Velocità di accesso
Retoriche ed ebbrezza degli effetti
In
continuità con gli ultimi contributi, tratteremo qui il tema della
velocità prendendo in considerazione una sua ultima declinazione
diventata a noi particolarmente
cara, la velocità di accesso alle
reti di telecomunicazioni. Considerata da tempo obiettivo primario per
lo sviluppo economico e sociale in quasi tutte le nazioni del mondo -
garanzia di una fluida e costante connettività tra persone/ambienti
digitalmente attrezzati - possiamo affermare che questa nuova
condizione tecnologica si sta rivelando, usando la definizione con cui
l'antropologo ed economista Karl Polanyi descriveva la connaturalità a
fondere le nostre esistenze con le moderne infrastrutture tecnologiche
(1944), una “realtà inesorabile”. Al riguardo, ci permettiamo di ordire una piccola premessa. Quando sentiamo discettare di velocità d'accesso siamo istintivamente portati a pensare che sia, fondamentalmente, un problema tecnico importante ma poco affascinante. Anzi, per dirla tutta, abbastanza noioso. E, in effetti, l'ampiezza dello spettro tematico che dovrebbe interessare la comunicazione, forse proprio alla luce della scarsa comprensione della nostra plasticità fisica e psichica e delle attrattive culturali della modernità, è un problema che attanaglia anche i cosiddetti ambiti scientifici. Nonostante le continue prove degli effetti trasversali e profondi che le nuove condizioni mediali supportano e alimentano in ogni campo delle attività umane, quando ci si inoltra in un qualche tentativo di indagare le nuove forme della comunicazione “interrogando il medium”, si sconta immancabilmente la sensazione di dover vincere, prima di tutto, una spessa barriera di “scientifico” scetticismo. Ci si sente, cioè, in dovere di giustificare un percorso che inevitabilmente è costretto a (e attratto da) un utilizzo eterogeneo di argomenti e strumenti concettuali/empirici, e dunque a un uso sconsiderato di ecletticità. Eppure, come spesso accade quando una realtà così fondamentale per gli esseri umani continua a cambiare i termini del suo operare, sono pochi gli aspetti della vita personale e sociale che non devono tenerne conto. Ergo, di cui dovremmo tenere conto.
Nel frattempo, aumenta la distanza tra le pratiche di vita e una certa formalizzazione teorica, tanto che forse sarebbe più produttivo dare per acquisita la nostra trans-umanizzazione digitale per provare a prendere “di petto” gli aspetti che mordono la vita comune. Ad esempio, improvvisamente sembriamo catapultati in dinamiche irresistibili quanto inevitabili e molti sapienti pubblicisti hanno buon gioco nel parlare allarmati di “vertigini digitali”, “fragilità”, “disorientamento” (Keen, 2013), oppure, più pragmaticamente, a riconoscere che «oggigiorno abbiamo fondamentalmente due differenti modi di stare nel mondo: essere o non essere nello stato di connessione. Ciò nonostante, deplorare uno stato o l'altro non aiuta nessuno poiché essi rappresentano un diverso insieme di possibilità in termine di pensiero e azione» (Chatfield, 2013) - per inciso, la traduzione italiana del titolo How to thrive in the digital age in Come sopravvivere nell'era digitale insiste nello sfruttare il disagio sottolineando, più che le speranze di sviluppo proprie del termine inglese thrive, le fatiche e i rovesci dell'impresa.
Ad ogni modo, che si sia forse esagerato in pre-sunzioni conservative riguardo a un fenomeno naturalmente sconfinante e umanamente ri-strutturante come la comunicazione lo prova l’abbassamento delle asticelle nell’ambito della riflessione accademica, almeno a livello internazionale. Dopo i pressanti e ripetuti inviti a legittimare campi di analisi dimostratesi (almeno) proficui nel segnalarne le complesse articolazioni, e che, per via dell’eterogeneità e dell’eclettismo, si circoscrivono spesso solo nei termini laschi di “mediologia”, siamo in una fase in cui si stimolano ricerche che hanno nella “mediatizzazione”, o meglio, nel meta-processo di mediatizzazione, il loro fulcro, in quanto «la mediatizzazione deve essere compresa come un processo di lungo corso che ha, per ogni cultura e società, e in ogni fase storica, una specifica realizzazione. La mediatizzazione ha dunque degli stadi di sviluppo specifici e, allo stesso tempo, diversi. In più, la mediatizzazione in quanto meta-processo dovrebbe essere compreso come un processo simile alla globalizzazione, individualizzazione o consumismo. Ognuno di questi processi è un principio ordinativo che ci aiuta a pensare gli eventi e gli sviluppi specifici come intrinsecamente correlati, e, pur insediati in determinati campi della cultura e società, influenti su molti altri campi [... infine] la mediatizzazione è un meta-processo fondato sul cambiamento della comunicazione come pratica basica del modo in cui le persone costruiscono il mondo sociale e culturale, vale a dire attraverso i cambiamenti delle pratiche comunicative che utilizzano i media e ai media si riferiscono» (Lundby, 2009, pp. 24-25).
Chi ha aderito da tempo a questa impostazione non può non osservare che questa impostazione ha la possibilità di ottenere dei risultati ancora più completi quando riesce a ristabilire la circolarità tra tecnologie della mediazione e società anche in termini di costruzione e sostenibilità dei sistemi mediali, il che richiede un’attenzione critica ai processi di trasformazione che sono frutto della complessa interazione tra bisogni percepiti dai soggetti, pressioni economico-politiche e innovazioni sociali e tecnologiche (Fidler, 2000). Da questo punto di vista, il presente contributo sposa la tesi che stiamo ormai sperimentando condizioni proprie di nuovi paradigmi di vita. Avendo l'ambizione di coltivare (se possibile) degli anticorpi per irrobustire una mentalità più adeguata ai nuovi orizzonti, esso prova a riflettere sui termini e le sfide a cui dobbiamo rispondere in quanto persone che ormai operano e si formano in società fittamente interconnesse da reti telecomunicative.
La retorica della velocità d'accesso
Il termine ICT (Information & Communication Technology) include ormai una vasta gamma di settori quali la produzione di componenti e apparati IT, servizi software, apparati e servizi di telecomunicazioni, dispositivi multimediali, ecc. Eppure, come sempre più evidente dalla tendenza a dotare i dispositivi elettronici di qualche tipo di connessione di rete, che sia via cavo o wireless, i vari prodotti e servizi finali a cui l'ICT dà vita trovano proprio nella capacità e velocità di accesso alla rete una misura vitale e universale della loro desiderabilità e possibilità, da parte di persone e gruppi, di poter essere (e di operare) in rete.
La tesi che seguiremo è che, sull’onda di una retorica e una pratica che spinge continuamente in avanti i limiti dei canali di connessione telematici, ci siamo aperti strutturalmente sia a cambiamenti profondi che a continue sperimentazioni dagli esiti non preordinabili o prevedibili. Incentivata da logiche moderniste e autogiustificanti, l'esigenza di incrementare le velocità di trasporto delle connessioni digitali ha attivato dei feedback sempre più stretti tra funzioni efficientiste ed esperienze vitali impregnando tutte le altre dimensioni esistenziali. L’ubiquità dei punti di accesso e gli incrementi performativi hanno predisposto in ultimo scenari di interazioni complessi che segnano una discontinuità qualitativa forte in cui è saltata la capacità di controllo degli effetti che ogni azione razionale sembrerebbe invece presumere. Mentre i fautori e attori delle tecnologie mediali hanno continuato a puntare sulla rassicurante ottica che stressa - con l'aumento della quantità dei bit trasportati - l’efficienza nel raggiungere e perseguire fini eterogenei, uno scarto enorme è andato a prodursi nelle nostre vite. Potremmo dire che mai come in questo caso l’opera della cosiddetta “legge di Benjamin” in ambito mediale – la trasmutazione della quantità in qualità propria della comunicazione di massa (1934) – sia stata più evidente, e da essa dobbiamo passare per comprendere come stiamo predisponendoci, più o meno forzatamente, ad assorbire esperienze, competenze e mezzi che sappiano ridare senso alla nostra nuova posizione nel mondo.
A ripercorrere gli ultimi venti anni di storia, così inestricabilmente legati all’evoluzione e diffusione delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, ci accorgiamo che sono stati anni accompagnati da una litania tanto semplice quanto potente. Il ritornello sul valore di essere connessi tramite un cellulare o la rete internet, il fatto di dover disporre di un buon canale in termini di velocità per scambiare messaggi/contenuti di ogni genere, sono stati una costante della pubblicistica sospinta dalle industrie del settore. Ma non solo. Il discorso sulle infrastrutture digitali è il tasto su cui hanno battuto anche i vari policy maker avvertendo dell’esigenza di mantenere allineate persone e comunità ai nuovi sviluppi economici, sociali e culturali. Mentre le categorie politiche andavano offuscandosi, è stata la telematica ad essersi imposta con forza nella narrativa e nella pratica come fattore indispensabile per raccordarsi in ambienti che interagivano già con fitte istanze, locali e globali.
Tutto ciò non è secondario e anzi acquista un significato particolare alla luce di quanto ci rammenta il sociologo francese Alain Touraine (1973) riguardo al modo in cui una società si produce orientando, in base alla fiducia che ha di agire su se stessa, le proprie risorse. La nuova (terza) rivoluzione digitale ha mosso infatti enormi capitali: i settori dell’industria elettronica, con tutte le sue filiere, e le crescenti iniziative di convergenza tra servizi informatici e di telecomunicazione hanno attirato una gran parte delle speranze degli investitori a livello globale. L’effetto di questo orientamento è davanti agli occhi di ognuno, vale a dire l’altissimo livello di interconnessione telecomunicativa raggiunta da gran parte della popolazione mondiale. Il contesto, per altro, rimane ancora attuale. Gli Stati Uniti hanno appena approvato un piano di investimento di circa 15 miliardi di dollari il cui obiettivo «non è solo di assicurare connessioni affidabili e alla portata di ogni comunità ma anche di equipaggiare la maggior parte delle case (circa 100 milioni) con linee veloci, almeno 100 Mb/s. E’ un tentativo di spingere con forza gli Stati Uniti nell’era dell’alta velocità – tutto ciò, suggerisce la FCC, è ottenibile entro il 2020». (Technology Review, 2010). La fiducia in queste politiche è fondata sui probabili ritorni economici, soprattutto in termini di incremento di produttività e di competività – nell'ideazione, progettazione, produzione di beni materiali e immateriali. Ci sono anche calcoli più precisi sulle percentuale di prodotto interno lordo che investimenti di questo tipo riescono a determinare e le politiche incentivanti del broadband si ripropongono un po' ovunque nel mondo. Illustrando gli scopi strategici della cosiddetta “agenda digitale” che, entro il 2020, deve rivitalizzare l’economia e la qualità di vita del vecchio continente, la Commissione Europea ci spiega che «il settore ICT è direttamente responsabile del 5% del prodotto annuo lordo dell’Europa con un valore di mercato di 660 miliardi di euro, ma esso contribuisce molto di più all’aumento della produttività generale (il 20% direttamente dal settore ICT e il 30% dagli investimenti ICT). Ciò è dovuto agli alti livelli di dinamismo e innovazione inerenti il settore e al suo ruolo abilitante nel cambiare i modi in cui altri settori operano. Allo stesso tempo, l’impatto sociale dell’ICT è diventato importante – ad esempio, per il fatto che ci sono quotidianamente più di 250 milioni di utenti internet in Europa e virtualmente tutti gli europei possiedono un proprio telefono mobile che ha cambiato gli stili di vita. Lo sviluppo delle reti ad alta velocità ha oggi lo stesso impatto rivoluzionario che le reti di trasporto e dell’elettricità hanno avuto un secolo fa» (EU, 2010, p. 4). La forza di questa spinta ideale si può misurare in termini di investimenti nella ricerca. La situazione europea, sicuramente non al top rispetto alle regioni nord-americane o asiatiche (Giappone, Corea, Taiwan), è così fotografata: «il settore ICT è il maggiore in termini di R&D per l’economia europea, a dispetto del fatto che rappresenta solo il 3% della forza lavoro totale e il 4,9% del suo Prodotto Lordo. Con il 17% degli investimenti in R&D, il 25% di tutte le spese effettuate a livello business da tutti i settori e il 32,4% di tutti i ricercatori, il settore ICT è di molto avanti rispetto agli altri comparti e il maggior contribuente all’economia della conoscenza in Europa» (EU 2010, p. 30). L’ultimo rapporto dell’OCSE (OECD), che comprende i 50 paesi del mondo economicamente più sviluppati, fotografa una situazione e dei giudizi che vanno nella stessa scia, certificando tutti i trend positivi così come il ruolo guida del settore, e di internet in particolare (2012).
In ogni caso, al riguardo è bene anche riportare i dubbi di chi critica queste valutazioni proprio per la difficoltà di sapere indirizzarne i risvolti, e sono perlopiù gli economisti che si attengono alle analisi classiche. Ad esempio, un docente della Kellogg School of Management della Northwestern University afferma che i vantaggi sono in realtà molto meno ovvi. «La sfida per la ricerca è sostanziale» dice Greenstein, forte dei suoi studi sugli impatti economici delle reti broadband «generalmente gli effetti non si riverberano nel settore dove l’investimento è realizzato. Per esempio, quando inizialmente arrivò il broadband chi sapeva che la ristrutturazione dell’industria musicale sarebbe stata la prima ad essere coinvolta? ... d'altro canto, nessuno ha interesse a mostrare scetticismo perché ciò minaccia una delle mitologie del broadband, vale a dire che è una panacea tecnologica» (Technology Review, 2010).
E tuttavia, ci assale il sospetto che questa spinta quasi ossessiva verso un tale risultato sia stata condotta sulla base di un’inerzia culturale di stampo modernista. In definitiva, si è agito come da sempre abbiamo fatto replicando l’esigenza di questa velocità come elemento implicito della modernità, quasi un bene di per sé. Si pensi, ad esempio, alla confusione e alla deliberata disattenzione verso i normali parametri economici riguardanti i progetti digitali al tempo della new economy e al conseguente drammatico scoppio della bolla speculativa all’inizio degli anni 2000. In effetti, la velocità di connessione ha la virtù intrinseca di essere materialmente misurabile, un bene su cui è possibile applicare metriche e ragionare “obiettivamente”, senza doversi interrogare o perdersi in spiegazioni più complesse e meno afferrabili, spesso rimandando le analisi sul merito o sulle cause/effetti ad un successivo momento. Insomma, questa spinta inerziale ci ha consentito di evitare di affrontare delle logiche considerate un po’ più “aleatorie” perché costrette a rendere conto anche di interessi ed esperienze diverse e meno afferrabili, perfino pericolose perché aperte a desideri insondabili e poco controllabili. La cosiddetta pirateria informatica e gli scambi liberi di materiali eterogenei sono un altro esempio curioso e importante di questo atteggiamento. Le critiche e le azioni ostili riversate contro tali pratiche sembrano inquadrare il problema quasi fosse un effetto collaterale e non il nucleo centrale di uno scisma culturale che nasce proprio dalle nuove condizioni di vita (Lessig, 2009). Una contraddizione, peraltro, ben cavalcata dalle stesse industrie ICT che hanno puntato - inconfessabilmente ma chiaramente - all’espansione del mercato degli accessi broadband proprio contando sul desiderio che le persone hanno di usufruire di servizi e contenuti ritenuti pregiati e finalmente liberi dai vincoli elaborati in epoche in cui le capacità riproduttive e creative e i mezzi di distribuzione rispondevano a criteri di scarsità e a logiche centralizzate. Per inciso, facciamo notare che è il mercato degli accessi gestito dalle società tlc ad aver fin qui permesso di sorreggere l’intero ecosistema delle telecomunicazioni dopo l’innesto di internet. Una modalità che sta andando però in crisi – un altro effetto collaterale - via via che si affermano iniziative che sfruttano la programmabilità software delle risorse tecnologiche/culturali messe in rete e interrelate a tutti gli ambiti di vita delle persone, drenando il valore economico sulla capacità di organizzare i contenuti. Un valore che, per una questione di competenze nuove e in frenetica evoluzione, di nuove sensibilità, ma anche di un sistema degli accessi “libero”, spesso viene colto e sfruttato più dagli outsider che dal tradizionale circolo degli operatori mainstream.
In conclusione, ci troviamo ormai “strutturalmente incardinati” in sviluppi tecnologici che hanno generato una molteplicità di effetti che potremmo definire, seguendo una logica efficientista, collaterali e le cui interpretazioni ci rimandano, per lo più, a visioni veramente radicali riguardo alla nostra nuova “umanità”. Ad esempio, i cambiamenti sono tali che anche un tradizionale istituto di ricerca socio-economica italiano (Censis) deve ormai parlare in termini di “era biomediatica” per spiegare il nostro nuovo essere: «Web 2.0, social network, miniaturizzazione dei dispositivi hardware e proliferazione delle connessioni mobili inaugurano l’era biomediatica, in cui diventa centrale la condivisione telematica delle biografie personali» (La Stampa, 2012).
Oppure, per prendere letture a spettro veramente largo, si interpreta il potenziamento delle piattaforme inter-comunicative con la necessità di essere in linea con tutto ciò che ci circonda, di vivere e agire in maniera accorta, pronti a cogliere e rispondere alla variabilità e molteplicità degli eventi, a sviluppare ciò che per scarsa precisione semantica potremmo chiamare intuito, il prodotto alchemico nonché l’incorporazione di un’immensa capacità di ascolto e di partecipazione continua, che diviene appunto un invito a predisporci differentemente. Per dirla con le analisi sapienti e lungimiranti di Jeremy Rifkin (2009), la nuova comunicazione rappresenta la via empatica per riformulare, di fronte alla crisi generalizzata dei modelli ereditati, soprattutto nella produzione e nel consumo, i principi di una nuova civiltà.
Bibliografia
Benjamin, W., 1934, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 2000.
Chatfield, T., 2013, Come sopravvivere nell'era digitale, Milano, Guanda.
EU, 2010 (1), A Digital Agenda for Europe.
EU, 2010 (2), The 2010 report on R&D in ICT in the European Union
Fidler, R., 2000, Mediamorfosi. Comprendere i nuovi media, Milano, Guerini e Associati.
Lessig, L., 2009, Remix. Il futuro del copyright (e delle nuove generazioni), Milano, Etas.
Lundby, K., 2009, Mediatization. Concepts, changes, conseguences, NY, Peter Lang Pubblishing.
Keen, A., 2013, Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media, Milano, Egea.
Polanyi, K., 1944, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 2000.
Rifkin, J., 2009, La civiltà dell'empatia, Milano, Mondadori, 2010.
Technology Review, 2010,
America's Broadband Dilemma. Can the FCC bring access to everyone in the country and achieve world-leading speeds at the same time?
Touraine, A., 1973, La produzione della società, Bologna, Il Mulino, 1975.
La Stampa, 2012, ’Inizia l’era biomediatica’. Il Censis su italiani e comunicazione”
Marzo 2013
Luciano Petullà
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La vita intra media
La cultura del real-time
Parte 3/ La condizione d'immediatezza
A questo punto non
manca di riaffacciarsi un'antica e ricorrente questione
mediale così come il bisogno di diradare gli associati e fallaci
pregiudizi morali.«La telepresenza – che può essere compresa nei termini della possibilità, e sempre più per molti, della preferenza, “di tenersi in contatto” senza in realtà, letteralmente, essere in contatto – non dovrebbe essere considerata come una condizione del tutto deficitaria. Con ciò voglio dire che la telepresenza deve essere compresa come un modo esistenziale distintivo di presenza, che esiste insieme alle relazioni dirette e incarnate di presenza, ma che non è da ritenersi o valutare in termini negativi in quanto giudicabile solo rispetto a un modo esistenziale “ben definito” di dover essere presenti anche con il corpo» (p. 111). Gli esempi di pregiudizi sulle nuove possibilità di contatto ottenute su basi tecnologiche sono innumerevoli...
Continua
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La vita intra media
La cultura del real-time
Parte 2/ La telemediatizzazione
Ad
un certo punto della sua analisi del nuovo contesto legato alla
condizione di immediatezza John Tomlinson sembra vivere un certo
disagio. Si accorge di dover documentare un passaggio importante
nell'esperire umano che potrebbe esporlo a possibili critiche, quelle
che, nella nostra introduzione, dicevamo riservate in genere ai
mediologi per la loro insistenza (fissazione) riguardo alla centralità
dei media. «Tra i molti fattori da considerare nel passaggio da una cultura della velocità ad una dell'immediatezza, la telemediatizzazione è il più rilevante. Con "telemediatizzazione" - un termine poco elegante ma relativamente preciso - intendo la crescente implicazione delle comunicazioni elettroniche e dei sistemi dei media nella costituzione dell'esperienza quotidiana. Le attività di telemediatizzazione - guardare la televisione, scrivere da tastiere, navigare nei menù degli schermi di computer, cliccare, pigiare tasti, parlare e mandare messaggi con il telefono cellulare, inserire codice PIN e condurre transazioni tramite tastiere - possono essere considerate come pratiche culturali e modi univoci nel presentare l'esperienza alla coscienza. Esse occupano uno spazio nei flussi quotidiani dell'esperienza all'interno del mondo di vita dell'individuo che è distinto e tuttavia integrato con le interazioni faccia-a-faccia della prossimità fisica .....
Continua
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La vita intra media
La cultura del real-time
Parte 1/ L'ideologia della velocità
In questi ultimi anni
abbiamo
letto e assistito a sviscerate discussioni sui cambiamenti apportati
alla nostra mente dagli strumenti digitali e dalla Rete, soprattutto
dopo la loro definitiva affermazione e diffusione conseguente il
popolamento delle grandi
reti dei social network. Commentando le riflessioni sul tema nel suo
ultimo lavoro Ossessioni
collettive,
l'indomabile teorico e critico dei media Geert Lovink
lamenta come sia facile che questo genere di analisi manchino di
«studiare le molteplici logiche culturali meno ovvie – il tempo reale,
il linkare opposto al “mi piace”, l’ascesa dei web nazionali», oppure
come non riescano a dare «risalto a quegli aspetti quotidiani nell’uso
di internet che spesso passano inosservati» trascurando così di
evidenziare quelle caratteristiche grazie a cui può infondersi la “vita
all'interno del mondo tecnologico” (2012, p. 77). Evidentemente stiamo
accorgendoci dello scarto qualitativo che si sta creando tra le analisi
e teorie che provano a spiegare i nuovi sviluppi mediali e le pratiche
adottate da una crescente moltitudine umana. Una distanza difficile da
colmare - come afferma il mediologo Alberto Abruzzese - se si
continuano a studiare i media con "strumentazioni" e approcci
concettuali inadeguati...Continua
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Buon compleanno!
iPhone e Interflows
L'altro
giorno, leggendo dell'anniversario del lancio dell'iPhone - l'ormai
supernoto e sempre universalmente desiderato smartphone targato Apple -
mi sono accorto che c'era un altro anniversario da
festeggiare: la costituzione di questo mio spazio
online. Cinque anni fa, provando a ragionare in termini di
logica e (soprattutto) di estetica, esordivo su questo mio
piccolo contenitore proprio parlando dell'iPhone – lo scritto è stato
poi riversato nel libro Media
e computer liquidi (2008). Al tempo, il
lancio del prodotto suscitò un eccitamento popolare che, come
dimostrano gli odierni (unanimi tributi) ma anche i fenomenali dati di
mercato, non ha poi deluso.
L'argomento si presentava interessante per diversi motivi e stimolava una ricerca sulle relazioni che un medium della comunicazione riesce a instaurare con le persone in termini di funzionalità ma anche di sensibilità, emozione e intelligenza, dando forma e canalizzando esperienze condivisibili, un tema che, con l'esplosione dei media digitali nella nostra vita quotidiana, acquista una costante centralità (Diodato, Somaini 2011) - anche per le evidenti implicazioni ideative e produttive nel settore ICT. ....
Continua
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Contro-strategie all'irretimento digitale
+Digital Literacy-Digital Divide
Un
recente scambio di opinioni avvenuto tramite articoli pubblicati su
riviste e giornali di pregiata tradizione editoriale ci spinge ad
avanzare delle considerazioni sullo stato della critica dei nuovi
sistemi di comunicazione. Più precisamente, sull'atteggiamento che
potrebbe risultare migliore per gestirne la complessità crescente
considerato che, davanti a tanta effervescenza innovativa, ci sentiremo
sempre in una posizione di difetto. La riflessione che vorrei avanzare
è semplice e lapalissiana ma per alcuni ardua da accettare: la
comunicazione digitale che fluisce e si costruisce tramite gli
innumerevoli e cangianti software sulle reti fisse e mobili di
telecomunicazione è divenuta (e rimarrà) una condizione esistenziale
sempre più importante e ineludibile. In quanto elemento o ambiente
connettivo onnipresente, e in quanto prodotto di un continuo e
inarrestabile sviluppo, dobbiamo solo convincerci di a-u-scultarla, di
comprenderne la volontà (vedi la "provocazione" di Kevin Kelly) ma
anche, ancor
meglio,
di caricarci personalmente di uno spirito di agency più attivo (vedi
Howard Rheingold).Continua
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C ontenuti e innovazione nei media
Su crisi settoriali e insidie del diritto
Nonostante la
consapevolezza di
avere sempre da guadagnare nel ragionare anche in termini prospettici –
di conoscere le cose e vederle as
a big picture –, spesso soffriamo la
mancanza o la non facile reperibilità di analisi appropriate. Assorbiti
dagli impegni, fiaccati nelle forze o distratti dall'iper-attivismo di
una contro-informazione interessata, rimaniamo alla mercé
delle correnti mainstream,
ancorati a idee molto parziali e deboli per
supportare/contestare azioni e decisioni che confinano la nostra
agibilità mediale. In realtà, soprattutto con il decollo e adozione di
internet nella vita delle singole persone, siamo continuamente
sollecitati da parte dei vari policy-maker – a loro volta smossi
direttamente o indirettamente dalle azioni o lagnanze settoriali – a
prendere posizione su argomenti quali la pirateria dei contenuti
mediali e il contrasto a pratiche che distruggono valore e lavoro nelle
industrie culturali e di telecomunicazione.Continua
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Video-frenesia
La disseminazione del video-streaming a 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan
In
questo anno ricorre il
centenario
della nascita di Marshall McLuhan. Oltre che in convegni
l'anniversario è stato ampiamente ricordato nella stampa quotidiana,
particolarmente agevolata nel redigere articoli infarciti dei
numerosi e sintetici aforismi con cui il geniale studioso ha saputo
preconizzare gli effetti che i media elettronici stavano apportando
alle nostre vite. Come si evince dagli innumerevoli tributi e dalla
trasversalità culturale delle fonti, dovremmo dare per chiusa la
lunga stagione dei distinguo sulla sua figura e centralità
nell'ambito delle scienze della comunicazione – di cui, in verità,
è stato il primo (in)discusso ispiratore. L'epoca di McLuhan fu indubbiamente caratterizzata dall'avvento tele-visivo: la diffusione della tv e della comunicazione video rappresentò un evidente spartiacque per ragionare in termini di nuove forme culturali e di una differente civilizzazione rispetto al mondo simbolico organizzato attraverso le pur sofisticate tecniche espressive e informative della tipografia. La potenza/pulsione dei flussi audiovisivi irradiati quotidianamente da antenne, cavi locali e transnazionali e la rapida diffusione degli schermi video nelle case scardinavano i precedenti dispositivi (statici e lineari) della registrazione/trasmissione di simboli/immagini innovando, ma anche riorganizzando, i modi di esperire emozioni, informazione, politica, divertimento, conoscenza. Nell'arco di alcuni decenni gli schermi delle tv hanno invaso le residenze di miliardi di famiglie in ogni angolo del pianeta raggiungendo, in termini assoluti per numero di abitanti, i più alti indici di penetrazione di un media di telecomunicazione. Solo i cellulari telefonici hanno saputo far meglio in termini temporali e diffusivi, e anche loro nel frattempo sono divenuti degli schermi capaci di diffondere suoni e immagini ad alta definizione.
Continua
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Dove vanno i personal computer?
Critica delle nuvole
Nel
XX secolo l’ICT ha dato dimostrazione di saper innescare
cambiamenti in quasi ogni settore della
società. Nel
corso di questa azione e in relazione al periodo ci siamo
però
fatti delle idee abbastanza fumose sulle risorse e la strumentazione
che ne hanno supportato la forza. In generale, a esclusione
degli
specialisti del campo - e anche da quelle parti siamo stati spesso
spinti a farlo - le abbiamo immaginate in maniera imprecisa
ammantandole finanche di un'aura quasi mitologica. Nel frattempo,
irresistibilmente e implacabilmente, siamo stati sempre
più irretiti da queste macchine anche solo come
meri
utilizzatori. In realtà, è con l'internet degli
anni
2000 che le tecnologie informatiche e trasmissive hanno
iniziato
a coinvolgere il grande pubblico, intrufolandosi dappertutto e
sollecitando il bisogno di una certa alfabetizzazione tecnica. Per
essere ancora più precisi, la democratizzazione
dei
computer in termini di effettiva disponibilità e
manipolabilità, se non di conoscenza approfondita,
era
già iniziata negli anni Ottanta per un gruppo sempre
più
consistente di persone grazie alla diffusione dei personal computer. Continua
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Metamedium, net economy e software culture
Storia sociale del telefono su internet
Incidentalmente
ma non troppo! l'uscita della nuova edizione cartacea ed
ebook del
libro che racconta la nascita della telefonia su internet avviene in un
periodo di grande attualità per il fenomeno
voice-over-ip. Titoli di
cronaca giornalistica quali Voip, Skype contro Vodafone:
“Non può
limitare l'accesso", Mondo Web: Per Skype bisogna
pagare, Chiamate
gratis per tutti: L’assalto ai telefonini dei giganti di Internet, La
guerra al Voip: S’indaga sulle telefonate via web, Push to end “free
lunch” for content provider sono ormai richiami quotidiani
che
riguardano la fine di un epoca comunicativa contrassegnata da confini
ben definiti per catalogare o pensare i vari media di massa. Un
periodo, è bene ricordare, durato ben 120 anni e in cui il
servizio più
personale delle tecnologie di comunicazione elettrica (il telefono)
è
stato la bussola e il contenitore
delle tlc – e
anche il traghettatore
verso internet. Nato nel 1995 con gran clamore sulle ali
delle sue
dirompenti potenzialità per la capacità di
remixare vecchie e nuove
forme di telecomunicazione, il soft
phone continua così a riproporre
sfide e perturbare i mercati via via che i terminali utenti si
potenziano diventando elementi di un puzzle in cui i fenomeni riassunti
nei termini “metamedium”, “net economy” e “software culture” marcano
strategicamente nuovi territori di conflitti e opportunità.
In fondo,
come fa l’angelo della storia raccontato da Walter Benjamin, non
è poi
così male, risucchiati irresistibilmente in avanti dal
proliferare
prodigioso delle novità, avanzare
volgendo lo sguardo su
questi 15 anni di eventi cosiddetti “tecnologici” per ritrovare i semi
– tecnici, sociali, economici e culturali – di questi enormi
cambiamenti. Riferimenti
Benjamin, W., 1940, "Tesi sul concetto di storia", in id., 1962, Angelus Novus, Torino, Einaudi.
La guerra al Voip. S’indaga sulle telefonate via web, «Libero», 10/2/2011, p. 24
Mondo Web. Per Skype bisogna pagare, «Il Fatto Quotidiano», 9/02/2011, p. 17.
Push to end “free lunch” for content provider, «Financial Times», 14/2/2011, p. 17.
Voip, Skype contro Vodafone. “Non può limitare l'accesso", «La Repubblica.it», 7/2/2011.
Il ben-essere da computer
Socialità dell’IT e luoghi comuni
Un
po’
prima dell’inizio di questa estate è accaduto un evento
curioso intorno al telefono più famoso al mondo, o meglio,
alla sua ultima versione. Il celeberrimo iPhone versione 4 della Apple
è stato presentato dal capo azienda Steve Jobs a
giugno del 2010. Come al solito, l’esibizione è
stata seguitissima anche se, questa volta, screziata da inconvenienti.
Già durante l’appuntamento, seguito in sala da un folto
gruppo di giornalisti collegati online con le rispettive testate o
direttamente ai loro blog, si sono verificate delle situazioni
mediaticamente spiacevoli. Essendo un telefono-computer la
dimostrazione verteva per lo più sulle caratteristiche di
scambio dati e di applicazioni complesse che richiedevano una buona
capacità di connessione rete. Invece, i canali wi-fi erano
così intasati che Jobs, per andare avanti, ha chiesto
cortesemente (scusandosi) alla sala di evitare collegamenti. Si sa, le
demo sono sempre a forte rischio di figuraccia quando devono contare
sull’immaterialità di elementi da cui ci si aspetta
risultati visibili. In questo caso, comunque, il problema
più rilevante si è manifestato a presentazione
finita. Continua
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Intermezzo jazz
Sulla superficialità o profondità delle culture pop
Ogni volta che
avviene un grande cambiamento o che particolari
innovazioni nelle forme della comunicazione attecchiscono
velocemente (storicamente parlando) in ampi strati della popolazione,
ecco aumentare la probabilità di imbattersi in un dibattito
sui suoi effetti deleteri, con conseguente apertura (a cascata) di
interventi pro o contro. Come ebbe a indicare mirabilmente Umberto Eco
in un saggio dedicato alla cultura popolare nel 1964, il tutto rientra
nella logica consolidata che vede contrapporsi
apocalittici e integrati. Da una parte vi è chi
interpreta i nuovi usi e pratiche come l’avanzata dei “barbari”,
dall’altra chi li accoglie come segnali e prove di vie alternative
efficaci e più espressive nei confronti di problematiche
altrimenti irrisolvibili così come di sensibilità
soppresse. Continua
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Il telegrafo di Ottone
I giornali nella tempesta digitale
In
una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte
all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle
informazioni, il giornalista Piero Ottone ci offre alcune riflessioni
interessanti dall’alto di una esperienza ultra decennale. Il suo invito
è di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro.
Più precisamente,
al 1850. In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple – il nuovo e atteso tablet simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video – il “telegrafo prêt à porter” (2010).
A parte un’inesattezza – il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” – il suo ragionamento è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola a tutti i processi con cui (da tempo) sa incardinarci.
Continua
Neutralità di rete e incentivazione degli investimenti
Parte 2/ Il bilanciamento della ricchezza tra rete e contenuti
Come
evidenziato nel
precedente intervento,
le
scelte governative o statali hanno dunque modo di incidere su come il
beneficio economico del “mercato internet” (vendere e comprare
l’accesso all’informazione) si distribuisce. Attualmente sono gli ISP
ad accusare uno scarso ritorno sugli investimenti, mentre i fornitori
di contenuti – non tutti ma sicuramente quelli che sono diventati
grandi player – vivono una condizione migliore. Scegliendo di
alleggerire i principi della neutralità gli ISP potrebbero
far
pagare differentemente i fornitori di contenuto per gli accessi
controllando appunto i contenuti o assicurandogli più
priorità di traffico. Ma ciò, si è
visto, potrebbe
deprimere lo sviluppo dei contenuti mentre non si può
neanche
esseri sicuri che gli investimenti sul fronte ISP crescano in
quanto potrebbero prendere altre strade. In ogni caso, siamo in un
orizzonte tecnologico che permetterebbe di applicare regimi
più
sofisticati rispetto a quello molto semplice del pagamento del solo
accesso. Continua
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Neutralità di rete ed economia di internet
Parte 1/ Investire nell'accesso e nei contenuti
Negli
ultimi tempi internet è gradualmente avanzato nelle
priorità argomentative delle varie autorità
nazionali che
regolamentano il settore delle telecomunicazioni, fino a diventare uno
degli argomenti centrali. In particolare, il dibattito è
diventato molto animato negli Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici,
ma, a guardare con distacco la situazione, l’urgenza è
dettata
fondamentalmente da istanze economiche e dunque da motivi seri visto
sia gli effetti che la rete sta determinando in molti campi, sia il
massiccio livello di investimenti richiesti da un settore che segue
logiche infrastrutturali ed economie di scala. Per essere chiari, il
problema è ugualmente rilevante in ogni regione del mondo e
riguarda il nuovo ruolo che internet e i servizi associati stanno
assumendo a livello di sviluppo e di consumo in molteplici aree:
lavoro, comunicazione, informazione, divertimento. E tuttavia, oltre ad
essere una nazione leader nel campo dell’ICT, il caso americano
è interessante per la sua ideal-tipicità dato che
il
perno su cui ruotano generalmente tutti questi discorsi è
l’economia di mercato e le sue proprietà nello stabilire le
migliori condizioni di sviluppo del sistema. In effetti, rispetto ad altri paesi, e in particolare europei, le telecomunicazioni americane sono nate e si sono evolute seguendo l’approccio di mercato, una tradizione in qualche modo esportata con le spinte alla deregulation degli anni ’90 del XX secolo. In questo contesto, non interessa soffermarci sulla natura o validità della scelta ma sul necessario e problematico rapporto che si viene a stabilire tra le logiche del privato e quelle del pubblico quando si demanda al libero gioco del mercato la gestione e lo sviluppo di beni particolari
Continua
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Come cambia il "cuore" di internet
La “tirannia” dei contenuti e i processi di concentrazione
Come
luogo di premessa le prime
righe non possono non contenere il
riconoscimento di cosa significhi ormai la rete per una parte molto
rilevante della popolazione mondiale, vale a dire un tesoro di
innegabile vivacità culturale e intellettuale e di infinita
utilità, espressività e intelligenza. Detto
ciò,
dobbiamo trovare un momento per riflettere sia su come questo insieme
di
contenuti è fisicamente supportato, sia su come queste
strutture di
rete vanno configurandosi per rispondere in maniera sostenibile alle
sue
evoluzioni. Visto ila numerosità dei fattori
coinvolti e la
loro
dinamicità “ambientale” - non
dimentichiamoci che
in
internet tutto accade con una velocità
esponenziale - non
è mai semplice delineare le tendenze, soprattutto da un
punto di
vista quantitativo. Certamente, sono ormai evidenti i segnali che
indicano un processo di consolidamento e di passaggio ad una
cossiddetta seconda fase “2.0”
più focalizzata sull’offerta diretta di servizi
“applicativi”
completi, con una gamma che copre uno spettro di utility che vanno dal
divertimento al lavoro planando (grazie al cloud
computing) su un utente
già iper-connesso tramite reti wireless e fisse. Ma quali
sono
le rimodulazioni che stanno subendo le infrastrutture fisiche e le
entità organizzative che le gestiscono, quel retroscena
definito come
il
“core” della rete internet?Proveremo a schematizzare il discorso approfittando (tra l’altro) di uno studio indipendente condotto dalla ATLAS Internet Observatory che, dopo aver analizzato su larga scala l'andamento degli ultimi due anni di traffico internet, ne sottolinea alcune logiche nel suo 2009 Annual Report. Il nostro ragionamento è dunque un tentativo di schematizzare, con un alto grado di astrazione, ciò che sta dietro la presa dei fili o dei canali wireless a cui siamo perpetuamente connessi, ed esplora in una ottica sistemica il senso di questi ultimi cambiamenti. [...]
Continua
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Emigrazione: teorie e pratiche del contatto interculturale
Come assorbire le collisioni secondo lo psicologo sociale Fathali M. Moghaddam
Ultimamente,
ragionando sulla comunicazione ubiqua e globale abbiamo intersecato
osservazioni e riflessioni che toccano molteplici aspetti, tra cui i
fenomeni di emigrazione. Il fatto non stupisce visto che la ricchezza e
la difficoltà delle analisi nel campo derivano dalla
reciproca
influenza dei movimenti di informazione, capitale, persone e merci .Molta parte del mondo vive nella incerta stabilizzazione (in termini di consistenza, velocità e qualità rigenerative) di questi flussi e ciò apre a nuove forme di esistenza e (dunque) di percezione. La nuova condizione raccoglie, amplifica e, per molti versi, modifica e sviluppa il tipo di esperienze a cui la cultura delle società industrializzate ci ha iniziati più di un secolo e mezzo fa. Ricordavamo così come spesso accade di essere nella necessità di richiamare nuovi termini per definire il senso della nostra attuale posizione, come fa, insieme ad altri, il sociologo e giornalista Joshua Meyrowitz a proposito del luogo “Così, anche se la maggior parte delle interazioni più intense continuano ad accadere in ambienti fisici specifici, esse sono ora spesso percepite come avvenissero in una arena sociale più ampia. Locale e globale co-esistono nella glocalità” (2004, p. 3). L’effetto è molto evidente nel caso delle migrazioni, con i media che permettono di rinsaldarci alle esperienze locali connettendoci al vicinato e alle loro culture da qualunque parte del mondo risiediamo, dando vita a complesse forme di co-presenza fisiche e immaginifiche (Appadurai 1996). Si notava anche come ubiquità informativa e indifferenza al luogo, funzionali alle migrazioni, retro-agiscano poi anche sul piano riflessivo dei diritti e del senso di stare e appartenere al mondo. “Diciamo che il telefono portatile è veicolo di un diritto a cui pochi oggi fanno riferimento: il diritto all’ubiquità, a non dover vivere per forza e sempre nel posto in cui si è nati, un luogo spesso diviso da frontiere e spaccato da ingiustizie mondiali e guerre insensate. Il diritto all’ubiquità è un coro che da varie parti del mondo si è levato come non mai negli ultimi venti anni e che ha reso obsoleti gli altri diritti: che senso ha parlare di libertà senza diritto all’ubiquità? Che senso ha parlare di uguaglianza senza il diritto a una mobilità generalizzata? Che senso ha parlare di fraternità in un mondo in cui l’accesso alle persone care è proscritto da inique leggi che impediscono alle famiglie degli emigranti di ricongiungersi?" (La Cecla 2005, p. 41).
Per quanto affascinante, stimolante o illuminante possa essere il discorso, non c’è dubbio che il fenomeno immigrativo si trova ad affrontare, in prima battuta, problemi di natura (inter)culturale che hanno una ricaduta ben più drammatica. [...]
Continua
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Apprendere al tempo del re-mix digitale
Le strategie di adeguamento secondo uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation
Se dovessimo indicare il
dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è
più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle
regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un
piccolo dispositivo-usb. La diffusione e adozione di apparati quali le
“chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere
e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono
l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello
standard di interfaccia usb. Il sistema di presa-spina Universal Serial
Bus sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata
nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in
quasi
tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la
inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E
così, dati e programmi utilizzati in ambiti e
attività diverse, prodotti e sorgenti di progetti personali,
si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro
patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci
all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei
nostri ambienti di vita. [...]Continua
____________________________________________________________
L'uomo sperimentale
L'inevitabile ri-generazione dell'idea di umano
Ogni forma di
delega per sua
natura implica che si crei una certa distanza tra le
aspettative della volontà originante e i risultati
ottenuti
dal de-legato che, persona o sistema, può peraltro
contrassegnare caratteristicamente con le proprie virtù o
mancanze la
fase attuativa. In generale, delegare a qualcuno o a qualcosa il
controllo o l'adempimento di volontà, azioni o piani rientra
in un modo
di pensare e di comportarsi tipico delle persone appartenenti a
società
complesse ed estese che, come descritto tra gli altri dal sociologo
Anthony Giddens, hanno la necessità di stabilire rapporti di
fiducia
con un insieme innumerevole di “sistemi esperti” per poter vivere e
svolgere le loro attività. Continua
______________________________________________________________
Quando il telefono incontra le periferie del mondo
L'adozione delle tecnologie Ict nelle società emergenti e gli impatti sociali, culturali ed economici
Sono
pochi ma abbastanza gli anni trascorsi da quando in un articolo
si
ragionava attorno alla possibilità di circoscrivere per il
telefono
un’area di studi sociali peculiare. In quest’arco di tempo su di esso
si è continuato a riflettere e scrivere molto, e sono
aumentati gli
studiosi che, in ogni parte del mondo, si sono aggiunti al gruppo,
concentrandosi sia su aspetti generali che specifici con trattati che
non hanno quasi risparmiato nulla, e il quasi ci preserva da ogni
ulteriore (e sicura) sorpresa. Continua
_____________________________________________________________Media e computer liquidi
Le dimensioni dell'ubiquitous computing e la ricattura del mondo
È
questo il titolo e sottotitolo di un mio
libro che raccoglie una serie di riflessioni sui modi e la
pervasività con cui le nuove tecnologie digitali stanno
amalgamandosi
con le
nostre vite contribuendo a trasformarle. Spesso sono osservazioni nate
in
seguito allo sviluppo o al lancio di particolari prodotti/gadget
tecnologici,
figlie delle meraviglie che in questi momenti accomunano specialisti e
appassionati, di
dibattiti e osservazioni estremamente interessanti che avrebbero
meritato, per intensità
e acutezza dello sguardo, una maggiore attenzione. Nel frattempo, siamo tutti sempre più assorbiti in una fitta rete telematica che funziona come un’infrastruttura dematerializzata/deterritorializzata ma reale e vitale, con cui e su cui esperiamo e sviluppiamo le più diverse emozioni/attività, organizzandovi reti sociali su scale che, nella loro indefinitezza per la nostra crescente condizione sincronica, definiamo glocali (globali/locali).
In realtà, come è stato notato, è nella nostra natura prendere le infrastrutture come scontate, percepirle come qualcosa che “sta là”, pronta all’uso e completamente trasparente, qualcosa su cui qualcosa d’altro “gira” o “opera”, che siano i binari su cui viaggiano le carrozze o i computer che eseguono i programmi. Esse rimangono nel sottofondo, sottratte alla scena, ritirate in una strumentalità che ne scherma le intense dinamiche relazionali e le continue prove di sostenibilità a cui, come beni comuni, sono direttamente e indirettamente esposte. Da questo punto di vista le infrastrutture telematiche sono ancora più subdole godendo, proprio per la loro peculiare costituzione, plasmabilità ed espandibilità applicativa, degli effetti, per così dire, di una doppia trasparenza.
Continua

_______________________________________________________________La presa sui mezzi e sui contenuti
Le dimensioni dell'ubiquitous computing e la ricattura del mondo
L’evoluzione delle attuali
piattaforme ICT (Information and
Communication Technology) verso un’interazione utente che
abbina la facilità d’uso a crescenti potenzialità
nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le
attività più varie è comunemente
indicata con il
termine web 2.0. La definizione, coniata nel tipico stile che
annuncia l’aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova
ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti,
sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), queste
esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e
distribuita della rete, agevolando l’inserimento negli spazi
digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di
gruppo che, senza soluzione di continuità tra il tempo di
lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche
tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e
una voglia più indefinita di relazioni. Continua

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Il grammofono, il world wide web e i sistemi di iscrizione
La storia dei media e l'ascolto del tempo
Nel marzo di quest’anno, nell’ambito della conferenza
annuale
della Association for Recorded Sound Collections, tenuta presso la
Stanford University in Palo Alto, Calif., è stato
presentata la prima registrazione audio della storia. La notizia
è
che, a differenza di quello che si è sempre saputo, i 10
secondi di canto risalgono al 9 aprile 1860 e sono stati "registrati"
non da Thomas Alva Edison, passato alla storia come primo ideatore
del fonografo, ma dal tipografo francese Eduard-Leon Scott de
Martinville. Il francese avrebbe dunque anticipato di ben 17 anni la
data ufficiale dell’invenzione, e la registrazione della voce che
canta il brano popolare “Au clair de la lune”, incisa su una
carta annerita, si rivela il reperto fisico più antico
ancora
riproducibile, che precede di 28 anni la più vecchia
registrazione su
cilindro di cera ancora disponibile. Ad onor di cronaca va
ricordato
che i ricercatori statunitensi hanno ripreso i flebili segni del canto
impressi su carta trasducendoli, tramite una tecnica sofisticata, su un
nuovo supporto.
Continua

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La nostra ossessione per la musica
Cosa il suono racconta di noi secondo Daniel J. Levitin
Tra tutte le arti la
musica
gode indubbiamente di un posto speciale dato che ha sempre accompagnato
l’uomo,
e nessuna cultura, nella storia di cui abbiamo traccia, ne ha saputo
fare a
meno. Come afferma Daniel J. Levitin – ricercatore americano e
professore di
scienze cognitive – dove gli esseri umani, per un qualche motivo,
stanno
insieme c’è musica: matrimoni, funerali, diplomi/lauree,
marce di
guerra,
eventi sportivi, notti cittadine, preghiere, cene romantiche, cullata
dell’infante, studio, ecc.. Soprattutto, la musica è parte
della vita
quotidiana sia nelle città che in campagna, e la diffusione
e le
modalità del
suo consumo hanno raggiunto livelli inimmaginabili grazie ai
riproduttori e registratori
musicali dell’era elettronica che ormai ritroviamo
liofilizzati nel software e
nell’hardware dei vari apparati digitali. This Is Your Brain on Music: The
Science of a
Human
Obsession è un libro che prova a spiegare la forza
di
attrazione della
musica partendo proprio dal particolare amore che l’autore ha per tutte
le sue
forme, una passione che gli ha fatto abbracciare mestieri diversi ma
originalmente convergenti, tutti fusi in una esperienza e una carriera
in cui
risalta la circolarità tra divertimento, conoscenza, lavoro,
studio,
ricerca,
innovazione e voglia di comunicare.
Continua

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La voce come transito in un post-umano molto ma molto umano
Riflessioni sulla profonda connaturalità “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti
Richiamando implicitamente alcuni aspetti di questo fecondo lavoro, forti delle sue innumerevoli e sofisticate osservazioni, cercheremo di sviluppare delle ulteriori riflessioni. L’argomento che vorremmo affrontare è la sfida che i nuovi media portano in termini di vissuto esperieziale e permeabilità di realtà diverse, mettendo in relazione la forma vocale – la nostra prima potente protesi di intermediazione – con la sua attuale applicazione per dei nuovi generi di transito. Nel percorso ci aiuteremo con alcuni recenti lavori che, pur partendo da sponde diverse, sembrano convergere significativamente nell’analisi. La prima parte si caratterizza in termini maggiormente funzionalistici, mentre la seconda affronta l’argomento da un’angolatura più strutturalmente simbolica.
Continua
__________________________________________________Iphone: logica ed estetica del telefono multimediale
di Luciano Petullà

Indice:
Premessa
Logica dell’iPhone
La
convergenza
La multimedialità telefonica
Telefono e personal media
Convergenza e modelli di business
La convergenza e i suoi attori
Il dispositivo iPhone
La multimedialità telefonica
Telefono e personal media
Convergenza e modelli di business
La convergenza e i suoi attori
Il dispositivo iPhone
Estetica dell’iphone
Estetica
come esperienza
L’iPhone e l’estetizzazione delle informazioni
L’iPhone e l’estetica della network society
L’iPhone e l’estetizzazione delle informazioni
L’iPhone e l’estetica della network society
Riferimenti bibliografici
Premessa
La Apple, nota azienda americana produttrice di computer e dispositivi informatici personali, tra cui il famoso lettore mp3 iPod, è entrata nel settore della telefonia mobile con un videofonino che è stato presentato e accolto in tutto il mondo con una notevole enfasi. In questo scritto prenderemo l’iPhone come case study aggiornato per riattualizzare alcuni dei percorsi da noi utilizzati nell’analisi degli attuali dispositivi della videocomunicazione mobile. Il fenomeno iPhone si presta particolarmente bene in quanto il suo successo può essere interpretato solo alla luce di un contesto che deve integrare la logica del suo sviluppo tecnico agli aspetti estetici e quindi inevitabilmente esperieziali, giustificando così un pieno approccio sociologico e culturale allo studio dei media.
Continua




