luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Limiti, imprese e responsabilità dei software culturali Una recente campagna pubblicitaria promossa dalle Nazioni Unite — creata per attirare l’attenzione sulla prevalenza nel mondo delle opinioni sessiste e discriminatorie riguardo al genere femminile — è stata ideata sulle funzioni di ricerca di Google. Più precisamente, essa ha sfruttato il motore introducendo un accenno di parole del tipo “women should …” per mostrare poi i suggerimenti offerti  dalla funzione predittiva per ultimare i termini della ricerca. L’algoritmo, che dovrebbe tenere conto sia delle ricerche più frequenti fatte dall’utenza sia delle combinazioni testuali riconosciute in quell’oceano di contenuti raccolti sulla rete, ha così portato alla superficie quanto di stereotipato sul tema possa circolare. Nelle immagini della campagna le risposte diventano allora una sorta di bavaglio che silenzia la vera voce e personalità delle donne. Il successo della iniziativa (credits: Memac Ogilvy & Mather Dubai) nel rivelare i pregiudizi in maniera così incisiva e stridentemente attuale, in considerazione della nostra condizione post-moderna che si suppone così potentemente supportata in termini di tecnologie del pensiero, si può misurare con il dibattito aperto su twitter seguendo l’hashtag: #womenshould, ma anche dalle successive imitazioni, come quella sul razzismo con l’iniziativa australiana Racism. It Stops With Me. Sull’importanza…

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