video. Insomma, ormai è assodato: siamo abituati a incontrarci in una natura mista di presenza online e offline, in questo caso molto più di prima specie. Il cinema, grazie alla sua fondante sensibilità per le forme fantasmatiche, tramite cui riesce a riprodurre il “massimo di realtà” (Alberto Abruzzese), si prende dunque l’incombenza di certificarlo. Per inciso, l’attrice una puntatina fisica preventiva al Festival l’ha fatta, ma pare trascinata in  un’operazione “ruffiana” utile a rianimare il livello delle ambizioni di un festival…

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La cultura del real-time Parte 2/ La telemediatizzazione Ad un certo punto della sua analisi del nuovo contesto legato alla condizione di immediatezza, John Tomlinson sembra vivere un certo disagio. Si accorge di dover documentare un passaggio importante nell’esperire umano che potrebbe esporlo a possibili critiche, quelle che, nella nostra introduzione, dicevamo riservate in genere ai mediologi per la loro insistenza (fissazione) riguardo alla centralità dei media per aspetti fondamentali della vita delle persone. Tra i molti fattori da considerare nel passaggio da una cultura della velocità ad una dell’immediatezza, la telemediatizzazione è il più rilevante. Con “telemediatizzazione” — un termine poco elegante ma relativamente preciso — intendo la crescente implicazione delle comunicazioni elettroniche e dei sistemi dei media nella costituzione dell’esperienza quotidiana. Le attività di telemediatizzazione — guardare la televisione, scrivere da tastiere, navigare nei menù degli schermi di computer, cliccare, pigiare tasti, parlare e mandare messaggi con il telefono cellulare, inserire codice PIN e condurre transazioni tramite tastiere — possono essere considerate come pratiche culturali e modi univoci nel presentare l’esperienza alla coscienza. Esse occupano uno spazio nei flussi quotidiani dell’esperienza all’interno del mondo di vita dell’individuo che è distinto e tuttavia integrato con le interazioni faccia-a-faccia della…

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La disseminazione del video-streaming a 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan In questo anno ricorre il centenario della nascita di Marshall McLuhan. Oltre che in convegni l’anniversario è stato ampiamente ricordato nella stampa quotidiana, particolarmente agevolata nel redigere articoli impreziositi dai famosi aforismi con cui il geniale studioso ha saputo preconizzare gli effetti che i media elettronici stavano apportando alle nostre vite. Come si evince dagli innumerevoli tributi e dalla trasversalità culturale delle fonti, dovremmo dare per chiusa la lunga stagione dei distinguo sulla sua figura e centralità nell’ambito delle scienze della comunicazione, di cui, in verità, è stato il primo (in)discusso ispiratore. L’epoca di McLuhan fu indubbiamente caratterizzata dall’avvento tele-visivo: la diffusione della tv e della comunicazione video rappresentò un evidente spartiacque per ragionare in termini di nuove forme culturali e di una differente civilizzazione rispetto al mondo simbolico organizzato attraverso le pur sofisticate tecniche espressive/informative della tipografia. La potenza e pulsione dei flussi audiovisivi irradiati quotidianamente da antenne, cavi locali e transnazionali e la rapida diffusione degli schermi video nelle case scardinavano i precedenti dispositivi (statici e lineari) della registrazione/trasmissione di simboli e immagini innovando, ma anche riorganizzando, i modi di esperire emozioni, informazione, politica, divertimento, conoscenza….

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Socialità dell’IT e luoghi comuni Un po’ prima dell’inizio di questa estate è accaduto un evento curioso intorno al telefono più famoso al mondo, o meglio, alla sua ultima versione. Il celeberrimo iPhone versione 4 della Apple è stato presentato dal capo azienda Steve Jobs  a giugno del 2010. Come al solito l’esibizione è  stata molto seguita anche se, questa volta, screziata da alcuni inconvenienti. Già durante l’appuntamento, presenti in sala un folto gruppo di giornalisti collegati online con le rispettive testate o direttamente ai loro blog, si sono verificate delle situazioni mediaticamente spiacevoli. Essendo un telefono-computer la dimostrazione verteva per lo più sulle caratteristiche di scambio dati e sul funzionamento di applicazioni complesse che richiedevano una buona capacità di connessione rete. Invece, i canali wi-fi erano così intasati che Jobs, per andare avanti, ha chiesto cortesemente (scusandosi) ai presenti in sala di evitare di connettersi. Si sa, le demo sono sempre a forte rischio di figuraccia ma nel caso dell’iPhone 4 il problema più rilevante si è manifestato a presentazione conclusa. La sorpresa mancina Circa un mese più tardi, alcuni utenti, soprattutto mancini, iniziano a denunciare la perdita improvvisa del contatto vocale mentre si sta conversando. Immediatamente, è questo…

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Il web 2.0 e lo spirito delle culture tecniche amatoriali L’evoluzione delle attuali piattaforme ICT (Information and Communication Technology) verso un’interazione utente che abbina la facilità d’uso a crescenti potenzialità nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le attività più varie è comunemente indicata con il termine web 2.0. La definizione, coniata nel tipico stile che annuncia l’aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti, sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), gli ultimi avanzamenti esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e distribuita della rete, agevolando l’inserimento negli spazi digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di gruppo che, senza soluzione di continuità tra il tempo di lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e una voglia più indefinita di relazioni. L’esenzione del lavoro tecnico Il fenomeno dei social network, con le sue nuove forme di aggregazione cybersociali, coinvolge ormai centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, rivelandosi una forza in continua crescita. I siti che propongono tali generi di attività hanno tra i loro punti forti la gratuità di un’offerta comprendente strumenti e risorse…

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Riflessioni sulla profonda connaturalità “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti Al termine della traduzione di un’opera si rimane immancabilmente contaminati dal tema affrontato e ciò è ancora più vero quando il lavoro ha riguardato la voce umana, ovvero il nostro medium ancestrale. L’uscita in Italia del libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, funziona allora come un irresistibile invito a iniziare una serie di riflessioni, stimolati da un’opera che si rivela unica per comprendere la voce come processo e prodotto di un corpo che vive in stretta interazione con i suoi ambienti culturali e sociali, dando corso a un fenomeno sonoro al contempo fisico e immateriale, capace di mediare la sfera interiore ed esteriore della propria realtà, prestandosi con la sua natura transitiva a veicolare altre dimensioni di vita. Solo per ricapitolare, è il ventriloquio il filo rosso di cui Connor si serve per affrontare una caratteristica così peculiare per l’essere umano. Contemplando della voce tanto la naturalità quanto i fenomeni dissociativi – si parte dagli oracoli greci per giungere alla nostra attuale condizione di uomini che vivono tra/in sistemi meccanici ed elettronici ricchi di voci disincarnate – l’opera può dispiegarci…

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Cosa il suono racconta di noi secondo Daniel J. Levitin Tra tutte le arti la musica gode indubbiamente di un posto speciale avendo sempre accompagnato l’uomo. Nessuna cultura, nella storia di cui abbiamo traccia, ne ha saputo fare a meno. Come afferma Daniel J. Levitin, ricercatore e professore di scienze cognitive, dove gli esseri umani, per un qualche motivo, stanno insieme troviamo musica (matrimoni, funerali, diplomi/lauree, marce di guerra, eventi sportivi, notti cittadine, preghiere, cene romantiche, sonno dell’infante). Soprattutto, la musica è parte della vita quotidiana sia nelle città che in campagna e la diffusione e le modalità del suo consumo hanno raggiunto livelli inimmaginabili grazie ai riproduttori e registratori musicali dell’era elettronica ormai liofilizzati nel software e hardware dei vari dispositivi digitali. This Is Your Brain on Music: The Science of a Human Obsession è un libro che prova a spiegare la forza di attrazione della musica partendo proprio dal particolare amore che l’autore ha per tutte le sue forme, una passione che lo ha portato ad abbracciare mestieri diversi ma originalmente convergenti, tutti fusi in una esperienza e una carriera in cui risalta la circolarità tra divertimento, conoscenza, lavoro, studio, ricerca, innovazione e voglia di comunicare. Californiano, ricercatore…

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Recensione del libro “The Economics of Attention: Style and Substance in the Age of Information” di Richard A. Lanham In un’epoca in cui la quantità delle informazioni si incrementa esponenzialmente e le forme della sua creazione, distribuzione e presentazione si innovano continuamente, il tema di un’economia dell’attenzione si affaccia in maniera stabile nelle riflessioni sugli impatti della rivoluzione digitale. In una società dove l’informazione abbonda e i flussi mediali incalzano è la nostra attenzione a diventare una risorsa scarsa, esageratamente sollecitata da problemi quantitativi, difficoltà a seguire tutto, e qualitativi, capacità di catturare e dare un senso ai contenuti proposti in nuove e varie modalità espressive, spesso ingegnosamente integrate (testi, video, suoni). A differenza di molti altri approcci, impegnati perlopiù a spiegare come sopravvivere a tale condizione e, casomai, a sfruttarne le logiche, le riflessioni di Lanham hanno il merito di focalizzarsi soprattutto sugli aspetti mediologici. Niente da dire, la cosa è sicuramente provocatoria se pensiamo agli allarmi ciclici nei confronti delle scelte di studio che svantaggiano i corsi universitari di natura più scientifica, mentre qui ci si concentra sulla necessità di aggiornare le nostre competenze in senso “culturale e sociale” per comprenderne le relative problematiche. Per l’autore, infatti, l’allocazione…

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La mediatizzazione del mondo e dei rapporti interpersonali e informativi ha una lunga storia. Tra tutti i suoi molti resoconti forse il più attuale per lo scenario dolente cui stiamo “attivamente” assistendo è il doppio movimento che vede una prima progressione verso la “sterilizzazione” del corpo umano, la sua scomparsa “materiale” a favore di simulacri (effigi visive ed acustiche) capaci di viaggiare veloci nello spazio e/o rimanere registrati su una qualche supporto. Questa fantasmizzazione, che ha raggiunto livelli sofisticati una volta incontrato il medium elettrico, ha stimolato però un movimento opposto, richiamando le forme più autentiche del contatto e del corpo umano: uno dei problemi per i mondi ricostruiti attraverso i media è così la restituzione del corpo occultato. Questa dinamica è evidente nella gestione informativa della guerra: la possibilità tecnologica di combattere i conflitti alla stregua di un videogame asettico, legandolo ad uno stretto controllo dei giornalisti là inviati, definiti appunto “embedded”, ha caratterizzato la prima fase della guerra irachena. E’ stata una gestione provvidenziale se pensiamo che vi erano delle formidabili ragioni per essere contro l’intervento, tutto un insieme di punti di vista basati sul semplice buon senso, quello ancora capace di distinguere tra le condizioni in cui…

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