Contro-strategie all’irretimento digitale

+Digital Literacy-Digital Divide

Un recente scambio di opinioni avvenuto tramite articoli pubblicati su riviste e giornali di pregiata tradizione editoriale ci spinge ad avanzare delle considerazioni sullo stato della critica dei nuovi sistemi di comunicazione.

Più precisamente, sull’atteggiamento che potrebbe risultare migliore per gestirne la complessità crescente considerato che, davanti a tanta effervescenza innovativa, ci sentiremo sempre in una posizione di difetto. La riflessione che vorrei avanzare è semplice e lapalissiana ma per alcuni ardua da accettare: la comunicazione digitale che fluisce e si costruisce tramite gli innumerevoli e cangianti software sulle reti fisse e mobili di telecomunicazione è divenuta (e rimarrà) una condizione esistenziale sempre più importante e ineludibile.

In quanto elemento o ambiente connettivo onnipresente, e in quanto prodotto di un continuo e inarrestabile sviluppo, dobbiamo solo convincerci di a-u-scultarla, di comprenderne la volontà (vedi la “provocazione” di Kevin Kelly) ma anche, ancor meglio,  di caricarci personalmente di uno spirito di agency più attivo (vedi Howard Rheingold).

Lo status incerto di digital divide
La discussione cui accennavamo ruota attorno ad un argomento classico del settore ICT ovvero il problema delle ineguaglianze all’accesso e all’uso delle nuove piattaforme mediali da parte di persone collocate in ambiti geografici e, in una accezione estesa ma più indefinita, sociali diversi.

In breve, l’abbattimento del cosiddetto digital divide è diventato un obiettivo prioritario per quasi tutte le nazioni del mondo. L’unanimità d’intenti è dovuta primariamente a una ragione economica visto che la nostra epoca si caratterizza per la preponderante diffusione e innovazione su base telematica di prodotti e (soprattutto) processi.

Dato l’unanime orientamento, il tipo di dibattiti a cui ci siamo abituati verte inevitabilmente sui ritardi delle azioni di contrasto, quasi sempre imputabili all’inadeguatezza dei fondi statali disponibili. Una completa copertura geografica  dei servizi alle popolazioni di aree disomogenee – in una logica imperante di liberalismo economico – richiede infatti il coinvolgimento degli Stati/governi nazionali. Finita l’epoca dei monopoli anche nel settore delle telecomunicazioni, le imprese private investono solo laddove vi è un ritorno economico ragionevole, che in questi ultimi anni di significativo restringimento degli orizzonti economici significa almeno 3-5 anni, un arco temporale veramente sfidante quando si affrontano spese infrastrutturali così importanti.

Le aree orograficamente scomode e/o meno popolose – fondamentalmente, le infrastrutture ICT si sostengono sulle economie di scala – cadono così in un meccanismo di “market failure” dove l’onere degli investimenti – sempre che persista una reale volontà politica di ampliare all’intera comunità ciò che diventa bene comune – ricade sulle malmesse casse statali.

Di tutto ciò in questi articoli troviamo ben poco, se non un invito ironico a non spendere inutilmente i soldi per risolvere il problema. Il punto di vista esposto sul New York Times è che, una volta colmata la distanza infrastrutturale, le persone devono affrontare un altro tipo di divisione: quella tra utenti internet che vagano perdendo gran parte del loro prezioso tempo – si parla soprattutto delle fasce giovanili della popolazione e, nello specifico, di quelle appartenenti alle famiglie socialmente più disagiate – e coloro che hanno invece capacità cognitiva per farne un utilizzo più moderato e sapiente, anche perché maggiormente supportate da famiglie e ambienti in cui vige un certo livello culturale (“Wasting Time Is New Divide in Digital Era. Poor People Are Wasting Time on the Internet!”).

Il fatto è che, lo ricorda nello stesso articolo danah boyd, nota ricercatrice sociale impiegata alla Microsoft,

l’accesso non è una panacea, non solo non risolve i problemi ma rispecchia e amplifica ciò che tendiamo a ignorare.

Una facile obiezione a chi reputa inutile l’impegno a diffondere le piattaforme digitali è che non esiste una indiscutibile ragione né autorità che possa stabilire l’utile e l’inutile (il bene e il male) per gli altri, tanto più quando parliamo di strumenti e ambienti di comunicazione – nei secoli, vi è una lunga storia di abiure verso tutte le nuove forme di comunicazione, soprattutto verso quelle popolari. E, in effetti, a cercare fra le centinaia di commenti dei lettori, troviamo una buona percentuale di critiche verso questo atteggiamento altezzoso.

La digital literacy
L’articolo pubblicato dalla rivista Technology Review, “There Is No Digital Divide. A concept that animates hundreds of millions in Federal spending needs to be retired”, risponde criticamente analizzando la natura ideologica e comunque limitante dello stesso concetto di digital divide.

La studiosa Jessie Daniels si dichiara dispiaciuta di come sia stato dato per scontato un concetto che, nella versione estesa, non ha un’accezione comune. Intanto, a definirne il significato sono stati

gli uomini, soprattutto bianchi e le classi medio-alte che avevano più probabilità di accedere alle tecnologie

cosicché sorgono questioni sulle caratteristiche degli esclusi che scontano vecchi modi di pensare riguardanti «le classi, la razza, il genere».

La prima conseguenza è che si tende a giudicare i propri utilizzi non come rappresentativi di certi gruppi ma standard da prendere come punti di riferimento universali, e ogni comportamento di utilizzo discostante, amplificante o anche più complesso (combinazione dei due) può essere rimarcato in termini di patologia digitale.

In più, oltre che fuorviante, ragionare in termini di digital divide – un concetto elaborato nell’avventuroso e originario periodo in cui accedevamo alla rete tramite un fischiettante dispositivo che “telefonava” ai server di accesso per fare aprire la porta attraverso cui far fluire i bit del computer – può essere anche limitante rispetto a un abitare il mondo che ha ormai assorbito lo shock digitale introiettando velocemente nella normalità delle cose le portentose strumentalità e potenzialità.

Superata la questione di esservi dentro o fuori – un impegno che per gli Stati deve diventare, come sta avvenendo nelle nazioni civilmente più evolute, diritto costituzionale – rimane la domanda su come stiamo trasformandoci e sulle nostre possibilità di partecipazione critica agli (inevitabili) cambiamenti.

Oggi dunque sarebbe più corretto inquadrare gli sforzi per contrastare limiti e gap coltivando ciò che in gergo è definito come “digital fluency” o “digital literacy”. Rimediare quindi per linee interne, omeopaticamente, considerando analisi e risorse veramente multidisciplinari visto lo spettro dei cambiamenti, che è tanto ampio quanto sono estese le aree di impatto.

Lo “shock digitale” è stato un effetto utile di stimolo e dall’allerta, parte di uno schema tipico nell’introduzione di una tecnologia che denota ampie possibilità di attecchimento. Ma passata questa fase, quella della novità, l’attenzione al medium e alla sua matrice generativa è vissuta generalmente dalle persone con noia per il tecnicismo richiesto. Un antidoto per mantenere un atteggiamento di più consapevole unitarietà rispetto alla trasversalità dei fattori che strutturano i reali poteri di ideazione ed esercizio dei cosiddetti nuovi media è quindi proprio la diffusione di una buona digital literacy.

Gli educatori Jeremy Shapiro e Shelley Hughes (1996) furono particolarmente lungimiranti nel sottolineare la multidimensionalità con cui e su cui avanza questa nuova forma di alfabetizzazione. In quel periodo la preoccupazione era di riequilibrare l’entusiasmo nei confronti della tecnicalità – eravamo nella fase della novità, e dunque dell’hype di fronte all’evidenza poderosa del medium, ma il problema di fondo rimane lo stesso.

L‘information literacy e la computer literacy, nel loro significato tradizionali, sono delle abilità tecniche che possono essere valutate dal punto di vista funzionale. Ma l‘information literacy dovrebbe di fatto essere intesa in un senso più ampio, come una nuova arte liberale che si estende dal sapere come usare i computer e accedere alle informazioni per arrivare fino alla riflessione critica sulla natura dell’informazione stessa, sulla sua infrastruttura tecnologica, e sul suo contesto e impatto sociali, culturali e anche filosofici, tutti elementi essenziali per la struttura mentale del cittadino istruito nell’era dell’informazione, così come per una persona istruita nella società medioevale era essenziale il trivio delle arti liberali di base (grammatica, logica e retorica) (in Metitieri, 2009).

Essere ormai oltre
Tornando all’articolo su Technology Review la Daniels parla dell’abilità degli adolescenti a navigare e rintracciare le informazioni velocemente, ma della difficoltà a decifrare la bontà delle informazioni o delle fonti. Fa l’esempio dei siti civetta (cloaked site) che cercano di spacciare informazioni false nascondendo le origini autoriali e dunque, in qualche modo, la loro latente intenzionalità di fuorviare ideologicamente.

Ad esempio, possiamo imbatterci in www.martinlutherking.org credendo di trovare informazioni curate da appassionati difensori dei diritti civili mentre nella realtà il sito è registrato a un noto gruppo suprematista il cui obiettivo è di giustificare la necessità di predominanza della razza bianca. Conoscendo la logica di base dell’infrastruttura internet – ogni nome di sito web (dominio) va registrato pubblicamente e deve avere un responsabile amministrativo – si saprebbe anche come reperire facilmente e immediatamente l’informazione (www.easywhois.com).

Per spiegare come operare in questo senso – e lo stesso esempio del “cloaked site” è tratto dal suo libro appena uscito intitolato “Net smart” – la Daniels richiama il lavoro di Howard Rheingold, il noto studioso e attivista digitale, pioniere degli ambienti online e inventore nei lontani anni Ottanta del secolo scorso della fortunata definizione di “comunità virtuali”.

Howard Rheingold fa parte di quel gruppo di intellettuali-attivisti californiani a cui internet deve molto per l’entusiamo e l’energia propositiva che vi hanno riversato, in questo caso soprattutto a livello culturale più che di effettivo sviluppo tecnico, anche se sappiamo quanto le due cose siano coessenziali per l’esistenza e le dinamiche della rete così come la conosciamo.

Rispondendo spesso a domande che provano a smantellare e comunque circoscrivere il tipico ottimismo progressista che pervade le idee di questa particolare regione americana ad alta densità di industrie hi-tech, Rheingold afferma di essere perfettamente consapevole dei tanti problemi del mondo – ultimamente, con tono ironicamente bonario, in un intervista radiofonica ha ricordato la quantità di tempo impiegato con la moglie per convincersi vicendevolmente se fosse il caso di mettere al mondo una figlia! Ciononostante, egli afferma che il suo entusiasmo è semplicemente un modo per dare senso al sempre possibile attivismo umano, della cui capacità di cambiamento partecipato la rete dimostra di saper essere buon alleato.

Insomma, siamo ormai in uno stadio in cui, piaccia o no, dobbiamo convivere con problemi di attenzione per la mole di eventi e notizie che ci avvolgono, di qualità dell’infomazione, di modi diversi e potenti di partecipare, conoscere, lavorare e socializzare. Siamo ormai tanto oltre da doverci impegnare con fare artigiano a districarci nella rete tramite la rete, così come a esercitarci e riflettere sulla nostra riconfigurazione mentale, sociale e politica.

L’arduo equilibrio tra opportunità e minacce
Ovviamente, tutto al mondo deve essere relativizzato, e anche la questione digitale può essere, in tanti luoghi, un elemento veramente secondario nel ristrutturare così profondamente le vite.

Ma in tante aree importanti e popolose del globo, in maniera trasversale, ragioniamo ormai apertamente di ciò, del nostro spaesamento e del nostro nuovo statuto (post)umano. Ad esempio, può capitare di imbattersi facilmente nelle considerazioni così ben riassunte dal sociologo e giornalista italiano Ilvo Diamanti:

Anch’io, ormai da tempo, ho cambiato abitudini. Perché sto diventando, a mia volta, un “Uomo Multitask”. Per mimetismo con gli strumenti – tecnologici – di cui mi servo. O che si servono di me. Come lo smartphone che mi accompagna fedele. Oggetto – e Soggetto – multimediale. E multi funzionale. Che fa, anzi: “è” molte cose, tutte insieme. Video e foto-camera, macchina fotografica, PC, riproduttore MP3, navigatore GPS, consolle per videogame, torcia elettrica, agenda, lettore di libri, sveglia, radio, tivù … E molte altre applicazioni, sempre nuove e sempre diverse, che si possono scaricare e installare con lo stesso mezzo. …. L’Uomo Multitask segna una decisa svolta nel rapporto fra le persone e il mondo intorno. (D’altronde, l’Human Multitasking è un’area sviluppata da tempo in diversi settori scientifici). Senza pretendere di spiegare quel che io stesso stento a capire, mi pare però che da questa tendenza emerga (e si propaghi) un soggetto flessibile, sempre connesso. Naturalmente in grado di combinare luoghi, relazioni, attività differenti. Senza soluzione di continuità. Senza fermarsi. Senza fissarsi su uno specifico punto e su una specifica pratica per più di qualche minuto. In grado, per questo, di fare molte cose e nessuna in particolare. Con il rischio, per questo, di essere meno “connesso” con il mondo intorno. Di apparire e di sentirsi sempre di passaggio. Come se fosse lì per caso» (2012).

Queste comunanze di sensazioni e pensieri implicano e segnalano profondi risvolti umani e sociali la cui pregnanza, al di là delle visioni che possiamo più o meno condividere, ha una sicura valenza antropologica, e comunque non può né accontentarsi di analisi basate su semplici schematismi, né fare a meno di azioni contro-strategiche.

Il fenomeno del multitasking, ad esempio, dà conto di questa spaziatura trovando orecchie attente in chi da tempo unisce una scienza antica come la filosofia all’evoluzione dei media e delle cosiddette società neurali.

Byung-Chul Han, filosofo di origini coreane e professore in Germania, dove insegna proprio Filosofia dei Media, vede questa sintomatologia come espressione di un nuovo stadio della vita globalizzata che tende a caratterizzarsi con sindromi quali sensazione di saturazione, iper-attenzione, overload informativo, stanchezza prestazionale, ecc.

In questo contesto, egli vede un intenso processo di riconfigurazione esistenziale in cui segnala sia il ritorno – che potremmo denotare anche positivamente – di capacità acquietate da un certo stadio di civilizzazione, sia il pericolo – il risvolto negativo – della continua e incombente incertezza di vita:

la tecnica del tempo e dell’attenzione definita multitasking non costituisce un progresso civilizzante. Il multitasking non è un’abilità di cui sarebbe capace soltanto l’uomo nella società del lavoro e dell’informazione tardo-moderna. Si tratta piuttosto, di un regresso. Il multitasking infatti si trova già largamente diffuso tra gli animali in natura. È una tecnica dell’attenzione indispensabile per la sopravvivenza nell’habitat selvaggio.

Ci si nutre ma si è attenti a non divenire a sua volta divorati, si sorveglia la prole e i partner sessuali, mentre si è continuamente costretti a

rielaborare lo sfondo… la preoccupazione di vivere bene, nella quale rientra anche una riuscita convivenza, cede sempre più il passo alla preoccupazione di sopravvivere (2010).

 

Bibliografia

Diamanti, I., “Avanza l’Uomo Multitask“, Repubblica.it, 6/4/2012

Han, Byung-Chul, 2010, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2012

Kelly, K., 2010, Quello che vuole la tecnologia, Codice, Torino, 2011

Metitieri, F., 2009, Il grande inganno del Web 2.0, Laterza, Roma-Bari

Rheingold, H., 2012, Net smart. How to Thrive Online, The MIT Press, Boston

There Is No Digital Divide“, Technology Review, 31/5/2012

Wasting Time Is New Divide in Digital Era“, New York Times, 29/5/2012