Trump e il clima grottesco dell’inevitabile potere
Non credo vi siano dubbi sul fatto che uno dei temi più dibattuti sui media in questi ultimi due anni, ovvero dalla data della sua elezione, riguarda proprio la figura e le azioni politiche del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Altrettanto indiscutibile è la incredibile varietà di analisi che i tanti commentatori politici continuano a produrre al riguardo sforzandosi di spiegare razionalmente uscite e mosse politiche che appaiono per i più spiazzanti, volubili e capricciose in relazione ai fini dichiarati o alle prassi istituzionali in uso nelle democrazie liberali.
Le uscite a getto continuo su temi forti e controversi – con ordini esecutivi, interviste, post sul suo social media, commenti, comizi, ecc. – del presidente di una delle nazioni più influenti al mondo costringono praticamente sia le opinione pubbliche internazionali che gli interlocutori politici a tenere un’alta attenzione per elaborare e capire come affrontare questioni su cui, sembra, non si vogliono offrire margini di intermediazione – ogni tono diplomatico è infatti abbandonato e i rapporti internazionali ora avanzano con la tecnica del “bastone e della carota”.
Di fronte a tali atteggiamenti negli stessi Stati Uniti molte persone hanno organizzato grandiose proteste al grido di “no kings” per contestare il ritorno, in una democrazia liberale, di un senso e di una pratica del potere tipico di un sovrano assoluto.
Probabilmente, è questa la chiave per provare a comprendere cosa ha abilitato la postura di questo nuova forma di potere nel cuore delle democrazie occidentali. Una recente raccolta di saggi sul tema Trump da parte di studiosi sociali offre parecchi spunti di lettura interessanti aiutandoci a comprendere quale potrebbe essere la nuova condizione abilitante per riesercitare il concetto di sovranità assoluta in una democrazia che si definisce liberale. Ma andiamo per ordine.
Le nuove incarnazioni del potere
Da quando abbiamo iniziato – gradualmente e in accordo alle possibilità offerteci via via dagli ambienti online – a spostare o comunque coniugare i nostri modi di agire ne/con gli spazi digitali, abbiamo intrapreso una direzione in cui potevamo consegnarci al corso di un nuovo potere politico.
L’ampliamento delle possibilità comunicative offerto da Internet a tutti i livelli poteva – come abbiamo creduto e ancora speriamo – incrementare sia le pratiche cooperative che i diversi modi di governare in autonomia.
Insomma, come suggerisce l’antropologo e tecnologo Arturo Escobar, le tecnologie di rete danno alle persone la possibilità di discutere e progettare più mondi possibili in accordo ai diversi ambienti di vita allontanandoli dalle volontà accentratrici tipiche della solita mentalità di dominio e controllo (2018).
Purtroppo, nella lunga evoluzione architetturale che ha caratterizzato il farsi concreto di Internet non siamo stati abbastanza attenti a valutare come questo nuovo ecosistema comunicativo, se non governato appropriatamente in termini industriali e politici, potesse anche rafforzare proprio quella volontà di controllo e dominio oggi incarnate nel sovranismo algoritmico.
Il sovranismo algoritmico
Il sovranismo algoritmico, come spiegano i sociologi Davide Borrelli, Christian Laval e Nilton Ken Ota (2026) analizzando l’attuale politica statunitense e la figura del suo presidente Trump, è l’ultima evoluzione di un potere che si sente forte perché capace di governare in pieno – di diritto e di fatto – una società presupponendo ormai di avere anche il controllo conoscitivo di quei processi economici che, in un tipico ordine politico liberale/neoliberale, si era – proprio per la mancanza di reale conoscenza – dovuto lasciare al cosiddetto mercato, con cui si era costretti a interloquire più o meno blandamente attraverso le varie authority pubbliche indipendenti.
Ora che tutto passa per applicazioni e infrastrutture digitali ci sono evidentemente modi di monitorare, collezionare, elaborare e progettare procedure algoritmiche che, attraverso i dati prodotti dalle nostre vite digitali, ricostruiscono, simulano e predicono un po’ tutto. In effetti è tempo che gli studiosi di Internet avvertivano dei pericoli che la frammentazione dei processi di governance della rete da parte degli Stati nazionali, così come il crescente dominio tecnologico di aziende private nello sviluppo degli applicativi e nella gestione dei contenuti, potevano comportare riguardo alla capacità di preservare un’autonomia di giudizio e di azione da parte delle persone e delle loro comunità sociali (Bertola, Quintarelli 2023).
Il successo e la diffusione sociale degli strumenti digitali a livello globale ci hanno arricchito individualmente in ogni campo ma questa incredibile “plenitudine digitale” fallisce proprio nell’ambito politico, che vive della capacità di informarsi criticamente, di discutere e decidere insieme per guidare in autonomia le proprie comunità.
L’ambito politico in rete viene dunque deragliato da una frammentazione di ambienti proni a essere manipolati da vari interessi e dagli stessi meccanismi che premiano le divisioni e gli scontri, da cui le piattaforme algoritmiche traggono profitto mediaticamente, rendendo difficili le condizioni per deliberare (Bolter 2020). E così, anche in un ambito di relazioni con paesi partner e/o abbastanza omogenei politicamente, la presenza di entità extranazionali che esercitano poteri in termini di infrastrutture e/o di applicazioni/contenuti, richiamano l’esigenza per le singole nazioni di ottenere una sovranità digitale che metta al riparo la propria autonomia decisionale.
Esistono modi diversi di definire e interpretare il concetto di sovranità digitale, ma esso può essere riassunto come il diritto e il dovere di uno Stato indipendente di imporre efficacemente regole specifiche all’uso di Internet da parte dei propri cittadini e da parte degli attori esteri che forniscono a essi servizi digitali fondamentali, in modo che tale uso sia conforme alle leggi, ai valori e agli interessi di quello Stato (Bertola, Quintarelli 2023).
In generale quando abbiamo a che fare con le tecnologie comunicative di rete si creano sempre problemi di monopolio. Le tecnologie di rete tendono a intrappolare (lock-in) gli utenti in quanto l’incremento della loro numerosità ne aumenta i benefici in termini di possibilità connettive (effetto rete), un aspetto che incentiva i proprietari del servizio a chiuderlo (walled garden) negando le interconnessioni e lo scambio con altri servizi simili.
Inoltre, la mancanza iniziale di regole vincolanti a livello di privacy e lo scambio implicito tra la gratuità del servizio e lo sfruttamento surrettizio dei dati generati nelle interazioni tra operatori e utenti – tutti aspetti utilizzati inizialmente per allargare l’audience e vendere pubblicità più mirate – hanno favorito in Internet ciò che sarà poi definito come “capitalismo della sorveglianza” (Zuboff 2023). In effetti la profilazione di miliardi di persone conferisce
innanzi tutto un ulteriore, enorme potere economico. Conoscendo con tanta precisione i gusti e le abitudini dei consumatori, grazie all’evoluzione di tecnologie come l’Intelligenza Artificiale e l’analisi di dati su larga scala (big data) queste aziende possono realizzare prodotti e servizi migliori di quelli dei concorrenti, i quali non hanno la possibilità concreta di competere efficacemente, non solo per una mancanza di economia di scala, ma anche per mancanza di una sorta di economia dei dati, ovvero la disponibilità di aggregare informazioni così precise e dettagliate su ogni possibile consumatore… e la mancanza di disponibilità dei dati azzera la spinta competitiva in mercati già conquistati dagli oligopolisti, minando uno degli assunti delle economie liberali e ponendo così le basi per la fine del capitalismo per come lo abbiamo inteso finora (Bertola, Quintarelli 2023).
Storicamente, i monopoli in ambito dei servizi di telecomunicazioni venivano regolati, in termine di abusi e di riequilibrio dei poteri, all’interno degli Stati nazionali. Ora il problema è molto più complicato data la natura sovranazionale di internet e, soprattutto, le mire geopolitiche di Stati che si ritrovano, in questa situazione, in una posizione di forza.
Alleanza tra politica e oligopoli high-tech
La concentrazione di aziende hi-tech che hanno un ruolo globale nell’economia delle informazioni e che rispondono politicamente agli USA perché lì nate e consolidate sta evidentemente offrendo un’opportunità unica a una politica che vuole ampliare le sue mire in termini di controllo e dominio grazie alle possibilità conoscitive offerte da dispositivi algoritmici sempre più centrali nelle attività di persone e imprese – l’obiettivo statunitense, ci dicono, è “far rimanere l’America ancora grande”.
La cosa è talmente evidente che gli stessi capitani delle grandi compagnie digitali diventano spesso conferenzieri e consiglieri politici intrecciando tra l’altro anche lauti affari con l’amministrazione USA nella promessa di costruire e rilasciare macchine informatiche sempre più sofisticate, potenti e intelligenti per gestire algoritmicamente e in autonomia sempre più cose, tra cui le guerre.
La corsa e il trionfalismo sull’Intelligenza Artificiale sono l’ennesimo passo di questa strategia. Consideriamo oggi il gioco delle grandi big tech, con il loro rilancio in borsa, e la loro spinta a far diventare l’IA una tecnologia carismatica, il cui solo nome fa alzare le aspettative quasi all’infinito, proiettando acriticamente un potere informazionale capace ormai, grazie ai big data, anche di auto-apprendere.
In questo ambito non si prova neanche a discutere se dobbiamo imporre un tetto agli investimenti folli – e in questo momento senza neanche l’idea dei ritorni economici – in tecnologie che consumano risorse energetiche e ambientali enormi, e dunque poco sostenibili socialmente visto anche le concomitanti e drammatiche emergenze climatiche.
Invece, come si afferma in una petizione di oltre 300 studiosi del settore IA – il cui fine è di non commettere lo stesso errore fatto con il “laissez-faire” degli sviluppi su Internet – bisogna uscire dall’iperboli interessate, in cui siamo confinati a parlare di “rivoluzione, di macchine che ‘pensano’, di coscienza artificiale, di sostituzione delle persone” per riportare la discussione su basi chiare e realistiche, spiegarne magagne e limiti, e alfabetizzare digitalmente le persone, comprese le classi dirigenziali e politiche (Adnkronos 2026).
La consapevolezza delle nuove fragilità infrastrutturali
Evidentemente tale clima allo stesso tempo inebria la mente e gonfia il petto al presidente della nazione che può esercitare il proprio sovranismo algoritmico su tutti gli altri facendolo agire come un One Man Show che dice e fa tutto e il contrario di tutto, sparigliando e quasi ammutolendo un resto del mondo – almeno quello occidentale – consapevole che dalle tecnologie digitali USA si dipende – non è più un mistero la paura che gli USA, oltre a sfruttare i dati degli utenti europei per ogni fine egemonico, possano “spegnere” (kill switch) i servizi digitali su cui essi si poggiano (The Guardian 2026).
Ed è questa consapevolezza, molto probabilmente, che, davanti a minacce o teorie bislacche, fa tacere gli interlocutori, psicologicamente impauriti anche dal fatto di non sapere ciò che invece Trump, munito di tutto quell’armamentario algoritmico, potrebbe ormai sapere.
Da questo punto di vista la potenza della sovranità algoritmica riesce a spiegarci anche tutto il grottesco degli atteggiamenti e delle prese di posizioni di Trump poiché dimostra agli interlocutori proprio “l’insormontabilità e l’inevitabilità del potere” – il grottesco, come ci spiegano infatti Borrelli, Laval e Ota citando Foucault, è il prodotto degli effetti di potere di individui “che detengono per statuto degli effetti di potere di cui, per la loro qualità intrinseca, dovrebbero essere privati”.
Riferimenti
Adnkronos, 2026, Innovazione, alla Camera la lettera per una visione realistica dell’AI
Bertola, V., Quintarelli, S., 2023, Internet fatta a pezzi. Sovranità digitale, nazionalismi e big tech, Torino, Bollati Boringhieri, versione digitale.
Bolter, J. D., 2020, Plenitudine digitale: Il declino delle culture di élite e l’ascesa dei media digitali, Roma, Minumum fax.
Borrelli, D., Laval, Ota, N. K., 2026, “Trumpismo e sovranità algoritmica”, in Cartografie sociali. Rivista di sociologia e scienze umane, n. 21.
Escobar, A., 2018, Designs for the Pluriverse: Radical Interdependence, Autonomy, and the Making of Worlds, Durham and London, Duke University Press.
The Guardian, 2026, EU aims to ensure foreign governments or firms cannot disrupt tech services with ‘kill switch’.
Zuboff, S., 2023, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press.