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Interflows Sistemi e dimensioni della nuova comunicazione

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Intermezzo jazz


Sulla superficialità o profondità delle culture pop

Ogni volta che avviene un grande cambiamento  o che particolari innovazioni  nelle forme della comunicazione attecchiscono velocemente (storicamente parlando) in ampi strati della popolazione, ecco aumentare la probabilità di imbattersi in un dibattito sui suoi effetti deleteri, con conseguente apertura (a cascata) di interventi pro o contro. Come ebbe a indicare mirabilmente Umberto Eco in un saggio dedicato alla cultura popolare nel 1964, il tutto rientra nella logica  consolidata  che vede contrapporsi apocalittici e integrati.  Da una parte vi è chi interpreta i nuovi usi e pratiche come l’avanzata dei “barbari”, dall’altra chi li accoglie come segnali e prove di vie alternative efficaci e più espressive nei confronti di problematiche altrimenti irrisolvibili così come di sensibilità soppresse.
Sovente lo scontro riesce a conquistare finanche le prime pagine dei giornali coinvolgendo personalità eterogenee che hanno però il limite di doversi esprimere su processi complessi in poche battute. E’  accaduto ultimamente in Italia, con «il Sole 24 Ore», ma anche negli Stati Uniti e Inghilterra, con il «New York Times», il «Wall Street Journal» e il «Guardian». In quest’ultimo caso, guidati da quel senso pragmatico che contraddistingue particolarmente la cultura anglo-americana, i termini del confronto si sono ridotti alle categorie stupidità e intelligenza, con Nicholas Carr, giornalista, conferenziere e tecnologo a sottolineare l’indebolimento delle nostre qualità intellettive (attenzione, memorizzazione e dunque capacità di approfondimento), e Clay Shirky, brillante studioso di new media, che evidenzia le enormi opportunità in termini di aumento della nostra creatività e intelligenza, sia individuale che sociale. Nello specifico, i due contendenti sono particolarmente preparati sui temi avendo appena pubblicato due saggi dai titoli molto indicativi. In Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age Shirky si impegna a dimostrare come solo ora si abbia la possibilità di portare realmente a regime, tramite i new media digitali, l’accumulo di capacità intellettuali e creative affrancandole finalmente dalla passività a cui sono state relegate dai media tradizionali. The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains di Carr richiama invece espressamente le “secche” e, figurativamente, il regime di marginalità, in cui il nostro cervello, abbandonando le “profondità” dei bacini acquatici, si sta cacciando con il pericolo di "deformarsi" a forza di inseguire le scoppiettanti applicazioni di rete. 

Tesi, antitesi, sintesi
Tuttavia, impostando i problemi in modo manicheo per ridurne la complessità, ci si ritrova inevitabilmente ad alzare la palla per lo schiacciatore di turno. In questo caso esso ha preso le sembianze del famoso neuro scienziato e divulgatore scientifico Steven Pinker che, nell’articolo Mind Over Mass Media, ha facile gioco nel piazzare la palla nell’angolino giusto, senza peraltro richiamare il noto (e molto più variamente e finemente argomentato)  lamento del Fedro di Platone  circa la minaccia della scrittura per la mente dell’essere umano (400 a. C.). Afferma infatti Pinker che «le nuove forme dei media hanno sempre causato panico morale: la meccanizzazione dei processi di stampa, la nascita dei quotidiani, la letteratura popolare e la televisione sono stati tutti fenomeni denunciati come minacce alla capacità cerebrale e alla fibra morale dei loro consumatori. E’ così anche con le tecnologie elettroniche. PowerPoint, si dice, sta riducendo i discorsi a parole appuntate. I motori di ricerca abbassano la nostra intelligenza incoraggiandoci a scalfire superficialmente il sapere piuttosto che approfondirlo. Twitter sta restringendo la nostra capacità di concentrarci a lungo. E tuttavia, la diffusione del panico spesso non fa i conti con la realtà. Quando i fumetti furono accusati di spingere la gioventù alla delinquenza negli anni Cinquanta, il crimine registrava dei livelli incredibilmente bassi, proprio come le denuncie dei video game negli anni Novanta coincisero con un notevole declino del crimine negli Stati Uniti. I decenni di utilizzo della televisione, delle radio a transistor e dei video musicali  sono stati anche i decenni che hanno visto i punteggi relativi ai quozienti di intelligenza crescere continuamente».
Insomma, oltre che semplicistico, ipotizzare effetti così lineari e arbitrari, senza peraltro accertarsene seriamente, è  alquanto primitivo rispetto alla tanto osannata scienza a cui ci si vorrebbe richiamare. «Gli effetti del consumo mediale sono probabilmente anche molto più limitati di quelli paventati. I critici dei media scrivono come se il cervello prendesse forma dalla qualità di quello che consuma, l’equivalenza in termini informativi di “voi siete quello che mangiate”. Come le popolazioni primitive che credevano che mangiare animali combattivi e forti li rendesse  simili, essi presumono che guardare brevi spezzoni di video musicali trasformi il funzionamento della vostra vita mentale in stop-and-go altrettanto frammentati, o che il leggere gli item di PowerPoint e i post di Twitter  riformuli nello stesso modo i vostri pensieri». Che aumentino le possibilità di distrazione è indubbio ma il fenomeno non è assolutamente nuovo. Le tentazioni sono state sempre presenti nella vita dell’uomo e frenarli è solo una questione di scelta della migliore strategia. D’altro canto, qualunque serio approfondimento richiederà impegno e continua applicazione, sforzi non propriamente naturali, a cui dedichiamo strutture educative specifiche che, appunto, dovranno mantenersi vive e in accordo con i cambiamenti del mondo. «I new media sono diventati popolari per una ragione. La conoscenza sta crescendo esponenzialmente mentre così non è per la capacità cerebrale e le ore di veglia dell’essere umano. Fortunatamente, le tecnologie dell’informazione e internet ci stanno aiutando a organizzare, cercare e recuperare il risultato del nostro lavoro intellettuale collettivo in scale diverse, da Twitter e i veloci sommari, agli e-book e alle enciclopedie online. Ben lontane dal renderci stupidi, queste tecnologie si rivelano le sole cose in grado di mantenerci intelligenti».

Andare oltre
Nonostante la compressione argomentativa, tali dibattiti sono certamente positivi. Si esplicitano le paure ma, come si vede, interessando ormai ambienti off-line e online che si rimbalzano reciprocamente i temi, hanno sia la bontà di portare in superficie i temi che di smontarne i luoghi comuni.  Certo, quando si prova ad approfondire maggiormente, gli spazi necessari alla discussione iniziano a dilatarsi mandando un po’ in affanno i format di giornali e blog. In coda a un suo recente intervento, John Naughton, giornalista dell’inglese «Guardian» e professore esperto  di media,  sembra quasi scusarsi per la lunghezza dello scritto, un risultato inevitabile se vogliamo affrontare il problema un po’ più «a tondo». E, di fronte ai nostri limiti nel comprendere le implicazioni di fenomeni così importanti e pervasivi, la cui piena rilevanza risulta solo dopo anni di riflessione e ricerca, ricorda che «la sola risposta razionale è quella (famosa) fornita dal ministro degli esteri di Mao Zedong,  Zhou Enlai, che, quando gli fu domandato [1950] del significato della Rivoluzione Francese [1798] rispose: “E’ troppo presto per parlarne”». Tra l’altro, Naughton invita a non fidarci dei resoconti prodotti dai media tradizionali perché spesso direttamente interessati alla svolta, e quasi sempre tendenti a parlarne negativamente. Alle piccole concessioni su una certa utilità si affiancano infatti gli strali riguardo ai pericoli di essere plagiati, istupiditi o peggio abusati, di distruggere industrie consolidate e incitare folle rumorose e vendicative, e così via. Eppure, chiosa il giornalista, nonostante questi disastri, miliardi di persone sono felici di usarli, e altrettanti sono disperati per non averne accesso!
Per quanto  sintetico, Naughton  deve dilungarsi per consigliare come tenere attivo il nostro spirito critico e farsi idee più equilibrate sui nuovi media, ovvero: mantenerli sempre in una prospettiva storica; considerare le singole componenti, ad esempio il web, solo parti del più grande fenomeno Rete;  vedere gli effetti distruttivi come possibilità e non difetti; pensare in termini di ecosistema più che di economia; convincersi che  è la complessità la nuova realtà; vedere la Rete come il nuovo computer; apprezzare i cambiamenti in senso partecipativo delle tecnologie di rete; attrezzarsi alla gestione e alla difesa dei piaceri e dei pericoli che le tecnologie abilitano; prendere atto che il regime dei copyright non è più adatto ai nuovi sistemi e, soprattutto, al tempo in cui viviamo.

Comunicazione di massa e modernità
Insomma, a volersi muovere con una certa circospezione, la materia si presenta abbastanza complicata e contro-intuitiva, e ciò anche solo rimanendo sul lato più utilitaristico. Perché, per avere una visione migliore, si dovrebbe ampliare il campo e includere altre dimensioni altrettanto decisive. Dovremmo cioè entrare con tutti e due i piedi nelle dinamiche e nei prodotti (che ancor oggi si fa gran fatica a chiamare “culturali”, come certificano tali dibattiti) generati dalla “comunicazione di massa” e dunque del suo rapporto con i nuovi modi di produrre, lavorare, abitare, associarsi, consumare, viaggiare, esprimesi, ecc. In breve, ritornare sulle caratteristiche che abbiamo assunto e sviluppato in quanto cittadini della modernità. E’ questo lo snodo in cui  è possibile rintracciare l’origine delle domande su cosa è  e su come si crea la cultura, un dubbio nato dai “preoccupanti” successi di tutta una serie di arti “minori” quando iniziano a sfidare, forti degli interessi/passioni/miserie insite nella vita reale e operosa di milioni di persone, le gerarchie, le opere e le estetiche legittimate dai detentori delle cosiddette culture “alte”. 
All’inizio degli anni Sessanta vi è un altro grande sociologo, Edgard Morin, a scrivere in proposito un saggio importante, Lo spirito del tempo. In esso Morin si fa carico di indagare sul ruolo dell’industrializzazione  delle «immagini e dei sogni» che corrono sulle rotative, telescriventi, pellicole, nastri magnetici, antenne radio e tv forgiando, conquistando e foraggiando, attraverso delle «merci amate», le nostre arrendevoli «anime», dando vita così a un patrimonio enorme di significati, miti, storie che diviene disponibile alla vita in comune.
Chi ha frequentato o letto gli studi di Alberto Abruzzese, altro sociologo precursore particolarmente attento ai fenomeni considerati “marginali” della comunicazione, e dunque ai sottostanti immaginari individuali e collettivi e ai consumi di massa - si veda, Forme estetiche e società di massa (1973), La grande scimmia. Mostri, vampiri, automi, mutanti. L'immaginario collettivo dalla letteratura al cinema e all'informazione (1979)  - ha ben presente i suoi giudizi caustici e articolati riguardo allo sbarramento intellettuale che tali ricerche incontrano. Eppure, a suo parere, la considerazione di minorità che vuole accomunarle allo stesso stato di valutazione dell’oggetto nasconde, neanche tanto bene, il vero motivo di tanta avversità. Ovvero, la enorme difficoltà di analizzare tali forme espressive, soprattutto quando si difetta di specifica passione, un altro impedimento, insieme allo sforzo e alle competenze multidisciplinari che questo genere di operazioni richiede, a sondare, per dirla non casualmente con le parole del filosofo tedesco Georg Simmel (1858-1918), «la profondità della superficie».
A questo punto abbandonerei il prologo per riallacciarmi finalmente al titolo del contributo. A venirci in soccorso differentemente sul tema sarà appunto la musica jazz. O meglio, quanto ha saputo estrarre da essa (come fenomeno culturale) lo studioso statunitense John A. Kouwenhoven, autore nel 1948 di un libro mitico e appassionato: il suo intento era proprio quello di far uscire le forme culturali e le  “arti applicate” degli Stati Uniti da uno stato di presunta inferiorità. Il brano estratto da Made in America: The Arts in Modern Civilization, a mio parere, illustra superbamente, tenendo anche conto dell’anno in cui è stato elaborato, quanto precedentemente accennato, ed è, al di là dello specifico genere,  un  vero e proprio dono per tutti gli appassionati di musica. (Per inciso, tra gli anni Trenta e Cinquanta Adorno, filosofo con una specifica preparazione musicale "alta", dedica  al jazz  degli scritti che, al confronto, sembrano indagare, e avere a cuore, altro....).

Pietra, acciaio e jazz

« (...) Il ruolo della cultura popolare (vernacolare) nel creare nuove forme di arte e ridare nuove basi alle vecchie tradizioni può essere rintracciato anche in altri campi: nella danza moderna, nell’evoluzione del cartone animato, nei fumetti, nei serial della radio, negli effetti delle tecniche fotografiche e cinematografiche fino alla fiction ed alla poesia.  Ma è nella musica, specialmente nella musica conosciuta comunemente come jazz, che noi possiamo percepire più chiaramente sia l’estensione con cui le forme vernacolari e le tecniche sono riuscite a modificare le tradizioni più antiche, sia il grado in cui le nuove forme e le tecniche rimangono ancora ristrette.

Il jazz è un argomento su cui tante persone hanno opinioni molto poco equilibrate, e sarà bene, per lo scopo di questo lavoro, se potessimo evitare le controversie più calde che costantemente impegnano non solo coloro che lo apprezzano o disprezzano, ma anche le diverse anime dei suoi stessi ammiratori. Dovremmo così evitare, se possibile, le dispute sulle precise relazioni tra il jazz e la musica primitiva delle tribù africane, e il grado di miglioramento o peggioramento nelle deviazioni dalla musica strumentale prodotta dalle band di colore nei club di New Orleans cinquanta anni fa.
Iniziamo allora con il definire cosa intendiamo qui con jazz: la musica da ballo popolare americana, escludendo i valzer, come essa è stata eseguita nel passato quarto di secolo. Con questa definizione vogliamo includere non solo la musica strumentale spontanea o l’improvvisazione vocale chiamata hot jazz, rappresentata da performer quali Louis Amstrong, ma anche gli attenti riarrangiamenti, comprendenti improvvisazioni di strumenti singoli e “breaks”, o bande di danza professionali,  quali quelle di Benny Goodman o Tommy Dorsey, e questo sia che suonassero cose provenienti da brani composti da Tin Pan Alley per vecchie operette o tradizionali ballate, sia che suonassero melodie provenienti da musica da concerto dell’Europa occidentale o pezzi direttamente composti da Tin Pan Alley per imitare le improvvisazioni hot-jazz.

In questa larga accezione il jazz è un prodotto dell’interazione tra tradizione vernacolare e colta, e tuttavia le sue caratteristiche distintive come  forma di espressione musicale sono del tutto popolari.  Il jazz è fondamentalmente un’arte performativa, e in questo essa si differenzia decisamente dalla musica della tradizione occidentale europea. Il compositore, una figura dominante nella musica da concerto occidentale, non ha nessuna importanza nel jazz. Questa musica ha la sua forma distintiva nell’invenzione e nella performance che avvengono simultaneamente nel momento in cui i musicisti esprimono il loro punto di vista riguardo allo schema melodico e ritmico. Ovviamente, è vero che l’improvvisazione musicale è fiorita anche in altre culture, e che anche la musica occidentale della tradizione colta aveva le sue radici nei processi di improvvisazione. Tuttavia, mai prima le condizioni avevano favorito la disponibilità universale di un’arte performativa.
L’emergere del jazz come (potremmo definirlo) musica folk del popolo americano è inestricabilmente legata ai progressi tecnologici nella registrazione fonografica e nella radio broadcasting. Non è solo nel rendere disponibile il jazz che questi dispositivi tecnologici sono stati importanti. Negli stadi del jazz, per esempio, il pianista non solo contribuiva a disseminare di ragtime (un ritmo che rese popolare molti degli elementi jazzistici) ma impose anche certe caratteristiche di precisione ritmica e di qualità tonale che divennero elementi distintivi della suo tecnicismo. Chiunque sia familiare con il suono dei pianisti di accompagnamento jazz sa come essi possono usare lo stile “pianola”, sebbene normalmente solo per un effetto di divertimento rispetto all’uso attuale più sofisticato. Nello stesso modo, il microfono di registrazione, utilizzato anche negli studi di broadcasting, ha avuto il suo effetto sulle performance strumentali e vocali del jazz. Le tecniche vocali di singer tanto diversi/e come Louis Amstrong e Bing Crosby, Bessie Smith e Dinah Shore sono state spesso elaborate con formidabile inventiva e sensibilità per sfruttare la piena scala delle possibilità offerte dal microfono, e la band di jazz tipica doveva le proprie caratteristiche produttive e le proprie tecniche strumentali distintive alle limitazioni e possibilità del microfono. Davvero queste tecniche divennero come una parte integrale del jazz tanto che raramente ci furono performance senza l’utilizzo del microfono anche in piccoli posti come i night club, e ciò anche quando la band non suonava all’aperto.

Precisamente, fu con l’inizio delle registrazioni jazz, nel 1918 e negli anni immediatamente seguenti, che la strumentazione delle band iniziò a rafforzare i cambiamenti e che nei primi anni Venti produsse la combinazione orchestrale che è ancora uno standard. Finché il jazz rimase un fenomeno localizzato nel distretto di Storyville (New Orleans), esso mantenne la strumentazione che aveva per primo cristallizzato la band di Buddy Golden nel 1890: una combinazione di tromba, trombone, clarinetto, basso acustico, batteria e banjo. Ma come si diffuse nelle altri parti della nazione, e come le registrazioni divennero via via più popolari in seguito al successo fenomenale che ottenne la Victor con le proprie registrazioni nel 1918 dell’Original Dixiland Band, nuovi strumenti furono aggiunti (in particolare il piano e il sassofono) e l’equilibrio strumentale all’interno del gruppo subì importanti cambiamenti. A partire dal 1921 le orchestre di jazz standard iniziarono a essere costituite da tre unità: gli ottoni (brass: trombe e tromboni), le ance (reeds: sassofoni e clarinetti) e la sezione ritmica (piano, chitarra o banjo, basso acustico o tuba, batteria). Tutte le varianti sono state provate su questo arrangiamento basico; sono state organizzate le grosse band “sinfoniche” e sono state frequenti gli esperimenti con varie combinazioni di “piccole band” costruite attorno al piano, anche alcuni trio di grande successo, quartetti, sestetti, e così via. Tuttavia, la strumentazione a tre-unità rimane lo standard sia per le band hot che per quelle “sweet” (o commerciali).
Uno degli aspetti più interessanti della strumentazione del jazz è che la sezione ritmica tende a rimanere intatta, qualunque variazione possa essere fatta nelle altre unità. Una band di quindici parti ha quattro persone nella sezione ritmica e otto nelle altre. Qualunque sia la quantità, ovviamente, ciò che conta è il riconoscimento della natura fondamentalmente ritmica del jazz. Ed è proprio la struttura ritmica che lo distingue dagli altri tipi di musica.

E’ precisamente questa struttura ritmica distintiva che rende il jazz una forma musicale straordinariamente attuale alla nostra civilizzazione, e noi sapremo meglio apprezzare il suo significato se facciamo la conoscenza con le due caratteristiche ritmiche che gli dà una qualità speciale. Queste caratteristiche sono la sincope e la poliritmia.
La sincope, nei termini più semplici, è il rovesciamento dell’aspettativa ritmica attraverso l’accentuazione di una battuta normalmente non sottolineata e la eliminazione, su una battuta normalmente accentata, della sua enfasi. E’ questo un dispositivo abbastanza comune nella musica europea occidentale e conseguentemente una persona che non ascolta jazz frequentemente presume che una performance jazz ha preso semplicemente in prestito un effetto dallo stock della musica tradizionale, considerandola conseguentemente poco innovativa. Ma in un quartetto di Brams, ad esempio, la sincope è un effetto speciale, coscientemente usato per la sua qualità di rottura, laddove nel jazz - come Winthrop Sargeant afferma - è “un ingrediente strutturale di base che permea l’intero idioma musicale”.
Anche così, la sincope non fornisce una piena spiegazione della natura speciale del jazz. Se così fosse, i musicisti che si eserciterebbero esclusivamente nella tradizione colta produrrebbero jazz semplicemente sviluppando continuamente un dispositivo con il quale essi hanno già familiarità. Ma oltre che dalla sincope il jazz è caratterizzato da una sovrapposizione di ritmi conflittuali che creano una particolare forma di poliritmia. Questa poliritmia, che Don Knowlton pare aver per primo riconosciuto, vive sull’imposizione di un elemento ritmico uno-due-tre su un ritmo fondamentale uno-due-tre-quattro su cui sottostà tutto il jazz.
Questa formula di tre-su-quattro, con il suo interplay di due differenti ritmi, raramente è evidenziata nella melodia jazz, ma quasi sempre è presente nella fraseologia jazz, dandogli il suo stampo univoco. Qui, come nel caso della sincope, stiamo usando un termine familiare alla tradizione colta della musica occidentale.Tuttavia, come con la sincope, il termine ha un significato distintivo in relazione al jazz. Come Sargeant sottolinea, la forma più comune di poliritmia nella musica da concerto europea - due-su-tre - non appare mai nel jazz, mentre il quasi universale  tre-su-quattro del jazz è davvero molto rara nella musica occidentale. In più, nella poliritmia occidentale non c’è lo sconvolgimento delle normali aspettative del ritmo; le battute forti rimangono accentate e nessuna enfasi è posta sulle battute deboli. Invece la poliritmia del jazz produce l’effetto di spostare gli accenti in una maniera che la stessa sincope non produce.
La dominazione nel jazz di queste due caratteristiche comporta, come Sargeant rende chiaro, che la relazione tra i ritmi del jazz e quelli della musica composta nella tradizione europea occidentale può considerarsi “trascurabile”. Per altri aspetti, ovviamente, il jazz è stato fortemente influenzato dalla tradizione colta. Le sue strutture scalari e armoniche sono largamente prese in prestito o adattate dalle sorgenti europee occidentali, sebbene anche in questi aspetti il jazz ha sviluppato certe peculiarità - in particolare l’armonia “barbershop” o “close” (cromatismi) che condivide con altri tipi di musica americana inclusa quella dei cowboys e degli hillbillies. Tuttavia, ritmicamente il jazz è un fenomeno distintivo.

L’origine della poliritmia del jazz è quasi certamente da rintracciare nella musica afro-americana folk dei neri del sud. Ma dal punto di vista della nostra discussione, il fatto importante è che quasi tutta la musica popolare americana, da quella più commerciale a quella hot, ha adottato pesantemente sia la poliritmia che la sincope, e ambedue i dispositivi sconvolgono gli schemi attesi. In altre parole questa musica, originata negli Stati Uniti e diffusasi da qui nel resto del mondo dipende e fa derivare le proprie caratteristiche distintive da due dispositivi ritmici che contribuiscono a un singolo effetto: l’interruzione di uno schema stabilito di alternative tra battute enfatizzate e battute deboli.
Questa interruzione di regolarità ritmiche nel jazz è forse più chiaramente esemplificato dal cosiddetto “break” o “hot lick” - il passaggio ponte di improvvisazione solistica di due o quattro misure che frequentemente riempiono gli intervalli tra due frasi melodiche. Durante il break la battuta fondamentale quattro-quattro è silenziata e il solista va, in maniera indipendente, per la sua tangente ritmica e melodica, fino a che la band riprende la battuta quattro-quattro di base giusto dove sarebbe stata se non fosse stata mai interrotta. L’effetto è brillantemente descritto nel seguente paragrafo del libro di Winthrop Sargeant: "In questo processo il ritmo fondamentale non è realmente distrutto. L’ascoltatore attento mantiene nella sua mente la continuazione della pulsazione regolare nonostante l’orchestra abbia smesso di suonarla…. La situazione durante gli impulsi silenziosi è di chi sfida l’ascoltatore a mantenere il ritmo… Se egli non sente la sfida, o si trattiene per non perdere il proprio controllo, allora si è tra coloro che non comprenderanno mai l’appeal del jazz. La sfida è aiutata dal comportamento caotico dello strumento solista che suona il break. Esso fa qualunque cosa è nelle sue possibilità per portare l’ascoltatore fuori della sua guardia. Esso sincopa e accenta tutto meno che il normale impulso del ritmo fondamentale… L’ascoltatore sente tutto l’eccitamento di una battaglia".

E’ essenzialmente questa stessa specie di battaglia tra i ritmi melodici inaspettati e sfidanti e la regolarità della battuta fondamentale che caratterizza tutto il jazz. Nell’hot jazz, quando quasi tutti i suonatori improvvisano allo stesso tempo e nessuno realmente sa che cosa farà l’altro, l’esilaramento è più intenso che nelle performance riarrangiate e spaziate con break improvvisati e soli. Ma la differenza è di grado non di specie.
Ora una forma musicale che esplora e incoraggia questo tipo di libertà-per-tutti potrebbe logicamente far conseguire come risultato il caos e il disordine. Come Louis Amstrong una volta scrisse, si potrebbe pensare “che se ogni componente di una big band di sedici elementi avesse il proprio punto di vista e potesse suonare come vuole, l’insieme produrrebbe un rumore pazzesco”. E con performer ordinari è quello che si potrebbe ottenere - è questo il motivo per cui la maggior parte delle orchestre suona con spartiti in cui, con vari gradi di successo, un arrangiatore ha incorporato il fraseggio hot. Ma, come Amstrong conclude, quando tu hai “un gruppo di veri musicisti swing” essi possono supportarsi e inseguirsi l’un l’altro nell’improvvisazione e “tutto avviene attraverso l’ascolto e la direzione dell’istinto musicale”. E’ l’essenza di una buona performance di jazz essere capace di tagliare le parti “mobili” dalla partitura, e sapere - o sentire - “quando è giusto lasciarle e quando ritornarvi”.

Benny Goodman, spiegando le basi organizzative di una famosa band da lui guidata nel 1934, mise la cosa così: quello che lui voleva era, prima di tutto, “una buona sessione ritmica che potesse suonare jamp, rock o swing” e, secondariamente, arrangiamenti musicali che potessero essere adeguati veicoli per una tale sessione ritmica e che, contemporaneamente, “offrissero ai componenti una chance di suonare i solo e di esprimere la musica dal loro punto di vista individuale”. In altre parole, Goodman intuitivamente riconosceva che è la struttura ritmica che riconcilia le domande della performance di gruppo (l’arrangiamento) e l’espressione individuale (i solo).
Quello che abbiamo qui, allora, è una forma di arte che all’interno di propri limiti ben conosciuti ha saputo, meglio di tutte quelle precedentemente elaborate, riconciliare il conflitto che Emerson  tempo fa riconosceva come problema fondamentale della civilizzazione moderna - il conflitto tra le pretese individuali e quelle del gruppo. Tutti nelle band jazz di prima classe sembrano essere ed hanno la sensazione di esprimere il loro punto di vista, inibito dagli schemi musicali prescrittivi, e allo stesso tempo tutti suonano creando un unisono creativo e preciso. La cosa che li tiene insieme è la stessa che essi tentano, impegnandosi, di tradire: la battuta fondamentale quattro-quattro. In questa unica forma artistica, se non esistente altrove, gli americani hanno trovato un modo per dare espressione all’ideale emersoniano di un unione che è perfetta solo “quando tutte le unità sono isolate”.
Attraverso la soluzione di questo conflitto di base il jazz lega se stesso intimamente con la società industriale in cui evolve. I problemi con cui si dibattono Amstrong e Goodman hanno meno a che fare con i problemi degli artisti, nel senso tradizionale, e più con quelli dell’organizzazione industriale. Non è nel criticismo dell’arte tradizionale che troveremo espressi valori comparabili, ma in passaggi come questo, estratti dai Principi della gestione scientifica di Frederick Winslow Taylor, pubblicati giusto sette anni prima che la prima registrazione di jazz fosse effettuata:
"Il tempo va più veloce di qualunque sforzo un uomo, pur grande, possa da solo ottenere senza l’aiuto di quelli attorno a lui. Ma sta arrivando il momento in cui saranno fatte grandi cose grazie a quel tipo di cooperazione in cui ogni uomo esegue la funzione per la quale è più adatto, preservando la propria individualità ed acquisendo la supremazia nella sua particolare funzione; in cui ognuno allo stesso tempo non perde niente della sua originalità e della propria iniziativa personale, e tuttavia è controllato e deve lavorare armoniosamente con molti altri uomini".
Per altri versi, inoltre, il jazz lega se stesso alla tradizione popolare da cui proviene. Come tutti i modelli che quella tradizione ha creato, esso è fondamentalmente una forma molto semplice. Armonicamente, è un poco più che la ripetizione di quattro o cinque sequenze di accordi estremamente semplici e piuttosto noiosi. Melodicamente esso consiste di una ripetizione di brani estremamente semplici che, quanto piacevoli e divertenti possano essere, non sono soggetti a sviluppi elaborati, così come i temi della musica europea occidentale. Possono essere molto elaborati nei solo improvvisati, ma non sono tematicamente sviluppati. Infine, anche i suoi ritmi, dove il jazz mostra così poca ingenuità, sono ristretti a tempi quattro-quattro o due-quattro.

Come forma musicale, allora, il jazz è tanto semplice quanto può esserlo una forma culturale. Il pezzo suonato ha sempre, ovviamente, almeno uno schema formale elementare - un inizio, un interludio, una fine; ma la performance jazz normalmente non lo segue. Essa parte e dopo un intervallo che è stato determinato probabilmente più dalla durata di registrazione fonografica che da altro, si ferma. Ma questa semplicità strutturale si accorda con le altre caratteristiche popolari che il jazz mostra. I voli poliritmici e sincopati dei break e dei solo, con i loro aggiustamenti brutali e impulsivi pronti a cambiare sempre le situazioni ritmiche, dà al jazz una flessibilità straordinaria. E tuttavia, ciò è possibile solo in un semplice e ben stabilito framework. Allo stesso tempo, è la semplicità strutturale del jazz che lo rende, come altre forme e modelli, così adattabile alla partecipazione e al divertimento di massa, e anche così universalmente disponibile.
In questi termini uno può comprendere l’osservazione brillantemente percepita da Le Corbusier che i grattacieli di Manhattan sono “hot jazz in pietra e acciaio”. Jazz e grattacieli! Sono queste due, e il jazz in una “forma più avanzata” dell’altra, le forme che per uno dei più grandi architetti viventi e pianificatore di città “rappresentano le forze dell’oggi”. Ed entrambe, abbiamo visto, sono risultati climatici della tradizione popolare americana. Ciò non implica che non si possa riassemblare la negata tradizione colta o che si debba disprezzare l’attualizzazione di una civilizzazione fondata sulla tecnologia e modellata dalla politica democratica e dalle istituzioni sociali. (Non è una mera coincidenza che nella Germania nazista e nella Russia comunista, e laddove esistono regimi autoritari, gli uomini al potere hanno tentato di scoraggiare, se non addirittura proibire, le performance jazz).

Lasciatemi chiarire che nel fare questa puntualizzazione non vogliamo parlare di una superiorità estetica del jazz rispetto alla musica occidentale europea o del Rockefeller Center e McGraw-Hill Bulding rispetto alla cattedrale di Chartres e Salisbury. Tali comparazioni non hanno luogo nel contesto di questo libro, ammesso che possano avere una loro validità in qualunque altro posto. Giudicato strettamente nei propri termini, il jazz è abbastanza limitato nella sua scala emozionale. Come altre forme popolari, principalmente il giornalismo e i serial della radio, è normalmente ristretto alle atmosfere umoristiche, alla tristezza sentimentale e all’eccitamento sessuale; è difficile concepire una performance jazz che potrebbe evocare un’atmosfera di tragedia, di timore reverenziale o di esaltazione spirituale quali possiamo trovare nei capolavori della musica occidentale europea. In più, ci si chiede se il jazz sia capace di sviluppi evolutivi. A molti critici sembra che il jazz attuale sia essenzialmente lo stesso di quello che emerse nei club sportivi di New Orleans. Altri potrebbero concordare con lo scrittore presente che lavori come Un americano a Parigi e parte di Porgy and Bessy di George Gershwin, o i lavori più recenti quali il Quintetto per Oboe e Archi di Robert McBride, danno evidenza di un processo evolutivo dove il jazz della tradizione popolare interagisce creativamente con la tradizione colta, non perdendo nessuna della originaria vitalità e rilevanza d’immediatezza ma aumentando enormemente la sua scala espressiva.

Certamente l’architettura dei grattaceli più riuscita deve un po’ del suo successo alle influenze colte che hanno modificato le sue qualità popolari. Ma il fatto essenziale è che entrambe queste forme devono riconoscere le loro radici popolari. Entrambi sono forme di espressione artistica, che si sono evolute fuori dai modelli originariamente elaborati da persone senza fini estetici coscienti o preconcetti colti, in diretta ed empirica risposta alle condizioni del loro ambiente quotidiano.
E’ chiaro che queste forme particolari e le altre che abbiamo toccato lungo questa rassegna non offrono - di per se stesse - un medium di espressione artistica adeguata a tutte le nostre esigenze. Le forme ereditate dalle vecchie tradizioni ancora devono giocare un ruolo importante se noi siamo non esteticamente affamati, o almeno sottonutriti. L’opera e il dramma poetico, ad esempio, possono essere moribondi come la maggior parte dei critici candidamente asseriscono, ma inevitabilmente ci saranno periodici tentativi di ringiovanirli. E tali tentativi saranno tentati non solo a causa  del prestigio culturale e sociale a loro collegato, come ad altri cimeli della tradizione colta, ma anche perché non possiamo permetterci di lasciarli morire.

Nel frattempo le tecniche e le forme del popolare stanno rapidamente acquisendo un’ampia influenza e un grande prestigio, e la loro popolarità attraverso il mondo serve a ricordarci una volta ancora che non è la qualità specificamente americana, in nessun senso nazionalistico, a renderle di un significato fatale. I prodotti popolari che l’America fa, naturalmente, hanno lo stampo del carattere nazionale, giusto come i risultati artistici delle altre popolazioni  mostrano certe caratteristiche nazionali. Ma queste sono qualità superficiali. La cosa importante circa il popolare è che esso possiede qualità inerenti di vitalità e di adattabilità, di organico come opposizione alla forma statica, di energia piuttosto che di riposo, che sono particolarmente appropriate alla civilizzazione che, durante la breve vita degli Stati Uniti, ha trasformato il mondo. Per mezzo di un accidente nello sviluppo storico negli Stati Uniti si è evoluta questa tradizione che ha avuto a disposizione la più grande libertà per sviluppare le sue caratteristiche distintive. In ogni caso, qualunque  indebito orgoglio nazionalistico andrebbe temperato e ciò è più semplice se rammentiamo a noi stessi che le persone delle altre terre sono state qualche volta più pronte di noi ad apprezzare i valori estetici e umani dell’espressione popolare. I film stranieri hanno, dopotutto, frequentemente sorpassato i nostri nella realizzazione creativa delle potenzialità del cinema, e gli architetti sud americani ed europei alcune volte sembrano essere più vivi dei nostri verso le possibilità espressive delle costruzioni popolari.
Come nazione siamo stati spesso esitanti e apologetici su quello che è stato fatto negli Stati Uniti a livello di tradizione popolare. Forse è venuto il tempo per molti di noi di accettare la sfida offerta alla immaginazione creativa da quelle tecniche e quelle forme culturali che per prime si ersero tra il nostro popolo e nella nostra terra».

Riferimenti


Abruzzese, A., 1973, Forme estetiche e società di massa, Venezia, Marsilio, 2001.

Abruzzese, A., 1979, La grande scimmia. Mostri, vampiri, automi, mutanti. L'immaginario collettivo dalla letteratura al cinema e all'informazione, Roma, Sossella, 2008.

Carr, N., 2010, Does the Internet Make You Dumber?, in «Wall Street Journal», 5/6.

Carr, N., 2010, The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, New York, Norton & Company.

Eco, U., 1964, Apocalittici e integrati, Milano, Bompiani.

Kouwenhoven, J. A., 1948, Made in America: The Arts in Modern Civilization, Morgantown, PA, Sullivan Press, 2007..

Morin, E., 1962, Lo spirito del tempo, Roma Meltemi, 2002.

Naughton, J., 2010,  The internet: Everything you ever need to know, in  «Guardian», 20/6.

Pinker, S., 2010, Mind Over Mass Media, in «New York Times», 10/6.

Shirky, C., 2010, Does the Internet Make You Smarter?, «Wall Street Journal», 4/6.


Shirky, C., 2010, Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age, New York, Penguin.


Luglio 2010
Luciano Petullà



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Il telegrafo di Ottone


I giornali nella tempesta digitale


In una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle informazioni, il giornalista Piero Ottone ci offre alcune riflessioni interessanti dall’alto di una esperienza ultra decennale. Il suo invito è di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro. Più precisamente, al 1850.
In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple – il nuovo e atteso tablet simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video – il “telegrafo prêt à porter” (2010).
A parte un’inesattezza – il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” – il suo ragionamento è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola a tutti i processi con cui (da tempo) sa incardinarci.
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Neutralità di rete e incentivazione degli investimenti


Parte 2/ Il bilanciamento della ricchezza tra rete e contenuti

Come evidenziato nel precedente intervento, le scelte governative o statali hanno dunque modo di incidere su come il beneficio economico del “mercato internet” (vendere e comprare l’accesso all’informazione) si distribuisce. Attualmente sono gli ISP ad accusare uno scarso ritorno sugli investimenti, mentre i fornitori di contenuti – non tutti ma sicuramente quelli che sono diventati grandi player – vivono una condizione migliore. Scegliendo di alleggerire i principi della neutralità gli ISP potrebbero far pagare differentemente i fornitori di contenuto per gli accessi controllando appunto i contenuti o assicurandogli più priorità di traffico. Ma ciò, si è visto, potrebbe deprimere lo sviluppo dei contenuti mentre non si può neanche esseri sicuri  che gli investimenti sul fronte ISP crescano in quanto potrebbero prendere altre strade. In ogni caso, siamo in un orizzonte tecnologico che permetterebbe di applicare regimi più sofisticati rispetto a quello molto semplice del pagamento del solo accesso.
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Neutralità di rete ed economia di internet


Parte 1/ Investire nell'accesso e nei contenuti

Negli ultimi tempi internet è gradualmente avanzato nelle priorità argomentative delle varie autorità nazionali che regolamentano il settore delle telecomunicazioni, fino a diventare uno degli argomenti centrali. In particolare, il dibattito è diventato molto animato negli Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici, ma, a guardare con distacco la situazione, l’urgenza è dettata fondamentalmente da istanze economiche e dunque da motivi seri visto sia gli effetti che la rete sta determinando in molti campi, sia il massiccio livello di investimenti richiesti da un settore che segue logiche infrastrutturali ed economie di scala. Per essere chiari, il problema è ugualmente rilevante in ogni regione del mondo e riguarda il nuovo ruolo che internet e i servizi associati stanno assumendo a livello di sviluppo e di consumo in molteplici aree: lavoro, comunicazione, informazione, divertimento. E tuttavia, oltre ad essere una nazione leader nel campo dell’ICT, il caso americano è interessante per la sua ideal-tipicità dato che il perno su cui ruotano generalmente tutti questi discorsi è l’economia di mercato e le sue proprietà nello stabilire le migliori condizioni di sviluppo del sistema.
In effetti, rispetto ad altri paesi, e in particolare europei, le telecomunicazioni americane sono nate e si sono evolute seguendo l’approccio di mercato, una tradizione in qualche modo esportata con le spinte alla deregulation degli anni ’90 del XX secolo. In questo contesto, non interessa soffermarci sulla natura o validità della scelta ma sul necessario e problematico rapporto che si viene a stabilire tra le logiche del privato e quelle del pubblico quando si demanda al libero gioco del mercato la gestione e lo sviluppo di beni particolari 
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Come cambia il "cuore" di internet 


La “tirannia” dei contenuti e i processi di concentrazione

Come luogo di premessa le prime righe non possono non contenere il riconoscimento di cosa significhi ormai la rete per una parte molto rilevante della popolazione mondiale, vale a dire un tesoro di innegabile vivacità culturale e intellettuale e di infinita utilità, espressività e intelligenza. Detto ciò, dobbiamo trovare un momento per riflettere sia su come questo insieme di contenuti è fisicamente supportato, sia su come queste strutture di rete vanno configurandosi per rispondere in maniera sostenibile alle sue evoluzioni. Visto ila numerosità dei fattori coinvolti  e la loro dinamicità “ambientale” - non dimentichiamoci che in internet tutto accade con una velocità  esponenziale - non è mai semplice delineare le tendenze, soprattutto da un punto di vista quantitativo. Certamente, sono ormai evidenti i segnali che indicano un processo di consolidamento e di passaggio ad una cossiddetta seconda fase “2.0” più focalizzata sull’offerta diretta di servizi “applicativi” completi, con una gamma che copre uno spettro di utility che vanno dal divertimento al lavoro planando (grazie al cloud computing) su un utente già iper-connesso tramite reti wireless e fisse. Ma quali sono le rimodulazioni che stanno subendo le infrastrutture fisiche e le entità organizzative che le gestiscono, quel retroscena definito come il “core” della rete internet?
Proveremo a schematizzare il discorso approfittando (tra l’altro) di uno studio indipendente condotto dalla ATLAS Internet Observatory che, dopo aver analizzato su larga scala l'andamento degli ultimi due anni di traffico internet, ne sottolinea alcune logiche nel suo 2009 Annual Report. Il nostro ragionamento è dunque un tentativo di schematizzare, con un alto grado di astrazione, ciò che sta dietro la presa dei fili o dei canali wireless a cui siamo perpetuamente connessi, ed esplora in una ottica sistemica il senso di questi ultimi cambiamenti. [...]
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Emigrazione: teorie e pratiche del contatto interculturale


Come assorbire le collisioni secondo lo psicologo sociale Fathali M. Moghaddam

Ultimamente, ragionando sulla comunicazione ubiqua e globale abbiamo intersecato osservazioni e riflessioni che toccano molteplici aspetti, tra cui i fenomeni di emigrazione. Il fatto non stupisce visto che la ricchezza e la difficoltà delle analisi nel campo derivano dalla reciproca influenza dei movimenti di informazione, capitale, persone e merci .
Molta parte del mondo vive nella incerta stabilizzazione (in termini di consistenza, velocità e qualità rigenerative) di questi flussi e ciò apre a nuove forme di esistenza e (dunque) di percezione. La nuova condizione raccoglie, amplifica e, per molti versi, modifica e sviluppa il tipo di esperienze a cui la cultura delle società industrializzate ci ha iniziati più di un secolo e mezzo fa.   Ricordavamo così come spesso accade di essere nella necessità di richiamare nuovi termini per definire il senso della nostra attuale posizione, come fa, insieme ad altri, il sociologo e giornalista Joshua Meyrowitz a proposito del luogo “Così, anche se la maggior parte delle interazioni più intense continuano ad accadere in ambienti fisici specifici, esse sono ora spesso percepite come avvenissero in una arena sociale più ampia. Locale e globale co-esistono nella glocalità” (2004, p. 3). L’effetto è molto evidente nel caso delle migrazioni, con i media che permettono di rinsaldarci alle esperienze locali connettendoci al vicinato e alle loro culture da qualunque parte del mondo risiediamo, dando vita a complesse forme di co-presenza fisiche e immaginifiche (Appadurai 1996). Si notava anche come ubiquità informativa e indifferenza al luogo, funzionali alle migrazioni, retro-agiscano poi anche sul piano riflessivo dei diritti e del senso di stare e appartenere al mondo. “Diciamo che il telefono portatile è veicolo di un diritto a cui pochi oggi fanno riferimento: il diritto all’ubiquità, a non dover vivere per forza e sempre nel posto in cui si è nati, un luogo spesso diviso da frontiere e spaccato da ingiustizie mondiali e guerre insensate. Il diritto all’ubiquità è un coro che da varie parti del mondo si è levato come non mai negli ultimi venti anni e che ha reso obsoleti gli altri diritti: che senso ha parlare di libertà senza diritto all’ubiquità? Che senso ha parlare di uguaglianza senza il diritto a una mobilità generalizzata? Che senso ha parlare di fraternità in un mondo in cui l’accesso alle persone care è proscritto da inique leggi che impediscono alle famiglie degli emigranti di ricongiungersi?" (La Cecla 2005, p. 41).
Per quanto affascinante, stimolante o illuminante possa essere il discorso, non c’è dubbio che il fenomeno immigrativo si trova ad affrontare, in prima battuta, problemi di natura (inter)culturale che hanno una ricaduta ben più drammatica. [...]
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Apprendere al tempo del re-mix digitale


Le strategie di adeguamento secondo  uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation

Se dovessimo indicare il dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un piccolo dispositivo-usb. La diffusione e adozione di apparati quali le “chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello standard di interfaccia usb. Il sistema di presa-spina Universal Serial Bus  sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in quasi tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E così, dati e programmi utilizzati in ambiti e attività diverse, prodotti e sorgenti di progetti personali, si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei nostri ambienti di vita.  [...]
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L'uomo sperimentale


L'inevitabile ri-generazione dell'idea di umano

Ogni forma di delega per sua natura implica che si crei una certa distanza tra le aspettative  della volontà originante e i risultati ottenuti dal de-legato che, persona o  sistema, può peraltro contrassegnare caratteristicamente con le proprie virtù o mancanze la fase attuativa. In generale, delegare a qualcuno o a qualcosa il controllo o l'adempimento di volontà, azioni o piani rientra in un modo di pensare e di comportarsi tipico delle persone appartenenti a società complesse ed estese che, come descritto tra gli altri dal sociologo Anthony Giddens, hanno la necessità di stabilire rapporti di fiducia con un insieme innumerevole di “sistemi esperti” per poter vivere e svolgere le loro attività.  [...]
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Quando il telefono incontra le periferie del mondo 


L'adozione delle tecnologie Ict nelle società emergenti e gli impatti sociali, culturali ed economici 

Sono pochi ma abbastanza gli anni trascorsi da quando in un articolo si ragionava attorno alla possibilità di circoscrivere per il telefono un’area di studi sociali peculiare. In quest’arco di tempo su di esso si è continuato a riflettere e scrivere molto, e sono aumentati gli studiosi che, in ogni parte del mondo, si sono aggiunti al gruppo, concentrandosi sia su aspetti generali che specifici con trattati che non hanno quasi risparmiato nulla, e il quasi ci preserva da ogni ulteriore (e sicura) sorpresa. [...]
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Media e computer liquidi 


Le dimensioni dell'ubiquitous computing e la ricattura del mondo

È questo il titolo e sottotitolo di un mio  libro che raccoglie una serie di riflessioni sui modi e la pervasività con cui le nuove tecnologie digitali stanno amalgamandosi con le nostre vite contribuendo a trasformarle. Spesso sono osservazioni nate in seguito allo sviluppo o al lancio di particolari prodotti/gadget tecnologici, figlie delle meraviglie che in questi momenti accomunano specialisti e appassionati, di dibattiti e osservazioni estremamente interessanti che avrebbero meritato, per intensità e acutezza dello sguardo, una maggiore attenzione.
Nel frattempo, siamo tutti sempre più assorbiti in una fitta rete telematica che funziona come un’infrastruttura dematerializzata/deterritorializzata ma reale e vitale, con cui e su cui esperiamo e sviluppiamo le più diverse emozioni/attività, organizzandovi reti sociali su scale che, nella loro indefinitezza per la nostra crescente condizione sincronica, definiamo glocali (globali/locali).
In realtà, come è stato notato, è nella nostra natura prendere le infrastrutture come scontate, percepirle come qualcosa che “sta là”, pronta all’uso e completamente trasparente, qualcosa su cui qualcosa d’altro “gira” o “opera”, che siano i binari su cui viaggiano le carrozze o i computer che eseguono i programmi. Esse rimangono nel sottofondo, sottratte alla scena, ritirate in una strumentalità che ne scherma le intense dinamiche relazionali e le continue prove di sostenibilità a cui, come beni comuni, sono direttamente e indirettamente esposte. Da questo punto di vista le infrastrutture telematiche sono ancora più subdole godendo, proprio per la loro peculiare costituzione, plasmabilità ed espandibilità applicativa, degli effetti, per così dire, di una doppia trasparenza. [...]
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La presa sui mezzi e sui contenuti 


Il web 2.0 e lo spirito delle culture tecniche amatoriali


L’evoluzione delle attuali piattaforme ICT (Information and Communication Technology) verso un’interazione utente che abbina la facilità d’uso a crescenti potenzialità nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le attività più varie è comunemente indicata con il termine web 2.0.  La definizione, coniata nel tipico stile che annuncia l’aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti, sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), queste esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e distribuita della rete, agevolando l’inserimento negli spazi digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di gruppo che, senza soluzione di continuità tra il tempo di lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e  una voglia più indefinita di relazioni. [...]
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Il grammofono, il world wide web e i sistemi di iscrizione 


La storia dei media e l'ascolto del tempo
 
Nel marzo di quest’anno, nell’ambito della conferenza annuale della Association for Recorded Sound Collections, tenuta presso la Stanford University in Palo Alto, Calif.,  è stato presentata la prima registrazione audio della storia. La notizia è che, a differenza di quello che si è sempre saputo, i 10 secondi di canto risalgono al 9 aprile 1860 e sono stati "registrati" non da Thomas Alva Edison, passato alla storia come primo ideatore del fonografo, ma dal tipografo francese Eduard-Leon Scott de Martinville. Il francese avrebbe dunque anticipato di ben 17 anni la data ufficiale dell’invenzione, e la registrazione della voce che canta il brano popolare “Au clair de la lune”, incisa su una carta annerita, si rivela il reperto fisico più antico ancora riproducibile, che precede di 28 anni la più vecchia registrazione su cilindro di cera ancora disponibile. Ad onor di cronaca va ricordato che i ricercatori statunitensi hanno ripreso i flebili segni del canto impressi su carta trasducendoli, tramite una tecnica sofisticata, su un nuovo supporto. [...]
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La nostra ossessione per la musica


Cosa il suono racconta di noi secondo Daniel J. Levitin

Tra tutte le arti la musica gode indubbiamente di un posto speciale dato che ha sempre accompagnato l’uomo, e nessuna cultura, nella storia di cui abbiamo traccia, ne ha saputo fare a meno. Come afferma Daniel J. Levitin – ricercatore americano e professore di scienze cognitive – dove gli esseri umani, per un qualche motivo, stanno insieme c’è musica: matrimoni, funerali, diplomi/lauree, marce di guerra, eventi sportivi, notti cittadine, preghiere, cene romantiche, cullata dell’infante, studio, ecc.. Soprattutto, la musica è parte della vita quotidiana sia nelle città che in campagna, e la diffusione e le modalità del suo consumo hanno raggiunto livelli inimmaginabili grazie ai riproduttori e registratori musicali dell’era elettronica che ormai ritroviamo liofilizzati  nel software e nell’hardware dei vari apparati digitali.
This Is Your Brain on Music: The Science of a Human Obsession è un libro che prova a spiegare la forza di attrazione della musica partendo proprio dal particolare amore che l’autore ha per tutte le sue forme, una passione che gli ha fatto abbracciare mestieri diversi ma originalmente convergenti, tutti fusi in una esperienza e una carriera in cui risalta la circolarità tra divertimento, conoscenza, lavoro, studio, ricerca, innovazione e voglia di comunicare.  [...]
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La voce come transito in un post-umano molto ma molto umano


Riflessioni sulla profonda connaturalità “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti
 
Al termine della traduzione di un’opera si rimane immancabilmente contaminati dal tema affrontato, e ciò è ancora più vero quando si tratta del nostro medium ancestrale. L’uscita in Italia del libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, funziona allora come un irresistibile invito a iniziare una serie di riflessioni, stimolati da un lavoro che si rivela unico per comprendere la voce come processo e prodotto di un corpo che vive in stretta interazione con i suoi ambienti culturali e sociali, dando corso a un fenomeno sonoro al contempo fisico e immateriale, capace di mediare la sfera interiore ed esteriore della propria realtà, per prestarsi, con la sua natura transitiva, a veicolare altre dimensioni di vita.
Solo per ricapitolare, è il ventriloquio il filo rosso di cui Connor si serve per affrontare una caratteristica così peculiare per l’essere umano. Contemplando della voce tanto la naturalità quanto i fenomeni dissociativi – si parte dagli oracoli greci per giungere alla nostra attuale condizione di uomini che vivono tra/in sistemi meccanici ed elettronici ricchi di voci disincarnate – l’opera può dispiegarci la serie di forme e dinamiche di mediazione che, alimentate e filtrate dai vari sistemi socioculturali, rendono la voce quello strumento di espressione a cui abbiamo sempre riservato sia un’accoglienza attenta e venerata che un’impressione obbligata e distratta.
Richiamando implicitamente alcuni aspetti di questo fecondo lavoro, forti delle sue innumerevoli e sofisticate osservazioni, cercheremo di sviluppare delle ulteriori riflessioni. L’argomento che vorremmo affrontare è la sfida che i nuovi media portano in termini di vissuto esperieziale  e permeabilità di realtà diverse, mettendo in relazione la forma vocale – la nostra prima potente protesi di intermediazione – con la sua attuale applicazione per dei nuovi generi di transito. Nel percorso ci aiuteremo con alcuni recenti lavori che, pur partendo da sponde diverse, sembrano convergere significativamente nell’analisi. La prima parte si caratterizza in termini maggiormente funzionalistici, mentre la seconda affronta l’argomento da un’angolatura più strutturalmente simbolica.   [...]
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Iphone: logica ed estetica del telefono multimediale


di Luciano Petullà

Indice:

Premessa
Logica dell’iPhone
La convergenza
La multimedialità telefonica
Telefono e personal media
Convergenza e modelli di business
La convergenza e i suoi attori
Il dispositivo iPhone

Estetica dell’iphone
Estetica come esperienza
L’iPhone e l’estetizzazione delle informazioni
L’iPhone e l’estetica della network society

Riferimenti bibliografici

Premessa
La Apple, nota azienda americana produttrice di computer e dispositivi informatici personali, tra cui il famoso lettore mp3 iPod, è entrata nel settore della telefonia mobile con un videofonino che è stato presentato e accolto in tutto il mondo con una notevole enfasi. In questo scritto prenderemo l’iPhone come case study aggiornato per riattualizzare alcuni dei percorsi da noi utilizzati nell’analisi degli attuali dispositivi della videocomunicazione mobile. Il fenomeno iPhone si presta particolarmente bene in quanto il suo successo può essere interpretato solo alla luce di un contesto che deve integrare la logica del suo sviluppo tecnico agli aspetti estetici e quindi inevitabilmente esperieziali, giustificando così un pieno approccio sociologico e culturale allo studio dei media. [...]
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