Sul caso Palantir e dell’IA che opprime e uccide
Nel periodo storico che abitiamo sta salendo una certa delusione in molte delle persone che vedevano nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione – ed internet in particolare – una grande opportunità per una generale emancipazione. “Qualcosa è andato storto” sentiamo spesso ripetere (Luna 2025).
A voler esseri sinceri non possiamo negare i grandi entusiasmi e le speranze che hanno supportato e ancora supportano, in certo qual modo, la transizione digitale in quasi ogni settore delle attività umane ma, come studiosi dei media e di processi culturali, su questi passaggi non si è mai nascosta la complessità e la delicatezza nei confronti dei fattori da negoziare per equilibrare e gestire i diversi interessi che – nella costruzione di una nuova realtà sociale – entrano in gioco.
Nonostante ciò, tutti noi, nella pratica quotidiana, siamo sempre scesi “a patti”, costantemente e quasi acriticamente, con tecnologie che, quando estese e adottate su larga scala, alterano il modo in cui pensiamo, sperimentiamo e pratichiamo la cultura (Striphas 2024). Qualunque cosa possiamo intendere per cultura – valori, artefatti materiali/immateriali o modi di vita – oggi è innegabile rilevare quanto i processi computazionali influenzino l’opera di selezione, classificazione e gerarchizzazione di idee, cose e persone, mentre, allo stesso tempo, ci spingono ad adeguare i nostri comportamenti in accordo al nuovo contesto socio-tecnico.
Tuttavia, per non cadere in un facile distopismo che non riesce a spiegare lo sviluppo tecnologico nella complessità e storicità dell’agire sociale, è utile ripartire da alcune considerazioni su quella fucina alchemica che permette di ideare e progettare, nel contesto di una cultura algoritmica, le applicazioni che stanno contrassegnando il nostro vivere.
Opportunità e insidie in una società in rete
Agli albori della “società in rete” il sociologo Manuel Castells (2001) ebbe modo di notare come il laboratorio internet sia un prodotto che nel tempo ha visto una stratificazione di valori dovuti alla coesistenza di molteplici culture, competenze, interessi e passioni.
La sua apertura e plasticità a idee e pratiche innovative, la sua tecnicalità indomabile e sfuggente, la sua viralità sociale e la sua fecondità imprenditoriale, ad esempio, sono caratteristiche ereditate nei decenni in cui si sono susseguite quattro differenti fasi temporali – definite da Castells degli scienziati (anni 50’- 60’), degli hacker (anni 70’- 80’), dei comunitari virtuali (anni 80’-90’) e degli imprenditori dot.com (anni 90’- 2000).
Tutto ciò per sottolineare quanto questo potenziale d’azione sia fecondo valorialmente, nella sua complessità e virtualità immaginativa, per elaborare prodotti/progetti che possono essere messi a disposizione sia di dinamiche aperte a più mondi possibili – al pluriverso, ovvero alle diverse possibilità o modi di vita di persone e comunità – sia a sistemi di vita colonizzanti e unici che, per l’antropologo e tecnologo Arturo Escobar (2018), continuano a perpetuare con altri mezzi la solita cultura patriarcale e capitalista dedita al controllo e dominio su ogni altra forma di esistenza.
In ogni caso, Castells ci avvertiva che quando una società tende a funzionare sempre più in e attraverso la rete, la capacità di trattare/elaborare informazione viene ad assumere un rilievo economico centrale. Ha definito questa nuova economia trainante come informazionalismo – e il valore di mercato e il peso geopolitico delle grandi aziende hi-tech affermatesi nel mondo attuale è la conferma delle sue tesi.
La diffusione sociale di internet ha permesso in effetti la crescita di una new economy. In essa diverse aziende attraverso un’opera sistematica di raccolta dati su ogni sorta di attività (datafication), di trasformazione delle stesse in una qualsiasi merce (commodification) e di una loro selezione (selection) nel lancio commerciale sulla base di criteri economici e/o strategici, ci hanno relegato – o anche imprigionato (lock-in) nella maggior parte delle attività online – nella cosiddetta platform society (van Dijck, Poell, de Waal 2019).
Da sottolineare che, purtroppo, queste piattaforme sono detenute per lo più da aziende statunitensi, imprese veloci a conquistare, per l’”effetto rete”, dimensioni di scala globali, forti di un saldo expertise nel software e nelle strategie di investimento nell’hi-tech. Il problema di avere un tale disequilibrio geopolitico riguarda l’accumulo di potere che può facilmente, da parte loro o del potere politico che le controlla, degenerare in diverse forme di sfruttamento/predominio.
La crescita ipertrofica e il consolidamento delle infrastrutture ICT (Information and Communication Technology) necessarie a supportare le attività in rete e i dati prodotti da miliardi di persone hanno anche consentito lo sviluppo, a partire dagli anni 10’ del XXI secolo, di particolari algoritmi di Intelligenza Artificiale (IA), una storia che abbiamo raccontato in un altro articolo.
Con l’ascesa dell’IA che autoapprende (machine learning) dagli esempi di training guidato dai big data per plasmare le cosiddette reti neurali – e quindi attraverso modelli computazionali forgiati su base statistica – fioriscono gli algoritmi capaci di automatizzare/predire funzioni/processi aprendo in internet una nuova fase che potremmo definire, per molte ragioni, quella del tecno-autoritarismo o della tecnocrazia.
Quando parliamo di tecno-autoritarismo/tecnocrazia parliamo della saldatura tra i progetti politici e ideologici di determinati partiti/personaggi politici e imprese hi-tech offerenti tecnologie che si possono fondamentalmente declinare in termini di controllo/dominio per organizzare/gestire problematiche che coinvolgono interessi di rilevanza pubblica. Ma prima di approfondire questo aspetto vediamo in generale quali problemi comporta l’ascesa dell’IA e dei suoi agenti autonomi.
IA e responsabilità

Come abbiamo detto oggi le dinamiche sociali e culturali vivono di agency umana e di agency algoritmica, cosa anche abbastanza evidente, come ci ricorda la filosofa Rosy Braidotti, dal fatto che ci è chiesto continuamente di dimostrare, nel nostro peregrinare online, di non essere un robot (2022).
In questo stesso contesto l’IA si presenta come una nuova risorsa crescente di agency artificiale (non richiedente quindi intervento umano) interattiva, autonoma e spesso auto-apprendente. L’estensione e diffusione nella società di macchine intelligenti e autonome, come ci spiega il filosofo Luciano Floridi, determina un divorzio tra un agire artificiale e l’intelligenza naturale proprio di un essere umano (2021).
Prima agere, intelligere e intenzionalità – intenzionalità dell’agere (agire per un fine), intenzionalità nell’agere (agire consapevole di se stesso) – erano tre aspetti inseparabili dello stesso fenomeno. Ora l’accountability – dare conto dell’agere stesso come causa di qualcosa – si separa da quella della responsabilità – il dovere morale e sociale di fare o controllare qualcosa in tutti i suoi risvolti.
Messo in questi termini è chiaro che il nostro sistema di esistere come meri utenti di una platform society – guidati sostanzialmente da processi, prodotti, algoritmi, e ora anche agenti IA messi a disposizione dai vari giganti dell’ hi-tech – Meta/Facebook, Alphabet/Google, Apple, Amazon, Microsoft, Alibaba, OpenAI, ecc. – non è socialmente e moralmente sostenibile.
Ad esempio, fino ad oggi queste piattaforme – difese anche legalmente per proteggerne lo sviluppo dal potere delle tradizionali industrie – si sono sempre schermate rispetto a ciò che accade in rete definendosi semplici fornitori di strumenti, rimandando agli utenti come ai veri responsabili di azioni/contenuti. Ma ormai tutti sappiamo che le applicazioni IA, come tutti gli altri artefatti, non sono neutre: sono addestrate su certi dati, rispecchiano determinate culture e vincoli progettuali, si portano in carico una complessità che sfugge anche ai suoi progettisti, e sono avvolte da opacità informativa dovuta fondamentalmente alle politiche di marketing necessarie a sostenerne – navigando costantemente nella sperimentazione e nel consumo di risorse computazionali enormi – gli alti oneri di sviluppo.
L’hype dell’IA e il tecno-autoritarismo
Intorno agli sviluppi dell’IA si sta dunque giocando una grande battaglia globale sospinta dalla convinzione che questi nuovi sistemi algoritmici possano produrre su larga scala – inserendoli nei contesti di tante attività (industriali, mediche, ricreative, educative, ecc.) – vari (e presunti) vantaggi in termini di maggiore efficienza, velocità decisionale, controllo e dominio. Il tecno-autoritarismo è la credenza che essi possano anche sostituire – negli ambiti statali e delle politiche pubbliche – quelle che vengono considerate farraginose e claudicanti procedure deliberative su base democratica.
Non è più allora un tabù incontrare pubblicamente imprenditori hi-tech che vestono anche i panni di ideologi/politici pronti, letteralmente, a “chiamare alle armi” per mettere a frutto tali vantaggi e anticipare il “nemico di turno”.
Il caso Palantir
Tra i più citati al riguardo ci sono Peter Thiel e Alex Karp, rispettivamente presidente e amministratore delegato dell’azienda statunitense Palantir, un’azienda che vende diverse tipologie di piattaforme software a privati e amministrazioni pubbliche per fare analisi – con i dati messi a loro disposizione – anche in senso predittivo riguardo a processi di varia natura.
I due imprenditori sono anche laureati in studi filosofici e sociologici presso rinomate università e sono autori di saggi inquietanti sulla nuova dottrina tecnologica che dovrebbe guidare la costituzione delle repubbliche democratiche dell’alleanza occidentale, l’unica “regione” del mondo, a loro parere, che possa vantare il consolidamento di un vivere che può essere definito civile.
Su Thiel e Karp ormai la pubblicistica è sterminata e non li approfondiremo rimandando ai filmati giornalistici in allegato, che riteniamo esaurienti. Non resistiamo, comunque, nel constatare come nei loro confronti ci sia un abbaglio reputazionale che, se ancora conta il punto di vista morale, lascia senza parole, soprattutto quando l’ammirazione proviene dal mondo politico.
In ogni caso, forti del loro posizionamento in affari a fianco della potente amministrazione statunitense su molti fronti, soprattutto quelli della politica migratoria e della difesa – da quelle parti, e purtroppo non solo, ora ridenominata “della guerra” – i due non nascondono minimamente il loro controverso pensiero giustificando anche – nelle azioni in cui le loro tecnologie aziendali hi-tech e IA offrono sostegno pratico – le molte uccisioni collaterali di civili – vedi le dichiarazioni di Karp su Gaza (Nova Lectio 2026, min. 00:52).
Oppure quando esprimono il senso del loro operare “politico” attraverso la forza della tecnologia. In una conferenza Thiel si è espresso esattamente in questi termini: “l’idea di base era che noi non potremmo mai vincere un’elezione per ottenere certe cose perché saremmo una risicata minoranza, ma forse potremmo cambiare unilateralmente il mondo senza dover convincere sempre la persone, implorando e supplicando gente che non sarà mai d’accordo con noi, e lo faremo con mezzi tecnologici, e qui io penso che la tecnologia sia un incredibile alternativa alla politica” (Nova Lectio 2026, min. 11:14).
Come Palantir e le sue tecnologie siano riuscite ad ibridarsi nel tempo con il potere e le amministrazioni pubbliche di alcune nazioni occidentali, in primis con l’amministrazione USA, attualmente guidata da Trump, è veramente un caso di studio attraverso cui rileggere gli ultimi accadimenti in terra statunitense – hanno avuto un ruolo decisivo in vicende come quelle dell’ICE per le politiche migratorie, nella nascita del nuovo dipartimento del DOGE per lo smantellamento delle agenzie nazionali pubbliche, quello guidato da Elon Musk con lo slogan di un presunto efficientamento e nella nuova riorganizzazione e mobilitazione dell’esercito statunitense con l’IA.
La più grande rapina di tutti i tempi
La enorme raffica di emissione di ordini esecutivi attivata subito dall’amministrazione Trump (2025) si può leggere come una efficace strategia per disorientare il potere giudiziario provando, con dei rapidi blitz, a setacciare e acquisire i dati contenuti negli svariati e compartimentati database federali, dati messi poi a disposizione dei vari fornitori esterni di piattaforme software – i database sono differenziati e separati fisicamente intenzionalmente per limitarne gli accessi ai soli funzionari pubblici dello specifico settore per ragioni di privacy verso i cittadini americani.
In barba al potere e alle procedure del diritto, sempre in ritardo rispetto a ciò che troviamo poi già cucinato dalla tecnologia, Palantir – entità privata – si è trovata improvvisamente – con la scusa delle nuove esigenze del DOGE – in possesso di tutte le informazioni sui cittadini americani detenute dallo Stato federale, informazioni sensibili e private che ora potevano essere incrociate con tutte le altre estraibili in rete (navigazione web, social, cellulari, dispositivi biometrici, ecc.).
L’appropriazione dei dati per la costruzione di un database unico a disposizione di un controllo virtualmente totale su tutti gli aspetti della vita di 300 milioni di americani era evidentemente l’obiettivo primario. Le urgenti esigenze del DOGE erano solo una scusa ed infatti l’ente, ottenuta l’esfiltrazione dei dati, è stato subito abbandonato da Musk – al riguardo, nel servizio allegato, si parla dell’ottenimento di questi dati come della più grande rapina di tutti i tempi.
Mentre vari processi giudiziari sono stati aperti sul caso esprimendosi sfavorevolmente ai blitz dell’amministrazione Trump, questi infine ha avuto ragione con una vittoria di misura ottenuta solo arrivando alla Corte Suprema, che ha una maggioranza repubblicana. Nel frattempo è stato anche firmato un ordine esecutivo presidenziale che ha affidato a Palantir la costruzione di un unico database federale – e comunque i dati erano già tutti stati utilizzati, ad esempio, nei sistemi messi a disposizione da Palantir per le famigerate operazioni dell’ICE .
Queste vicende devono dunque rammentarci, per l’ennesima volta, come sia necessario essere consapevoli dei dati che ci riguardano e che, con le nostre attività digitali, lasciamo in rete sapendo che vi sono abitudini e tecniche che possono contenerne i rischi.
Allo stesso tempo, siamo avvertiti di tenere d’occhio anche le mosse che i governanti del nostro paese prendono rispetto alla salvaguardia dei dati che ci riguardano e che le amministrazioni pubbliche detengono evitando che finiscano in mano ad aziende private o altri Stati – il tema della sovranità dei dati è stato sempre importante ma con l’IA lo diventa ancora di più.
Sulla responsabilità della costruzione dei dispositivi socio-tecnici
Una questione è stata sempre centrale nella costruzione di sistemi che prevedono nel loro funzionamento dei meccanismi automatici o, più in generale, riguardo a dispositivi socio-tecnici complessi che si dispongono e agiscono su ampi varchi spaziali e/o temporali. In quanto comunità sentiamo e abbiamo anche l’obbligo sociale e morale di assegnare responsabilità per rispondere appropriatamente in caso di malfunzionamenti, anche per abbassarne o eliminare, quanto più possibile, i rischi funzionali.
In una sua ricerca la studiosa Madaleine Elish (2019) ha riflettuto sul concetto di human-in-the-loop – ovvero sulla necessità di lasciare sempre un essere umano all’interno di sistemi automatizzati – in modo che si possa intervenire manualmente in caso di improvvisi inconvenienti.
Per capire logiche e dinamiche di implementazione di questa strategia la studiosa ha approfondito il caso dell’introduzione dei sistemi di pilotaggio automatico negli aerei negli anni 70’ del XX secolo. Come sappiamo ormai sugli aereo-veicoli si fa un gran uso di questi dispositivi e, praticamente, la gran parte di un volo è gestito, se non nelle fasi del decollo e atterraggio, da questi sistemi.
Il problema che ci si poneva nell’implementazione degli automatismi era la perdita di esperienza “viva” che i piloti, abituandosi a questi sistemi, avrebbero accusato nel tempo, che poteva metterli in difficoltà nel caso di dover improvvisamente subentrare, per eventuali anomalie, per ripristinare correttamente l’operatività.
Per la studiosa possiamo quindi far rimanere le persone “nel loop” ma, lasciandole depotenziate esperienzialmente, diventano solo dei capri espiatori per assorbire le ire della comunità – la Elish le vede nel ruolo di “spugne morali” e ne parla, in termini di una cinica progettazione, come di una “moral crample zone” essendo la “crample zone” la zone di assorbimento create negli autoveicoli per assorbire gli eventuali urti in caso di accidenti.
Al riguardo, ricordiamo il “pilota Sully” – il comandante Chesley Sullenberger – famoso per aver effettuato il “Miracolo sull’Hudson” il 15 gennaio 2009. Ai comandi del volo US Airways 1549, dopo un decollo da New York, l’aereo fu colpito da uno stormo di oche (bird strike), perdendo entrambi i motori. Senza la spinta per tornare in aeroporto, riuscì ad ammarare nel fiume Hudson salvando tutte le 155 persone a bordo.
Ebbene, molto probabilmente è stato un miracolo dovuto soprattutto al fatto che lo stesso pilota era anche un apprezzato istruttore impegnato regolarmente a insegnare le tecniche di gestione crisi ai suoi stessi colleghi.
L’IA come offset: strategie di compensazione in ambito militare
In una delle annuali presentazioni dei propri prodotti – AIPCon 9 – Palantir ha invitato come conferenziere uno dei suoi migliori clienti, ovvero il ministero della difesa (ora guerra) statunitense, nella persona di Cameron Stanley, che vi lavora come capo responsabile IA.
In una presentazione dal titolo “Intelligenza Artificiale multidominio : Il futuro del comando e controllo” Stanley parla in maniera entusiasta della piattaforma MAVEN di Palantir – ricordiamo che lo sviluppo di questa piattaforma era stata affidata dal dipartimento della difesa a Google nel 2016. In seguito a diverse manifestazioni e anche licenziamenti da parte del proprio personale, non disposto a lavorare per obiettivi militari, Google ha infine rinunciato all’appalto, poi affidato a Palantir nel 2018.
Nella presentazione allegata (marzo 2026), che è sul canale youtube di Palantir, Stanley parla in italiano in quanto è stata attivata la funzione di doppiaggio multilingue fatta tramite l’IA, nuova funzionalità youtube. Questo per dire quanto Palantir ci tenga a diffondere al massimo pubblico la bellezza delle sue tecnologie invogliandone, evidentemente, l’adozione da parte di qualche altro apparato militare nel mondo – peraltro la piattaforma risulta già in uso all’esercito israeliano (IDF).
Quando nel video si parla di offset si parla del concetto di strategie di compensazione in ambito militare, ovvero di come un’innovazione tecnologica può compensare una menomazione strategica. In questa ottica si è lavorato alla deterrenza atomica come prima strategia di compensazione per avere, rispetto al nemico, un esercito ridotto. Una volta che anche il nemico si è dotato dell’arma atomica la compensazione successiva è stata implementata sviluppando sistemi balistici precisi, veloci e anche invisibili (stealth). Ora, spiega Stanley, l’ultimo grido a livello di compensazione è l’IA poiché in grado di guidare la rimodulazione e organizzazione militare facendo guadagnare efficienza/capacità/velocità decisionale.
Nel video possiamo così vedere come funziona la piattaforma Maven. Questa si occupa di analizzare, selezionare e preparare – in tutti gli step necessari fino a presentare il bottone “ok” per la decisione di sparare – i possibili target da colpire, per chiudere quella che viene descritta, senza giri di parole, come la “kill chain”.
Maven, viene spiegato, fa confluire in un’unica interfaccia, riunendoli, diversi sistemi in modo che, con semplici movimenti di click, i vari obiettivi da colpire siano analizzati in ogni dettaglio con assegnate priorità e caratteristiche esecutive, comprese le valutazioni sulla bontà delle informazioni e le probabilità di successo in caso di attacco. Stanley fa vedere come si è partiti da condizioni operative caotiche – in questo posto di comando (Scarlett Dragon) in cui operavano circa 2.000 analisti militari, allestito in una base dell’esercito utilizzando informazioni e materiale relativo alla guerra condotta in Iraq – per arrivare a poter processare, con soli 20 persone, ben 1.000 obiettivi da colpire ogni ora.
Ci è voluto del tempo, dice trionfante, ma ci siamo riusciti, soprattutto grazie all’IA, che si prende anche cura di vagliare, liberandoli dal noioso lavoro i precedenti analisti, le migliaia di ore di immagini riprese da satelliti, aerei e/o droni.
E ogni giorno, afferma soddisfatto, grazie a Palantir riusciamo a vedere continui miglioramenti, tenendo al sicuro e riportando a casa sani e salvi i “nostri” soldati.
Per essere chiari, il sistema che vediamo sembra un videogioco, ed è tanto vero che ormai gli eserciti guerreggianti, in questa nuova atmosfera, si divertono ad abbinare ai sistemi e alle azioni militari anche nomi in stile fantasy. Purtroppo i loro effetti non rimangono nella realtà virtuale, ma uccidono persone reali (militari, persone definite terroriste ma ormai, sempre più spesso, semplici civili compresi bambini, donne, anziani).
Nelle ultime guerre – Ucraina, Gaza, Iran – le immagini che vediamo ogni tanto nei videogiornali, con obiettivi che saltano in aria, sono quasi sicuramente esecuzioni gestite da piattaforme in stile Maven, se non la Maven stessa di Palantir.
L’incidente di guerra
In questa presentazione che esalta cura, velocità e precisione di preparare gli obiettivi di attacco vi è qualcosa di ironico e tragico se pensiamo che è avvenuta solo pochi giorni dopo che era scoppiata la guerra denominata “Epic Fury” di Stati Uniti-Israele contro l’Iran. E lì, proprio nel primo giorno di guerra, il 28 febbraio 2026 a Minab, sud dell’Iran, viene bombardata e distrutta la scuola elementare Shajareh Tayyebeh.

Le vittime presunte sono tra le 175 e le 180 persone, la maggior parte ragazze tra i sette e i dodici anni. Attualmente in Occidente non si parla quasi più di questi bambini, evidentemente figli di altri lontani – ma i ministri iraniani che volano in giro per il mondo seguendo le trattative di pace portano con loro, in aereo per farli ricordare, le immagini fotografiche affisse su seggiole vuote – ma in quei giorni il clamore del fatto è enorme: come è possibile che gli eserciti più professionali, più tecnologicamente avanzati e più sovvenzionati al mondo possono aver commesso un crimine del genere?
Ciò che risulta subito all’occhio è che la scuola si trova vicino a una caserma militare da cui comunque risulta separata con delle mura da almeno 10 anni. Tra l’altro, le immagini dell’edificio e delle sue trasformazioni negli anni sono documentate anche facendo una ricerca come normali utenti tramite il sistema web di Google Maps.
La notizia di questo orribile attacco provoca uno sdegno unanime in tutto il mondo mentre sia gli Stati Uniti che Israele negano ogni coinvolgimento. Anzi, il presidente Trump arriva ad accusare gli stessi iraniani alludendo alla loro scarsa precisione militare e dunque a un incidente domestico di una nazione abituata, aggiunge il suo ministro Hegseth, a martoriare i propri civili. Servizio tv della 7 (Piazza pulita, 2026, 10 minuti)
La disputa sulle responsabilità del crimine di guerra
Tuttavia, iniziano a circolare dei video sui social che documentano l’attacco. Essendo stato multiplo, e quindi portato avanti in più fasi, alcune persone del luogo hanno avuto modo di filmare parte dell’azione con un telefonino, da cui si evince che a colpire è stato un missile Tomahawk.
Il giornalismo internazionale, in particolare la BBC, inizia a indagare e incalzare gli alti responsabili militari americani, lo stesso Trump e il suo ministro della guerra Hegseth, in particolare riguardo al fatto che si tratti di un missile americano. L’imbarazzo statunitense è evidente ma Trump afferma che i missili di quel tipo li hanno anche altri paesi poiché loro li vendono.
Tutti capiscono che comunque non possono averli avuti gli iraniani e con ciò inizia ad avanzare l’ipotesi che qualcosa, nella macchina della guerra statunitense, è andato storto. Da quel momento alle domande sull’evento le autorità statunitensi si trincerano dietro al “ci sono delle indagini in corso”.
La BBC prova ad approfondire la possibile origine dell’incidente coinvolgendo esperti militari e anche consulenti di diritto internazionale per capire come si gestiscono normalmente queste operazioni di attacco.
In effetti vi è un’unanimità di vedute sul fatto che prendere di mira una scuola è inverosimile dato che le immagini satellitari, in questo caso, sono facili da leggere essendoci pattern comportamentali facilmente leggibili come le andate e i ritorni nella scuola dei genitori che vi portano e prelevano i propri figli, oltre ad essere facilmente documentabili le attività dei ragazzi nei campi di gioco esterni.
Ciò che esce fuori nelle discussioni con “gli addetti ai lavori”, comunque, è anche la preoccupazione per la riorganizzazione che l’esercito statunitense sta subendo da un po’ di anni, con la riduzione di personale, anche quello dedicato al controllo delle regole di ingaggio, in genere avvocati militari che vagliano, a fronte di una possibile azione, se le conseguenze sono in linea con le leggi e raccomandazioni formulate per contenere i danni collaterali – che vuol dire, salvaguardare le possibili morti di civili.
E in questa opera di efficientamento i giornalisti scoprono che l’esercito sta sempre più introducendo funzionalità automatizzate con l’IA, un fatto su cui però non vi è documentazione o dibattito pubblico, e su cui quindi è difficile reperire notizie precise.
Qualunque sia stata la causa che ha generato l’incidente, non sembrano esserci dubbi sul fatto che si tratti di un crimine di guerra che deve essere perseguito per legge in quanto gli autori hanno dimostrato di essere stati negligenti nell’individuare erroneamente un obiettivo civile.
Purtroppo, si fa notare, gli Stati Uniti, non aderendo alla Corte penale internazionale, non si faranno giudicare e tratteranno il caso internamente tramite le proprie corti marziali perseguendo eventualmente i propri militari ma basandosi anche sulla considerazione – come è loro prassi – che, in caso di non intenzionalità – ovvero di non avere avuto conoscenza che si trattasse di un obiettivo civile – si tratti di un reato involontario e quindi non assimilabile a un crimine di guerra.
L’IA si prende la colpa ma…
Negli stessi giorni in cui è accaduta la tragedia vi era stata sulla stampa una disputa tra Pentagono e Antrophic, un’azienda di IA famosa per l’elaborazione di un modello IA LLM (Large Language Model) che fa parlare il suo chatbot Claude. Per poter collaborare con i militari, intenzionati a integrare la tecnologia nei loro sistemi, l’azienda aveva posto delle condizioni – non usarli per scopi relativi a sorveglianza di massa e a uccisioni.
Nel panorama IA Antrophic è famosa per volersi differenziare in termini di eticità con i propri competitori, un’operazione che può essere letta anche come marketing – ricordiamo tutti il motto di Google, “don’t be evil”, lanciato come promessa di fondo nel voler agire sempre nell’interesse degli utenti che gli affidano molta della loro privacy.
La coincidenza della polemica indirizza il dibattito pubblico americano sulle eventuali cause del bombardamento della scuola proprio verso la IA – nell’hype dell’IA ora è tutto IA! Forse è un possibile caso di “allucinazione” da parte di Claude riguardo alla selezione di un obiettivo sbagliato?
La ricerca della causa nell’IA nel dibattito pubblico stimola un acuto giornalista del britannico The Guardian, Kevin T Baker, che, a quasi un mese di distanza, il 26 marzo 2026, fa uscire un lungo articolo-inchiesta per fare il punto sulla situazione.
Il titolo dell’articolo “L’IA si prende la colpa per il bombardamento della scuola in Iran. La verità è molto più preoccupante” dà il tono a una inchiesta che ripercorre le tappe di lungo corso della strategia politica e militare americana.
Intanto si chiarisce come l’IA di Antrophic, con il suo LLM che anima il chatbot Claude è stato utilizzato solo per consentire di poter generare, su richiesta, report di consultazione relativi ai dati associati ai sistemi: essa non entra quindi nel merito di decisioni che invece competono al sistema di targeting (kill chain) Maven, costruito da Palantir.
Ma per Baker in questa vicenda – in cui un sistema altamente automatizzato con tecniche IA per selezionare e preparare gli obiettivi da offrire al grilletto di un essere umano non si accorge di stare puntando una scuola elementare – non è l’IA il punto più importante.
In effetti l’IA è attualmente “una tecnologia carismatica” che ha il potere di “modellare l’intero campo intorno ad essa, come un magnete organizza la limatura di ferro”, distogliendoci dalle vere responsabilità umane.
Nei fatti, la storia statunitense ha una lunga tradizione di discussioni e anche di fallimenti nell’elaborare sistemi di attacco che agiscono dall’alto – astraendo e ricombinando elementi informativi provenienti dal campo – senza avere però un reale feedback di ciò che avviene in un territorio che si riorganizza per rispondere appropriatamente.
E ciò è vero fin dalla guerra del Vietnam, in cui gli USA hanno patito disfatte “tecnologiche” brucianti se paragonate alle tecnologie a “bassa intensità” a disposizione del nemico.
La vera domanda che per Baker dovremmo porci è invece relativa a cosa sia successo all’organizzazione – al quadro burocratico per organizzare i passaggi tra il rilevare qualcosa e distruggerlo – ovvero “alla catena di ingaggio, e la risposta è Palantir”.
In generale, i militari lavorano almeno da 80 anni per rendere questa catena la più breve possibile e il sistema intelligente Maven di Palantir è l’ultima iterazione di questa compressione.
Il progetto Maven nacque quando i generali si accorsero che l’80% del tempo degli analisti militari era assorbito da compiti reputati banali, come la supervisione di filmati e immagini dei territori da attaccare che duravano centinaia di ore. Il presupposto fondamentale del progetto era che “la macchina potesse guardare affinché l’analista potesse pensare”.
Ecco quindi che si pensa di organizzare un dipartimento militare dell’IA. Il XVIII Corpo Aviotrasportato iniziò a testare il sistema in un’esercitazione chiamata Drago Scarlatto, che iniziò nel 2020 come un’esercitazione di guerra su tavolo in un seminterrato senza finestre a Fort Bragg.
L’obiettivo era testare se il sistema potesse dare a una piccola squadra la capacità di targeting che in precedenza richiedeva migliaia di persone.
Nei successivi cinque anni, Drago Scarlatto si trasformò in un’esercitazione militare che utilizzava munizioni reali, attraversando più stati e rami delle forze armate, con ‘ingegneri dispiegati in prima linea’ da Palantir e altri appaltatori incorporati accanto ai soldati. Ogni volta che l’esercitazione veniva eseguita, era intesa a rispondere alla stessa domanda: quanto velocemente il sistema poteva passare dalla rilevazione alla decisione? Il punto di riferimento era l’invasione dell’Iraq del 2003, dove circa 2.000 persone lavoravano al processo di targeting per l’intera guerra. Durante Drago Scarlatto, 20 soldati che usavano Maven gestivano lo stesso volume di lavoro. Entro il 2024,
l’obiettivo dichiarato era 1.000 decisioni di targeting in un’ora. Sono 3,6 secondi per decisione, o dalla prospettiva individuale dell’’operatore addetto al targeting’, una decisione ogni 72 secondi.
Prima di Maven, gli operatori lavoravano su otto o nove sistemi separati contemporaneamente,
estraendo dati da uno, incrociando dati in un altro, spostando manualmente le rilevazioni tra le
piattaforme per assemblare l’intelligence e le approvazioni necessarie per ogni attacco.
Maven ha consolidato tutto questo dietro una singola interfaccia che filtra e decide sugli input dei diversi sistemi, convertendo un punto dati sulla mappa in una rilevazione formale per spostarlo in una pipeline di targeting.
Questi obiettivi si muovono poi attraverso colonne che rappresentano diversi processi decisionali e regole di ingaggio. Il sistema raccomanda come colpire ogni obiettivo – quale aereo, drone o missile utilizzare, quale arma associarvi – quello che i militari chiamano un “corso d’azione”.
L’ufficiale seleziona tra le opzioni classificate, e il sistema, a seconda di chi lo utilizza,
invia il pacchetto di obiettivi a un ufficiale per l’approvazione o lo sposta all’esecuzione.
Nelle organizzazioni che funzionano su procedure formali abbiamo invece bisogno di qualcuno all’interno del processo per interpretare le regole, notare le eccezioni, riconoscere quando le categorie non si adattano più al caso. Insomma, nota Baker, si creano finestre in cui gli errori possono essere catturati.
Ma se ci mettiamo all’interno del quadro dell’efficienza, tutto ciò viene registrato come latenza e dunque difetto. Come afferma Baker, Drago Scarlatto in effetti ebbe successo nell’eliminare le discussioni sul targeting, i processi di deliberazione, l’esitazione e i momenti in cui qualcuno aveva tempo di obiettare o notare che qualcosa non andava.
In questo modo, anche la tremenda responsabilità di decidere sulla vita e la morte è sempre più delegata – espungendo più persone possibili dal loop – alla rigidità matematica di procedure codificate nell’opacità di un software che lascia i pochi operatori umani nel ruolo di probabili, come dice la Elish, “spugne morali”. Ma l’IA è servita anche a distogliere, conclude Baker, dalle vere questioni in gioco – a schermare cinicamente la collettività dalle sue molteplici corresponsabilità.
Il Congresso non ha autorizzato questa guerra. In due settimane, le forze statunitensi hanno colpito 6.000 obiettivi. La scuola era uno di questi. Le forze statunitensi hanno ucciso quasi 200 persone, e le notizie hanno cercato nell’”errore dell’IA”, un fatto che ha addomesticato l’evento in qualcosa che un algoritmo migliore o barriere migliori avrebbero potuto prevenire.
Nei giorni dopo l’attacco, il carisma dell’IA ha organizzato l’intera conversazione politica intorno alla tecnologia: se Claude avesse allucinato, se il modello fosse allineato, se Anthropic avesse responsabilità per il suo dispiegamento. La questione costituzionale di chi ha autorizzato questa guerra e la questione legale se questo attacco costituisca un crimine di guerra sono state deviate da una domanda tecnica, che è più facile da fare e impossibile da rispondere nei termini che ha impostato. Il dibattito su Claude ha assorbito l’energia. È ciò che fa il carisma.
Ha anche oscurato qualcosa di più profondo: le decisioni umane che hanno portato all’uccisione di tra 175 e 180 persone, la maggior parte delle quali ragazze tra i sette e i dodici anni. Qualcuno ha deciso di comprimere la catena di ingaggio. Qualcuno ha deciso che la deliberazione era latenza.
Qualcuno ha deciso di costruire un sistema che produce 1.000 decisioni di targeting all’ora e le chiama di alta qualità. Qualcuno ha deciso di iniziare questa guerra. Diversi centinaia di persone sono seduti su Capitol Hill, rifiutandosi di fermarla. Chiamarlo un “problema dell’IA” dà a quelle decisioni, e a quelle persone, un luogo dove nascondersi.
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