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Luciano Petullà

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La cultura algoritmica e il crocevia della convivenza umana

Luciano Petullà · Marzo 18, 2026


La realizzazione dell’essere vivente secondo le teorie di Humberto Maturana


Introduzione

Image of "I am not a robot" as request from any web server to contact a real human user


All’inizio di un suo recente saggio la filosofa Rosy Braidotti nota come noi, persone del XXI secolo, siamo collocati ormai in un contesto decisamente post-umano, e ciò è provato dal fatto che frequentemente, interagendo tramite i nostri onnipresenti media digitali, ci è chiesto di dimostrare di non essere dei robot (2022).

Nella cultura algoritmica di cui ormai siamo intrisi non solo il modo di creare senso e condividerlo implica sia agency umana che algoritmica, ma la stessa capacità interazionale e discorsiva è diventata propria sia delle persone che delle macchine. L’uso del linguaggio umano e del conversare, elementi distintivi dell’Homo Sapiens, si è esteso ad altre strane entità disincarnate e automatizzate, con cui più o meno subdolamente stiamo ampliando lo spettro dei nostri spazi relazionali.

Come sempre accade di fronte alle innovazioni, su questa nuova condizione di vita si è aperto un dibattito contrastante nel valutarne opportunità e rischi rispetto a un qualche aspetto della vita umana e sociale.

Da questo punto di vista troviamo positivo il fatto di essere spinti a dibattere – da nuove angolazioni – su problematiche fondanti, costretti, ad esempio, a re-interrogarci criticamente sulle sfide alla centralità del genere umano nel mondo o al ruolo e le funzioni che in esso il linguaggio gioca – anche per le sue nuove forme di ibridazione relazionale – come nostra principale dimensione esistenziale.

Tutto ciò, come notato da più parti, avviene però sullo sfondo di una grande contraddizione. Come Homo Sapiens stiamo scivolando in questo nuovo stadio socio-tecnico e culturale – che sembra così agognato, tanta è la foga di raggiungerlo – mentre contemporaneamente, alla luce dei disastri climatici e dello sfruttamento vorace delle materie prime, rischiamo di perdere la nostra antica e benefica relazione con gli altri elementi con cui condividiamo la comune biosfera – da cui, banalmente, dipende la nostra stessa vita.

A questo punto – di fronte alla portata di tali trasformazioni e sapendo che la storia dell’umanità si è radicata ed è proseguita sulla sfera terrestre per via di una doppia matrice, biologica e culturale – riteniamo opportuno contribuire alla riflessione richiamando degli approcci teorici in grado di collocare i temi in discussione in un contesto più ampio.

Ciò può aiutarci a chiarire le dinamiche, le specificità e i vincoli propri del genere umano alla luce del suo lungo percorso adattativo, e acquisire basi cognitive critiche più solide per valutare la sostenibilità e vivibilità umana di scenari sociali in cui il ruolo delle tecnologie è propagandato – lasciandoci spesso confusi e incerti – come principale soluzione.

La premessa da cui partiamo è che ultimamente molto è stato fatto sul versante culturale e proprio riguardo al tema della “cultura algoritmica”, soprattutto nell’ambito dei cosiddetti cultural studies. L’intento di questo scritto è allora quello di complementare le conclusioni evidenziate da queste ricerche con le evidenze che provengono da riflessioni più attente a considerare le vicende umane alla luce del nostro substrato biologico – che è, tanto per dire, il vincolo di progetto dei sistemi viventi.


Parole/azioni: nelle reti di conversazioni originanti la cultura algoritmica

Il lavoro di Ted Striphas, autore della ricerca La cultura algoritmica prima di internet (2024), è uno dei lavori più importanti svolto ultimamente nell’ambito dei cultural studies riguardo alle nuove dinamiche di intermediazione offerteci dalle odierne piattaforme digitali, qui indagate per le profonde origini che hanno nella storia umana. Tra l’altro, sul tema l’opera ha il merito di incorporare anche molte altre ricerche, passate e recenti.

Come è noto, in questa tipologia di studi gli autori dedicano un’attenzione quasi ossessiva e meticolosa al linguaggio umano, verso cui applicano un sofisticato lavoro metodologico e intellettuale. È questa una cura evidentemente necessaria e per loro strumentale tenendo anche solo conto degli sviluppi diversificati e ramificati che le varie culture umane, con i loro differenti sistemi simbolici, hanno nel tempo sviluppato e – documentalmente – accumulato riguardo alle reti di conversazioni attivate dalle persone per affrontare e dare forma alle vicende umane che si vuole ricostruire.

Chi ha avuto modo di leggere il testo ha certamente notato come l’attenzione al linguaggio, partendo anche dal focus sulle cosiddette parole-chiavi – trattate come importanti indicatori e delicati sismografi di cambiamento nel senso sociale – si sia rivelato un fattore fondamentale nella capacità di interrogare criticamente il nostro passato.

La ricerca ci ha fatto così scoprire come la cultura algoritmica sia da sempre intrecciata con i temi gravosi a cui ci costringe la convivenza umana mettendoci di fronte a questioni relative alle politiche dello stato, guerre, imperialismo, colonialismo, totalitarismo, idee di razza, genere, sessualità, famiglia, normatività.

Lo splendido e tecnologico mondo delle reti e dei media digitali – come dimostra Striphas e, direi purtroppo, tutta l’odierna e quotidiana attualità – pare non averci liberato da ciò, e non ci ha neppure semplificato il compito. Le medesime problematiche sono insite nella stessa genealogia di una cultura algoritmica che ha alimentato, e per qualcuno ancora alimenta, (ingenui) entusiasmi sulla possibilità di superare e anche assorbire, grazie ad essa, asperità e ingiustizie nei rapporti umani e sociali.

Dunque per i ricercatori dei cultural studies il linguaggio, nelle sue forme e storicità, è lo strumento essenziale per reimmergersi nei flussi delle conversazioni tenute dalle persone che, proprio attraverso queste reti di conversazioni, hanno agito e determinato la realtà che ci precede, vincolando in qualche modo il nostro presente.

L’autore ce lo rammenta continuamente, anche richiamando altri intellettuali (Karl Marx: “sono gli uomini a fare la propria storia … in circostanze di cui non siamo i creatori”; Hans-George Gadamer: “quando portate una parola alla bocca non avete adoperato un utensile qualunque, che potete gettare in un angolo quando non vi piace più, ma… vi siete in verità fissati in una direzione di pensiero che viene da lontano, e che va molto più lontano di voi”) (Striphas 2024, p.27, p. 236).

Allo stesso tempo, riconoscendone i legami strutturanti lo studioso ci incoraggia a essere propositivi nel costruire una realtà alternativa, possibilità che passa anche attraverso l’uso della nostra agency definitoria per creare nuovi termini/concetti e rendere così il linguaggio più aderente al mondo sociale desiderato – verso modi di convivenza umana più accettabili – sfidando così quei poteri non graditi che i dispositivi culturali/algoritmici provano a imporci.

La verità è che il linguaggio è ispirante e strettamente collegato alle possibilità dell’azione umana così come al coordinamento dei comportamenti sociali, un fatto che intuiamo ma che può rimanere troppo implicito se approcciato solo su un piano esplicativo strettamente culturale.


Maturana e la matrice biologica e culturale dell’esistenza umana

Fortunatamente, su queste problematiche abbiamo a disposizione altri approfondimenti magistrali e complementari in grado di farci riflettere e chiarire maggiormente potenzialità e vincoli dell’esistenza umana nelle sue relazioni con il mondo e le persone circostanti.

Humberto Maturana (1928- 2021) è stato un neurofisiologo e filosofo cileno famoso – anche insieme ai suoi allievi, in particolare Francisco Varela – per aver elaborato delle teorie sistemiche originali sulla matrice biologica e culturale dell’umanità, stimolando approfondimenti e sviluppi in tanti altri campi del sapere: dalla biologia alla psicologia, dalla sociologia alla scienza dell’organizza­zione, dall’informatica alla cibernetica.

Per la corposità e ampiezza della sua opera qualcuno ha parlato di una vera e propria cosmologia (cfr. Maturana,Verden-Zöller 2008) per cui è obbligatorio rimandare ai suoi lavori per una migliore e più completa comprensione. Da parte nostra proveremo a tratteggiarne sinteticamente sia la cornice generale che alcuni elementi riguardanti la realizzazione dell’esistenza umana nei suoi sviluppi biologici e culturali.

Una premessa: Maturana illustra le sue teorie in un linguaggio che risulta a volte abbastanza ostico dato che tende a muoversi e a mantenere nelle spiegazioni un continuo legame tra un’intera rete di idee che si richiamano anche circolarmente e iterativamente – e ciò è dovuto sia alla sua originalità discorsiva/terminologica, che alla complessità dei processi in atto nella biosfera.

Fortunatamente, nei suoi lavori non lesina a fornire anche illustrazioni grafiche ingegnose e più intuitive da cui è conveniente partire per introdurre alcuni elementi del suo pensiero. Tra l’altro, Maturana si spendeva in molti incontri aperti e pubblici per rendere le sue idee più accessibili, esponendosi su vasti argomenti – educazione, etica, politica – poiché affermava che la biologia conta ed è trasversale a tutte le vicende umane.

Tutto ciò che ci accade passa attraverso la struttura e le dinamiche della nostra costituzione corporea. A differenza delle macchine, gli esseri viventi sono infatti strutture peculiari, autonome e autorigeneranti, di cui dovremmo sapere illustrare – e questa è certamente una difficoltà immaginativa ed esplicativa – il loro essere, contemporaneamente, processo e prodotto di se stessi. Il corpo ci fa fare/conoscere cose meravigliose, ma le alterazioni ai suoi componenti e ai suoi processi biologici possono renderci (nel conoscere e nel parlare) improvvisamente menomati.

Il fatto è che il nostro corpo – come a volte pensiamo o teorizziamo ingenuamente – non è un limite; al contrario, è proprio la struttura o aggregato molecolare che ci consente quell’ampio spettro di possibilità del vivere. Da qui l’importanza di comprenderne il contesto e le dinamiche costitutive, anche e soprattutto ai fini di valutare i modi in cui conosciamo – e ci collochiamo ne – la cosiddetta realtà, su cui rivendichiamo spesso certezze e verità univoche.


I limiti della cultura del controllo

Secondo Maturana, uno dei limiti più grandi che abbiamo nella comprensione dei fenomeni (storici, biologici, umani) è il nostro modo culturale di pensare, vale a dire ragionare in termini causali locali e lineari. Vivendo in una cultura patriarcale, cultura incentrata sul controllo, abbiamo come forma argomentativa abituale la causalità lineare per cui “A” causa “B”, come se “A” determinasse “B” da solo.

Tale impostazione culturale ci attrae perché, nella sua applicazione, sembra offrire infinite possibilità per la gestione e il controllo della vita umana, comprese le relazioni umane con la biosfera. La causalità diventa così una nozione esplicativa a priori, utilizzata dall’osservatore per gestire le regolarità del flusso lineare delle proprie esperienze.

Tuttavia, questa impostazione ci rende spesso inconsapevoli che ciò che inquadriamo come relazione casuale è una astrazione di una qualche regolarità locale delle dinamiche strutturali di un sistema la cui ampiezza non cogliamo, con il rischio di non accorgersi delle coerenze strutturali sistemiche a cui essa invece appartiene (cfr. Maturana,Verden-Zöller 2008).

L’antidoto alla nozione di causalità è il determinismo strutturale. La biosfera è ricca di entità che vivono in un fluire di reciproca e continua interazione co-adattativa e il determinismo strutturale è la consapevolezza che i comportamenti di tutte queste entità composte, che si tratti di sistemi viventi o di sistemi/oggetti inanimati, sono interamente determinati – sia nelle dinamiche interne che relazionali – dalla loro organizzazione e struttura (cioè dalle componenti dell’unità e dalle relazioni tra queste componenti).

La nozione di determinismo strutturale non è così attraente in una cultura patriarcale perché la sua applicazione richiede sensibilità e consapevolezza delle coerenze sistemiche, e quindi conduce alla cooperazione, non al dominio e al controllo.

Inoltre, parlare di determinismo strutturale non vuol dire limitare la vita umana nelle sue possibilità spirituali/psichiche visto che queste dipendono, come vedremo, dagli sviluppi dei suoi spazi relazionali e dalla convivenza umana (Ivi).


Sistemi, strutture, medium, interazioni: logiche e dinamiche
Disegno di Maturana per illustrare accoppiamento tra essere umano e medium nella loro reciproca evoluzione
Fig. 1

Per introdurre gli elementi delle sue teorie partiremo quindi da alcune illustrazioni semplificative ideate dallo stesso autore (ibid.). Per Maturana (vedi fig .1) gli esseri umani sono sistemi molecolari (a) che hanno una propria organizzazione – che si esplicita in ogni momento in una specifica struttura – e sono particolari in quanto sistemi auto-generanti (definiti anche auto-poietici, da “poiesi” che in greco significa “creazione”), quindi sistemi dotati di un’organizzazione in grado di generare autonomamente la propria vita, cosa che nella figura viene indicata dallo studioso con la freccia che ruota attorno alla sua forma e che denota il suo dominio costitutivo, ovvero la sua dinamica fisiologica.

In quanto sistema autopoietico l’organismo umano ha una sua chiusura operativa interna nel senso che i possibili cambiamenti nei componenti della sua struttura avvengono solo in base a potenzialità proprie – si pensi al principio del determinismo strutturale – cambiamenti che possono quindi essere sollecitati – attraverso le cosiddette perturbazioni – ma non istruite dal mondo esterno.

Il sistema vivente umano è accoppiato strutturalmente con un altro tipo di struttura, un medium (b), ovvero l’ambiente in cui vive, con cui stabilisce interazioni ricorsive dall’inizio dei tempi e fino al termine della sua esistenza.

Maturana definisce quest’abbinamento come deriva strutturale ontogenetica che produce “una storia di cambiamenti strutturali congruenti in entrambe le strutture” (ibid.) come indicato dal reciproco adattamento tra le forme cangianti di queste figure (a e b).

Questo processo si configura come “una storia di cambiamenti nelle derive di conservazione sia dell’organizzazione che dell’adattamento del sistema vivente fino alla sua morte a tn+” (ibid.).

Maturana spiega inoltre come il mantenimento di questo tipo di co-evoluzione congruente – ovvero in grado di conservare le capacità organizzative e adattive di entrambe le strutture – è comprensivo anche dei modi di interagire tra le due entità (i nostri modi di reagire/vivere nell’ambiente), ed è tutto questo insieme a contrassegnare i caratteri ereditari degli esseri umani nello specifico lignaggio generazionale – tramandato (filogenesi) nei processi di riproduzione – caratteri quindi che non sono determinati dall’ereditarietà dei soli geni umani, ma dall’intero incedere della deriva co-evolutiva e delle sue interazioni.

In questo senso Maturana si trova in disaccordo con coloro che, facendo proprio il concetto darwiniano, vedono l’evoluzione del lignaggio generazionale in termini di sopravvivenza del più adatto, come se l’adattamento fosse una variabile a disposizione dell’essere vivente rispetto a un medium preesistente.

Invece, la sua sopravvivenza biologica, dovuta al mantenimento della sua capacità organizzativa e adattiva, non può prescindere dal mantenimento delle stesse capacità da parte del medium ospitante – con cui è, appunto, accoppiato strutturalmente. Nelle sue parole “l’adattamento non è una variabile, esso è una relazione di congruenze operative tra l’organismo cangiante e il medium cangiante in cui esso vive” (ibid.).

Disegno di Maturana per illustrare come l'homo Sapiens deve essere considerato nella sua umanità nel coo-adattamento e interazione con l'ambiente
Fig. 2

Ricapitolando, Maturana (vedi fig. 2) ci dice che dobbiamo concepire l’esistenza umana nella sua totalità ovvero comprensiva di una corporalità di un Homo Sapiens (a) che con i suoi modi di vita interagisce continuamente – in quanto accoppiato strutturalmente – con il proprio medium (b) in un reciproco gioco di co-adattamento che deve essere congruente – ovvero capace di conservare le abilità organizzative e adattive di entrambe le strutture. Ovviamente, se ciò non avviene la deriva ontologica si interrompe portando alla prematura fine di quell’essere vivente. Inoltre, la riproduzione generazionale incorporerà e tramanderà le specificità – e capacità organizzative e adattative – di ogni particolare lignaggio (Homo Sapiens+medium).

Personalmente, trovo queste spiegazioni veramente affascinanti ed efficaci per collocare l’umanità nel suo giusto posto, lontana da una certa arroganza antropocentrica tendente a dimenticare le nostre dipendenze e responsabilità come elementi di una biosfera in cui esistiamo insieme ad altre forme di vita ed entità, organiche e inorganiche.


Il mondo sociale: accoppiamenti strutturali e spazi relazionali tra entità biologiche
Disegno di Mturana che spiega gli elementi delle relazioni sociali tra entità biologiche
Fig. 3

Maturana integra poi la sua visione anche sul lato sociale (vedi fig. 3) introducendo gli elementi di co-adattamento strutturale che accadono su questo tipo di versante. Due esseri umani esistono come entità biologiche nella loro corporalità (a e b) e nella realizzazione della loro umanità nello spazio relazionale che istituiscono tra loro (c), mentre ovviamente – come già visto – realizzano la loro umanità anche attraverso la co-modulazione ricorsiva con il resto dei loro medium (d ed e).

Lo studioso denomina le interazioni che avvengono nello spazio relazionale (c) come conversazioni, all’interno di cui predomina la componente del languaging, un termine che suggerisce un operare ricorsivo consensuale tramite il linguaggio, uno dei nostri modi di agire/coordinarsi nato nelle epoche primordiali (cfr. Maturana, Davila 2006, p. 8).

L’altra importante componente che si intreccia nelle conversazioni è l’emotioning – il pulsare di emozioni/sentimenti sono un altro architrave delle teorie di Maturana, che dal punto di vista biologico inquadra le emozioni nei termini di “disposizioni corporee dinamiche che definiscono i distinti ambiti di azione all’interno delle quali ci muoviamo. Quando cambiamo emozione cambiamo ambito di azione” (Ivi, p. 16).


Alle origini del linguaggio umano

Per poter comprendere come, nel regno animale, il linguaggio sia divenuto elemento distintivo e fondamentale dell’esistenza umana dobbiamo tornare ai contesti di vita primordiali.

Per Maturana, che si rifà alle scoperte documentate dai registri fossili, dobbiamo andare indietro di almeno tre milioni e mezzo di anni. In quel periodo esistevano primati bipedi con postura eretta e dotati di spalle aventi però un cervello piccolo (un terzo del volume attuale del cervello umano).

L’assetto sociale di questi piccoli gruppi era più o meno quello delle nostre epoche – famiglie allargate di dieci o dodici individui comprendenti neonati, bambini e adulti, che si alimentavano fondamentalmente di granaglie essendo raccoglitori e solo saltuariamente cacciatori.

Per Maturana “tutto ciò sta a indicare che i nostri antenati condividevano il cibo ed erano immersi in una sensualità ricorrente: i maschi partecipavano alla cura dei figli, in un modo di vita che fonda un lignaggio che arriva fino al presente e nel quale il cervello cresce da circa 430 cc a 1.450 o 1.500”. (ivi, p. 21).

Riguardo ai motivi di questo accrescimento Maturana si differenzia da altri ricercatori che si soffermano soprattutto sulle abilità strumentali e prensili della mano, abilità che comunque, per lui, condividiamo con altri animali, e la cui sensibilità è pure attribuibile alla dimestichezza acquisita nella preparazione del cibo e nelle cure/carezze lievi e sensuali applicate sulle superfici del corpo.

Per lo studioso invece “la peculiarità dell’essere umano non sta nella manipolazione, bensì è nel linguaggio e nel suo collegamento con l’emozionalità” (ibid.). Ma se l’ominazione del cervello dei primati ha a che vedere con il linguaggio, si chiede Maturana, con che cosa ha a che vedere l’origine del linguaggio?

La premessa da fare è che nella famiglia ancestrale del nostro lignaggio si è instaurato, in maniera duratura, un modo di stare insieme in piccoli gruppi in cui si trasmette il piacere della vicinanza fisica e della collaborazione.

Il linguaggio deve essere nato, fin dall’inizio, intrecciato con le emozioni della convivenza, nella dinamica di coordinazioni ricorsive di atti ed emozioni che oggi chiamiamo conversare. ‘Parlare-conversare‘ devono essere nati insieme come un modo di convivere che integra giovani e adulti, in uno stato di benessere, nella coordinazione degli atti di tale convivenza, nel piacere della condivisione e della partecipazione (ivi, p. 8).

La dinamica primaria del linguaggio, come possiamo osservare in persone che stanno conversando, è fondata sulla capacità di stabilire un corso di interazioni in cui si costituisce un fluire di azioni coordinate

se non si osservano azioni coordinate, o secondo il gergo moderno, se non si nota comunicazione, non si può parlare di linguaggio. Il linguaggio ha a che vedere con coordinazioni di azione, ma non con una qualunque coordinazione di azione, bensì con coordinazioni di azioni consensuali. Non solo, il linguaggio è un operare in coordinazioni consensuali di coordinazioni di azioni consensuali (ivi, p. 8).

Maturana, che è un estimatore delle culture matriarcali, non ha dubbi nel trovare nell’emozione dell’amore – definito non in termini religiosi ma proprio come una piena operatività di reciproco riconoscimento e mutua accettazione – la pre-condizione biologica che rende possibile stabilire una storia di interazioni ricorrenti sufficientemente intime perché possa darsi quella “ricorsività” nelle coordinazioni comportamentali consensuali che costituisce il linguaggio, un’emozione che è dunque il fondamento e la prosperità delle relazioni sociali.


Il ruolo dell’osservatore e come arriviamo alla conoscenza

E qui dobbiamo fare una piccola digressione tematica sul ruolo dell’osservatore nelle teorie di Maturana, digressione che tuttavia rimane totalmente in linea e utile ai nostri fini discorsivi riguardo all’origine e allo “stare” nel linguaggio che è divenuta l’esistenza umana.
Nelle sue spiegazioni lo studioso è molto consequenziale: nel momento in cui afferma e dimostra – anche attraverso esperimenti scientifici sul funzionamento dei meccanismi percettivi degli esseri viventi, di cui testa anche la fallacia – che è attraverso le dinamiche processuali/biologiche del nostro corpo – quindi di esperienze prettamente individuali – che partecipiamo alla realtà della biosfera, esso si vede costretto a esplicitare i modi in cui arriviamo in generale alla conoscenza (cfr. Maturana, Varela 1985).

Normalmente pensiamo al mondo come a una realtà oggettiva, ovvero “a verità la cui validità è indipendente da noi, perché non dipendono da ciò che facciamo”.

Noi diamo per scontate tante cose e proprietà, come quella dell’osservare ma quando ci domandiamo riflessivamente come ciò avviene, cosa accade all’essere vivente nel conoscere, “se ammettiamo tali domande ci accorgiamo di dover proporre una spiegazione dei fenomeni del conoscere e del linguaggio come fenomeni che ci coinvolgono in quanto esseri viventi, perché se alteriamo la nostra biologia si altera il nostro conoscere e il nostro linguaggio” (Maturana, Davile 2006, p. 49, p. 47).

I risvolti filosofici di atteggiamenti diversi sono notevoli. Infatti, non porsi questo genere di domande ci pone in una situazione in cui l’oggettività non è messa in discussione, per cui siamo proni a pensare ad un’unica possibilità di mondo. Consentendole ci apriamo invece alla possibilità di avere più mondi (pluriverso).

Dunque, nonostante il nostro desiderio di avere la certezza di vivere in un mondo di solidità percettiva priva di dubbi, pronti a cadere spesso nella convinzione che le cose sono solo come noi le vediamo, senza alcuna alternativa, lo scienziato ci fa

prendere atto del fatto che gli stati di attività neuronale innescati dalle diverse perturbazioni sono determinati, in ciascuna persona, dalla sua struttura individuale e non dalle caratteristiche dell’agente perturbatore. Ciò è valido per l’esperienza visiva, così come per qualunque altra modalità percettiva: in altre parole non vediamo lo ‘spazio’ del mondo ma viviamo il nostro campo visivo; non vediamo i ‘colori’ del mondo ma vediamo il nostro spazio cromatico (Pasin 2004, p. 54).

Per Maturana la descrizione dei fenomeni con cui ci relazioniamo – con entità di diverso tipo come oggetti, relazioni, processi e così via – va letta quindi nei termini di un “osservatore”, ovvero di un qualsiasi essere umano che è/opera nel linguaggio facendo distinzioni.

Le distinzioni sono operazioni compiute nel dominio delle nostre esperienze anche se ci portano a vivere/trattare una di quelle esperienze come qualcosa di indipendente da noi nonostante, per dire, le sue proprietà emergono da uno sfondo sulla base di una nostra distinzione/azione; o le sue dimensioni emergono dal modo in cui le separiamo da altre entità, oppure per come ci relazioniamo o interagiamo con esse.

Anche in questo caso Maturana produce dei disegni (fig. 4) in cui illustra diversi tipi/livelli di azione osservativa: ad esempio quella svolta da un sistema vivente che osserva/distingue/descrive il proprio dominio generativo (occhio superiore) oppure (occhio inferiore) il fenomeno risultante in un dominio diverso in cui viene osservato/distinto/descritto sia il sistema vivente che il proprio medium (Maturana, Verden-Zöller 2008).

Disegno di Maturana che illustra la capacità di osservazione, interna ed esterna, dell'essere umano
Fig. 4

La possibilità di osservare/distinguere/descrivere (processo) genera un prodotto (ciò che è osservato/descritto) che rimane e che, a sua volta, può essere oggetto di un’ulteriore riflessione, su cui, ricorsivamente, se ne può generare un’altra. Esiste quindi la possibilità di un infinito progresso di riflessioni, ciascuna fondata su ciò che l’ha preceduta (fig. 5).

disegno di Maturana sulla ricorsività delle operazioni di osservazione, distinzione e descrizione
Fig. 5

Nei risvolti del dominio linguistico

Dal linguaggio, che costituisce lo spazio relazionale, nasce anche il fenomeno dell’auto-coscienza – il relazionarsi con se stessi. In effetti, come ci spiega Maturana e come si intuisce anche dai disegni precedenti, essa ha a che vedere con il processo della riflessione all’interno della distinzione di chi distingue.

Più precisamente, l’auto-coscienza sorge quando l’osservatore costituisce l’auto-osservazione come un’entità, quando nel far uso del linguaggio distingue la distinzione della distinzione.

Invece, riguardo all’insistenza con cui si tende a descrivere il linguaggio come sistema di comunicazione simbolico, Maturana ci tiene a evidenziare la secondarietà di questo aspetto.

Il simbolo è un indicare in un campo di oggetti concreti o astratti. In effetti, se ci pensiamo, la sua costituzione di indicatore della entità indicata necessita dell’operazione di accordo, operazione che si produce quando siamo già nel linguaggio.

La stessa arbitrarietà semantica che abbiamo a disposizione nello stabilire i significati dei simboli nelle varie lingue deriva proprio dal fatto che, all’interno delle comunità linguistiche, ci si deve mettere preventivamente d’accordo (tramite operazioni di coordinamento consensuale) sul tipo di interazione orientativa che poi il simbolo attiverà.

Tuttavia, a noi accade anche, come osservatori esterni, di vedere il dominio di comportamenti comunicativi linguistici come il dominio di comportamenti semantici, ovvero di vedere dei soli scambi di significati associati alle espressioni linguistiche.

Per Maturana ciò dipende dal fatto che il linguaggio è allo stesso tempo finito e infinito dato che ogni descrizione può diventare la base per nuove interazioni orientanti, e dunque nuove descrizioni. In un processo infinito di riferimenti, nella cosiddetta “ricorsività descrittiva”, un osservatore esterno ai soggetti che conversano – e quindi ignaro del loro contesto operativo – può cadere in questo genere di confusione.

D’altronde, in un contesto in cui il linguaggio diviene operatore esistenziale disponibile quotidianamente, esso verrà utilizzato per descrivere anche noi stessi e ciò che ci circonda. Accade allora, nota Maturana, che è attraverso la stessa ricorsività descrittiva che conserviamo una nostra coerenza operazionale linguistica – che indichiamo come “io” – e otteniamo il nostro adattamento nel dominio del linguaggio (cfr. Maturana, Varela 1987, p. 195).

“Da questo processo di applicazione ricorsiva di descrizioni l’auto-coscienza emerge come un nuovo fenomeno in un dominio di auto-descrizione, con nessun altro substrato neurofisiologico all’infuori del substrato neurofisiologico del comportamento orientante stesso” (Maturana, Varela 1985, p. 101).

Perdiamo così il senso dell’agire di un io corporale e ci rimane solo l’agire orientante che, in questo processo ricorsivo linguistico, genera di riflesso l’illusione di un io.

Insomma, tirando le somme, per Maturana le parole rappresentano azioni – “ogni cosa detta, è detta da qualcuno” (Maturana, Varela 1987, p. 46) – motivo per cui si impara il linguaggio nel vivere in coordinazioni di azioni, con i diversi domini di azione che implicano diversi domini semantici, e viceversa.

In linea con quanto affermato da Striphas, anche per lui il vivere dipende dal conversare, e quest’ultimo dal vivere. Inoltre, le parole sono nodi di reti di coordinazioni di azioni che nascono nella convivenza, per cui cambiare i significati delle parole implica cambiare gli ambiti di azione, e cambiare gli ambiti di azione implica cambiare il modo di convivere.

In definitiva se non si cambiano le parole, non si cambiano le azioni che esse configurano e non si cambia il modo di vivere (cfr. Maturana, Davila 2006, p. 106).


Il problema di esistere in reti di conversazioni

Da tutto ciò si evince il motivo per cui Maturana, da neurofisiologo, non si è fatto scrupoli nell’intervenire su rilevanti questioni quali l’educazione, la politica, la società, la legge, riconoscendoli come temi che determinano le basi e le condizioni della convivenza umana.

In questa ottica, e sul valore e la cura che dovremmo riservare a ciò che consideriamo – nelle sue varie declinazioni – cultura, ci ha offerto consigli illuminanti.

Nel riflettere sul trasferimento da generazioni a generazioni del lignaggio umano Maturana nota come gli aspetti culturali incidano diversamente sulle sue caratteristiche rispetto a quelli biologici data la loro differente duttilità – i contenuti culturali/modi di vita si affermano/modificano già nell’apprendistato dei giovani nel loro farsi adulti.

Per lo studioso ciò pone un bel problema agli esseri umani:

nel nostro divenire culturale, noi esseri umani possiamo adottare e conservare qualsiasi modo culturale di vivere che non elimini gli adulti prima che tale modo di vivere sia appreso dai giovani della generazione successiva. Questo è il dilemma principale che stiamo vivendo come umanità nel nostro divenire culturale. Per la biosfera, la terra, il cosmo, è indifferente se viviamo o non viviamo, se si conserva o non si conserva il lignaggio umano. Al tempo stesso, per la biosfera, la terra, il cosmo, è indifferente quale lignaggio culturale viviamo, se viviamo nell’amore, nella collaborazione e nel benessere, o se viviamo nella sottomissione, nella paura o nella interminabile sofferenza della continua negazione culturale. È a noi esseri umani che non può essere indifferente se viviamo e conviviamo in un modo o nell’altro, perché esistiamo in reti di conversazioni nelle quali possiamo riflettere e chiederci se ci piace o non ci piace la convivenza che viviamo (Maturana, Davila 2006, p. 9).

Bibliografia

Braidotti, R., 2022, Il postumano. Vol. 2. Saperi e soggettività, Roma, Deriveapprodi.

Maturana, H., Varela, F., 1985, Autopiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio.

Maturana, H., Varela, F., 1987, L’albero della conscenza, Milano, Garzanti.

Maturana, H., Davila, X., 2006, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Milano, Elèuthera.

Maturana, H., Verden-Zöller, G., 2008, The origin of humanness in the biology of love, Luton, Andrews UK Limited, versione digitale.

Pasin, M., 2004, Teoria della Conoscenza nella società Post-Fordista. Filosofia e Knowledge Management: un percorso concettuale, It Consult, , acceduto il 1/03/2026.

Striphas, T., 2024, La cultura algoritmica prima di internet, Udine-Milano, Mimesis.

Articoli autopoiesi, biologia, convivenza umana, cultura algoritmica, Maturana

Luciano Petullà

Esperto di ICT e sociologia dei media. In questo spazio sono raccolte riflessioni saltuarie su aspetti sociali e culturali riguardanti i processi e i dispositivi della comunicazione e della informazione.

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Luciano Petullà

Copyright © 2026 · Luciano Petullà

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