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Interflows Sistemi e dimensioni della nuova comunicazione

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Video-frenesia 


La disseminazione del video-streaming a 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan


In questo anno ricorre il centenario della nascita di Marshall McLuhan. Oltre che in convegni l'anniversario è stato ampiamente ricordato nella stampa quotidiana, particolarmente agevolata nel redigere articoli infarciti dei numerosi e sintetici aforismi con cui il geniale studioso ha saputo preconizzare gli effetti che i media elettronici stavano apportando alle nostre vite. Come si evince dagli innumerevoli tributi e dalla trasversalità culturale delle fonti, dovremmo dare per chiusa la lunga stagione dei distinguo sulla sua figura e centralità nell'ambito delle scienze della comunicazione – di cui, in verità, è stato il primo (in)discusso ispiratore.
L'epoca di McLuhan fu indubbiamente caratterizzata dall'avvento tele-visivo: la diffusione della tv e della comunicazione video rappresentò un evidente spartiacque per ragionare in termini di nuove forme culturali e di una differente civilizzazione rispetto al mondo simbolico organizzato attraverso le pur sofisticate tecniche espressive e informative della tipografia. La potenza/pulsione dei flussi audiovisivi irradiati quotidianamente da antenne, cavi locali e transnazionali e la rapida diffusione degli schermi video nelle case scardinavano i precedenti dispositivi (statici e lineari) della registrazione/trasmissione di simboli/immagini innovando, ma anche riorganizzando, i modi di esperire emozioni, informazione, politica, divertimento, conoscenza. Nell'arco di alcuni decenni gli schermi delle tv hanno invaso le residenze di miliardi di famiglie in ogni angolo del pianeta raggiungendo, in termini assoluti per numero di abitanti, i più alti indici di penetrazione di un media di telecomunicazione. Solo i cellulari telefonici hanno saputo far meglio in termini temporali e diffusivi, e anche loro nel frattempo sono divenuti degli schermi capaci di diffondere suoni e immagini ad alta definizione.
Nel frattempo, lo stesso traffico dati della rete internet è dominato dai contenuti audiovisivi consumati in maniera crescente in modalità real time, vale a dire così come arrivano. I circuiti dati e le tecniche di compressione e di rilancio dei segnali digitali complessi ne rendono possibile e affidabile il trasporto a prezzi contenuti. L'ubiquità e la molteplicità dei canali così come la personalizzazione dei dispositivi dalle mille funzioni stanno portando una rivoluzione profonda nei circuiti della distribuzione degli audiovisivi – sul fronte della produzione il cambiamento, legato a modalità di finanziamento e a qualità e tipologia dei contenuti ricercati, è, come vedremo, molto più lento. L'evento McLuhan coincide dunque con un altro forte scarto nelle possibilità di espressione e comunicazione basate sulle tecnologie visuali dell'elettronica. Può essere questa un'ulteriore occasione per ri-attualizzare le sue analisi sul tema ragionandovi in termini differenziali rispetto alle nuove dimensioni sociali e culturali introdotte dalle attuali tecnologie di rete?


Il medium e l'incantamento dei media
In effetti, McLuhan può dare ancora il meglio di sé sul versante più oscuro e inafferrabile del cambiamento del nostro profilo antropologico, nella comprensione della densa inter-penetrazione di dispositivi comunicativi, attività, pensieri e immaginazione così come illustrato “plasticamente” dal regista (anche esso canadese) David Cronenberg con il suo lungometraggio Videodrome. Realizzato nel 1983 ma ancora estremamente attuale – vi recitava non casualmente un personaggio che richiamava direttamente McLuhan (professor O’Blivion) – il film ha per tema la “nuova carne” che si forma dalla contaminazione tra elettronica e mondo organico, il tutto contestualizzato nella (cupa) politica/società del tempo. Tuttavia, per quanto filosoficamente e praticamente utile – come dimostra l'esteriorizzazione massiccia delle nostre vite – conviene qui seguire un altro genere di indicazioni provenienti dallo studioso sulla scorta dell'eredità intellettuale (ampiamente riconosciuta) lasciategli dal suo maestro e connazionale Harold Innis. Vale a dire indirizzarci a comprendere cosa è cambiato nelle condizioni e strutture della comunicazione: l'attuale video-frenesia è figlia infatti delle possibilità messe a disposizione dalle nuove architetture di rete e dalle dinamiche generative dell'epoca post-internet. Dal punto di vista tecnologico vi è stato un concorso di cause: la potenza locale dei dispositivi personali in termini di memorizzazione e calcolo, che consentono ai software di trattare la grande mole di dati necessaria a rappresentare con dinamicità e accuratezza i materiali video-sonori. Soprattutto, queste apparecchiature non sono più confinate nelle mani di poche entità facoltose ma ormai comunemente accessibili e ben distribuite. Inoltre, sono collegate tra di loro in rete. Le inter-connessioni dati standardizzate e basate sul protocollo IP sono diventate un corredo personale indispensabile, un “must” per poter agire e comunicare nelle società del XXI secolo tanto da essere già un diritto basilare del cittadino da fissare nella legislazione nazionale. In continuità con l'idea originaria dei pionieri di internet, di poter trasportare sulle reti aperte qualunque tipo di traffico, sono stati incessanti gli sviluppi tesi a fluidificarne i transiti così da agevolare qualunque tipo di comunicazione. Il trasporto dei traffici voce su internet fu una pietra miliare di queste possibilità e della fattibilità di estendere comunicazione complesse e sincroniche, normalmente limitate ad una cerchia di computer collegati in ambienti limitrofi, a un livello geografico esteso. L'affinamento delle tecniche di compressione dei contenuti e il rilancio degli stessi secondo servizi intelligenti di geolocalizzazione che attivano lo streaming dei dati dal punto fisico più vicino all'utenza richiedente (caching geografico) hanno infine ultimato l'opera.
In ogni caso, più che indicare dei singoli elementi, avremmo bisogno di abbozzare un'analisi che tenga conto di come sia tutta un'ecologia sistemica a doversi riadattare, un insieme che ha nella produzione dei contenuti, nei canali di diffusione e nel supporto pubblicitario più o meno diretto i suoi capitoli più importanti. Per iniziare, di fronte alla proliferazione delle forme espressive e di consumo dei prodotti audiovisivi possiamo delineare due campi diversi di sviluppo. Il primo è quello amatoriale, chiaramente alimentato e sospinto dalla Rete. Il travaso e la trasmissione di filmati ripresi dalle persone con i loro molti apparecchi – soprattutto videocamere e telefonini, ma anche web cam – non è più un lavoro da super-esperti e abbondano i software free/shareware ma anche professionali con prezzi contenuti che permettono di trattare con una certa facilità l'editing dei formati video. Per non parlare poi dell'hardware/software disponibile a registrare/catturare filmati e trasmissioni video predisponendoli alla successiva collocazione nelle librerie dei tanti siti di video-sharing o di social networking. L'esempio più clamoroso del cosiddetto User Generated Content (UGC) video è youtube, la creatura fagocitata per tempo da Google. Queste realtà si stanno dimostrando in grande ascesa per la loro capacità di attirare attenzione e dunque di intrattenere audience – che significa introiti pubblicitari, il più grande filone di sostentamento per la maggior parte dei contenuti mediali. Come è ormai diventato evidente a tutti i frequentatori della Rete, in questi ambienti così interattivi l'advertising online ha pochi rivali per grado di efficacia e modelli di offerta al fine di pubblicizzare prodotti o collezionare feedback da parte degli utenti – purtroppo, e sono i più, anche feedback inconsapevoli. Attività del genere consentono di garantirsi investimenti e dunque continuità operativa. Solo per dare un'idea di questa realtà veramente magmatica, che possiamo pensare semi-organizzata per canali ma che è soprattutto guidata dal searching sulla base dei metadati (tags, oggetto, autore, titolo, contenuto, ecc.) associati ai video, sono oltre 2 miliardi i video che youtube visualizza ogni giorno inglobando contenuti di ogni sorta e per gli scopi più eterogenei!
L'altro grande campo di sviluppo interessa i media classici e la sua evoluzione deriva strettamente dal fenomeno precedente per almeno tre ordini di motivi. Il primo è la frammentazione dell'audience, sempre più distratta da “altri” device – pc, tablet, videofonini – e dunque sempre più disposta a organizzare un proprio personale palinsesto. Ciò comporta, come accennavamo, un grande pericolo in termini di remunerazione delle attività e dei contenuti visto che l'attenzione degli utenti è una risorsa limitata. Vi è il rischio concreto di una perdita di controllo che metterebbe in crisi una filiera lunga e complessa che, tra l'altro, ha uno dei suoi perni proprio sui ritorni pubblicitari. Per farsi un'idea sulle possibilità di espansione – e dunque di minacia – di questo fenomeno rammentiamo che la pubblicità che passa sui contenuti video assomma su scala globale il valore di 160 miliardi di dollari ma solo il 3,3% è quella attualmente investita negli ambienti online (dati 2011). Il secondo motivo è la creatività dei “prodotti” amatoriali e la loro speciale qualità di intercettare per tempo gli umori dei gruppi sociali. Il terzo è l'insieme delle possibilità che il continuo dialogo, i commenti e la conoscenza condivisa apporta arricchendo e indirizzando le scelte di consumo.
I media classici devono così velocemente riposizionarsi e inglobare tutto ciò che nasce e vive sulle piattaforme innovative e collaborative di internet. Gli schermi ultrapiatti ed enormi degli attuali televisori si vendono ormai nella versione “interconnected”, vale a dire muniti anche di una presa su cui far transitare i dati e il traffico video della Rete, che concorre agli altri streaming di visione – satellitare o digitali terrestri. Essendo ancora al centro della casa come schermo preferito per le visioni lunghe, in essi si installano software “smart” che gestiscono le nuove possibilità di programmazione e condivisione, allargatesi smisuratamente con le offerte video-on-demand dei provider web della rete. Ovviamente, tra questi ritroviamo anche i broadcaster presenti nell'etere o via satellite, così come le tv via cavo, pronte sia a non farsi sfuggire abbonati (cord cutting) che a far valere competenze e prodotti. E così il fronte dell'offerta distributiva va popolandosi velocemente di operatori che provano a sfidare le realtà storiche quali le tv o i negozi di affitto/vendita dvd organizzando magazzini (cyber-locker) capaci di attivare servizi di streaming online – vedi Netflix, Hulu, Apple, Amazon. Come si può immaginare, non è semplice prevedere gli sviluppi di uno scenario così articolato, soprattutto se teniamo conto che la confezione di prodotti video capaci di attrarre l'interesse delle persone e farsi remunerare richiede un'organizzazione e un impegno economico considerevole, sia in termini di infrastruttura tecnica che editoriale. Se pensiamo alla storia dei media, alla loro evoluzione tra aneliti libertari e consolidamenti monopolistici, si rimane dubbiosi circa un reale rovesciamento dei valori in campo nel settore “chiuso” dei contenuti video, almeno di quelli di lungo intrattenimento – film, serie tv ma anche inchieste e documentari. Nonostante gli indubbi riflessi sui settori limitrofi rimandiamo per ora gli approfondimenti sul grande successo dei videoclip su base amatoriale o anche professionale: questo fenomeno, che scandisce la nostra presenza in rete in ogni ambito di visione, innova forme espressive ed editoriali e merita, nel suo carattere quasi anarchico, delle riflessioni a parte. Soffermiamoci invece sul settore più professionalizzato, quello dei formati di intrattenimento più affermati per avanzare alcune considerazioni che possono spiegare gli aspetti meno immediati e più conservativi della sua nuova evoluzione streaming. Ad esempio, possiamo ragionevolmente ipotizzare che con la versione streaming la distribuzione dei prodotti si amplierà non solo perché a semplice portata di “click” ma anche per la concomitante azione di omogeneizzazione/differenziazione dei gusti del pubblico su base globale e l'abbattimento dei costi di distribuzione del canale online. E tuttavia, non si possono non notare i timori ad abbracciare il video on demand da parte dei detentori dei diritti dei contenuti per il pericolo di perderne il controllo una volta che la distribuzione è su reti aperte. Per non parlare poi del problematico snodo dei rapporti tra produttori e intermediari (distributori, tv) e dell'eventuale indebolimento nella collaborazione in termini di co-finanziamenti, lavoro di doppiaggio o promozione nei vari paesi. La macchinosità di questo universo e le difficoltà di trasferire diritti, ribaltare posizioni o scardinare alleanze hanno origini note. I prodotti audiovisivi fanno parte della categoria dei beni esperienziali (experience good): i lungometraggi sono le opere preferite dal grande pubblico nel momento in cui decidono di immergersi in una storia e la valenza/potenza dell'arte cinematografica è commisurata alla capacità di renderli partecipi di un qualcosa che abbia per loro senso. I linguaggi e gli alvei culturali sottesi ai progetti rimangono dunque caratteristiche fondamentali. La territorialità di un progetto è una buona base di partenza per ridurre i rischi e coinvolgere soggetti “coesi” atti ad affrontare una lunga serie di passaggi in cui si validano e finanziano idee. Il produttore elabora dunque una sintesi che deve accontentare i molti soggetti partecipanti predisponendo i ritorni economici/culturali sulla base di visioni del pubblico scadenzate in finestre temporali – mostre, cinema, canali tv, uscite dvd – legate prevalentemente ai territori di origine dell'opera, nella speranza di poterli comunque espandere trovando altri distributori interessati. In questo tipo di contesto la popolosità e omogeneità linguistico-culturale, così come la forza derivante da specifiche egemonie culturali in termini di idee e immaginario – il cosiddetto soft-power, così utile per aprire prospettive di sviluppo in quasi ogni altro campo di attività – condizionano le possibilità di creare opere filmiche che riescono a circolare e rifinanziare i circuiti. Non è dunque casuale che ben il 60% dei prodotti filmici mondiali nasce negli Stati Uniti ed è prodotto da pochi gruppi editoriali, il cui successo continua ad attrarre chi decide di vivere questa professione, mentre tutto il resto del mondo si deve accontentare di conquistare il rimanente spazio.
In definitiva, navighiamo in un contesto in cui l'innovazione in un particolare segmento deve fare i conti con assetti e ragioni economiche, culturali ed estetiche di lungo corso, in cui l'incantamento dei media – in termini spettacolari e di riproposizione di contenuti sempre nuovi, stimolanti e piacevoli – gioca un ruolo determinante per assicurarsi il seguito di pubblico. Come questo possa essere garantito, in linea o meno con le pratiche e i sistemi consolidati, è un puzzle niente affatto semplice da comporre.

Novembre 2011

Luciano Petullà


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Dove vanno i personal computer? 


Critica delle nuvole


Nel XX secolo l’ICT ha dato dimostrazione  di saper innescare cambiamenti in quasi ogni  settore  della società. Nel corso di questa azione e in relazione al periodo ci siamo però fatti delle idee abbastanza fumose sulle risorse e la strumentazione che  ne hanno supportato la forza. In generale, a esclusione degli specialisti del campo - e anche da quelle parti siamo stati spesso spinti  a farlo - le abbiamo immaginate in maniera imprecisa ammantandole finanche di un'aura quasi mitologica. Nel frattempo, irresistibilmente e implacabilmente,  siamo stati sempre più irretiti da queste macchine anche solo come  meri utilizzatori. In realtà, è con l'internet degli anni 2000  che le tecnologie informatiche e trasmissive hanno iniziato a coinvolgere il grande pubblico, intrufolandosi dappertutto e sollecitando il bisogno di una certa alfabetizzazione tecnica. Per essere ancora più precisi, la  democratizzazione dei computer in termini di effettiva disponibilità e manipolabilità,  se non di conoscenza approfondita, era già iniziata negli anni Ottanta per un gruppo sempre più consistente di persone grazie alla diffusione dei personal computer.
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Metamedium, net economy e software culture

Storia sociale del telefono su internet 


Incidentalmente ma non troppo! l'uscita  della nuova edizione cartacea ed ebook del libro che racconta la nascita della telefonia su internet avviene in un periodo di grande attualità per il fenomeno voice-over-ip.  Titoli di cronaca giornalistica quali Voip, Skype contro Vodafone: “Non può limitare l'accesso"Mondo Web: Per Skype bisogna pagareChiamate gratis per tutti: L’assalto ai telefonini dei giganti di InternetLa guerra al Voip: S’indaga sulle telefonate via webPush to end “free lunch” for content provider sono ormai richiami quotidiani che riguardano la fine di un epoca comunicativa contrassegnata da confini ben definiti per catalogare o pensare i vari media di massa. Un periodo, è bene ricordare, durato ben 120 anni e in cui il servizio più personale delle tecnologie di comunicazione elettrica (il telefono) è stato la bussola e il contenitore delle tlc – e anche il traghettatore verso internet. Nato nel 1995 con  gran clamore sulle ali delle sue dirompenti potenzialità per la capacità di remixare vecchie e nuove forme di telecomunicazione, il soft phone continua così a riproporre sfide e perturbare i mercati via via che i terminali utenti si potenziano diventando elementi di un puzzle in cui i fenomeni riassunti nei termini “metamedium”, “net economy” e “software culture” marcano strategicamente nuovi territori di conflitti e opportunità. In fondo, come fa l’angelo della storia raccontato da Walter Benjamin, non è poi così male, risucchiati irresistibilmente in avanti dal proliferare prodigioso delle novità,  avanzare volgendo lo sguardo su questi 15 anni di eventi cosiddetti “tecnologici” per ritrovare i semi – tecnici, sociali, economici e culturali – di questi enormi cambiamenti.

Riferimenti

Benjamin, W., 1940, "Tesi sul concetto di storia", in id., 1962, Angelus Novus, Torino, Einaudi.

La guerra al Voip. S’indaga sulle telefonate via web
, «Libero», 10/2/2011, p. 24

Mondo Web. Per Skype bisogna pagare, «Il Fatto Quotidiano», 9/02/2011, p. 17.

Push to end “free lunch” for content provider, «Financial Times», 14/2/2011, p. 17.

Voip, Skype contro Vodafone. “Non può limitare l'accesso", «La Repubblica.it», 7/2/2011.


Gennaio 2011



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Il ben-essere da computer


Socialità dell’IT e luoghi comuni

Un po’ prima dell’inizio di questa estate è accaduto un evento curioso intorno al telefono più famoso al mondo, o meglio, alla sua ultima versione. Il celeberrimo iPhone versione 4 della Apple è stato presentato dal capo azienda Steve Jobs  a giugno del 2010. Come al solito, l’esibizione è  stata seguitissima anche se, questa volta, screziata da inconvenienti. Già durante l’appuntamento, seguito in sala da un folto gruppo di giornalisti collegati online con le rispettive testate o direttamente ai loro blog, si sono verificate delle situazioni mediaticamente spiacevoli. Essendo un telefono-computer la dimostrazione verteva per lo più sulle caratteristiche di scambio dati e di applicazioni complesse che richiedevano una buona capacità di connessione rete. Invece, i canali wi-fi erano così intasati che Jobs, per andare avanti, ha chiesto cortesemente (scusandosi) alla sala di evitare collegamenti. Si sa, le demo sono sempre a forte rischio di figuraccia quando devono contare sull’immaterialità di elementi da cui ci si aspetta risultati visibili. In questo caso, comunque, il problema più rilevante si è manifestato a presentazione finita.
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Intermezzo jazz


Sulla superficialità o profondità delle culture pop

Ogni volta che avviene un grande cambiamento  o che particolari innovazioni  nelle forme della comunicazione attecchiscono velocemente (storicamente parlando) in ampi strati della popolazione, ecco aumentare la probabilità di imbattersi in un dibattito sui suoi effetti deleteri, con conseguente apertura (a cascata) di interventi pro o contro. Come ebbe a indicare mirabilmente Umberto Eco in un saggio dedicato alla cultura popolare nel 1964, il tutto rientra nella logica  consolidata  che vede contrapporsi apocalittici e integrati.  Da una parte vi è chi interpreta i nuovi usi e pratiche come l’avanzata dei “barbari”, dall’altra chi li accoglie come segnali e prove di vie alternative efficaci e più espressive nei confronti di problematiche altrimenti irrisolvibili così come di sensibilità soppresse.
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Il telegrafo di Ottone


I giornali nella tempesta digitale


In una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle informazioni, il giornalista Piero Ottone ci offre alcune riflessioni interessanti dall’alto di una esperienza ultra decennale. Il suo invito è di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro. Più precisamente, al 1850.
In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple – il nuovo e atteso tablet simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video – il “telegrafo prêt à porter” (2010).
A parte un’inesattezza – il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” – il suo ragionamento è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola a tutti i processi con cui (da tempo) sa incardinarci.
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Neutralità di rete e incentivazione degli investimenti


Parte 2/ Il bilanciamento della ricchezza tra rete e contenuti

Come evidenziato nel precedente intervento, le scelte governative o statali hanno dunque modo di incidere su come il beneficio economico del “mercato internet” (vendere e comprare l’accesso all’informazione) si distribuisce. Attualmente sono gli ISP ad accusare uno scarso ritorno sugli investimenti, mentre i fornitori di contenuti – non tutti ma sicuramente quelli che sono diventati grandi player – vivono una condizione migliore. Scegliendo di alleggerire i principi della neutralità gli ISP potrebbero far pagare differentemente i fornitori di contenuto per gli accessi controllando appunto i contenuti o assicurandogli più priorità di traffico. Ma ciò, si è visto, potrebbe deprimere lo sviluppo dei contenuti mentre non si può neanche esseri sicuri  che gli investimenti sul fronte ISP crescano in quanto potrebbero prendere altre strade. In ogni caso, siamo in un orizzonte tecnologico che permetterebbe di applicare regimi più sofisticati rispetto a quello molto semplice del pagamento del solo accesso.
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Neutralità di rete ed economia di internet


Parte 1/ Investire nell'accesso e nei contenuti

Negli ultimi tempi internet è gradualmente avanzato nelle priorità argomentative delle varie autorità nazionali che regolamentano il settore delle telecomunicazioni, fino a diventare uno degli argomenti centrali. In particolare, il dibattito è diventato molto animato negli Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici, ma, a guardare con distacco la situazione, l’urgenza è dettata fondamentalmente da istanze economiche e dunque da motivi seri visto sia gli effetti che la rete sta determinando in molti campi, sia il massiccio livello di investimenti richiesti da un settore che segue logiche infrastrutturali ed economie di scala. Per essere chiari, il problema è ugualmente rilevante in ogni regione del mondo e riguarda il nuovo ruolo che internet e i servizi associati stanno assumendo a livello di sviluppo e di consumo in molteplici aree: lavoro, comunicazione, informazione, divertimento. E tuttavia, oltre ad essere una nazione leader nel campo dell’ICT, il caso americano è interessante per la sua ideal-tipicità dato che il perno su cui ruotano generalmente tutti questi discorsi è l’economia di mercato e le sue proprietà nello stabilire le migliori condizioni di sviluppo del sistema.
In effetti, rispetto ad altri paesi, e in particolare europei, le telecomunicazioni americane sono nate e si sono evolute seguendo l’approccio di mercato, una tradizione in qualche modo esportata con le spinte alla deregulation degli anni ’90 del XX secolo. In questo contesto, non interessa soffermarci sulla natura o validità della scelta ma sul necessario e problematico rapporto che si viene a stabilire tra le logiche del privato e quelle del pubblico quando si demanda al libero gioco del mercato la gestione e lo sviluppo di beni particolari 
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Come cambia il "cuore" di internet 


La “tirannia” dei contenuti e i processi di concentrazione

Come luogo di premessa le prime righe non possono non contenere il riconoscimento di cosa significhi ormai la rete per una parte molto rilevante della popolazione mondiale, vale a dire un tesoro di innegabile vivacità culturale e intellettuale e di infinita utilità, espressività e intelligenza. Detto ciò, dobbiamo trovare un momento per riflettere sia su come questo insieme di contenuti è fisicamente supportato, sia su come queste strutture di rete vanno configurandosi per rispondere in maniera sostenibile alle sue evoluzioni. Visto ila numerosità dei fattori coinvolti  e la loro dinamicità “ambientale” - non dimentichiamoci che in internet tutto accade con una velocità  esponenziale - non è mai semplice delineare le tendenze, soprattutto da un punto di vista quantitativo. Certamente, sono ormai evidenti i segnali che indicano un processo di consolidamento e di passaggio ad una cossiddetta seconda fase “2.0” più focalizzata sull’offerta diretta di servizi “applicativi” completi, con una gamma che copre uno spettro di utility che vanno dal divertimento al lavoro planando (grazie al cloud computing) su un utente già iper-connesso tramite reti wireless e fisse. Ma quali sono le rimodulazioni che stanno subendo le infrastrutture fisiche e le entità organizzative che le gestiscono, quel retroscena definito come il “core” della rete internet?
Proveremo a schematizzare il discorso approfittando (tra l’altro) di uno studio indipendente condotto dalla ATLAS Internet Observatory che, dopo aver analizzato su larga scala l'andamento degli ultimi due anni di traffico internet, ne sottolinea alcune logiche nel suo 2009 Annual Report. Il nostro ragionamento è dunque un tentativo di schematizzare, con un alto grado di astrazione, ciò che sta dietro la presa dei fili o dei canali wireless a cui siamo perpetuamente connessi, ed esplora in una ottica sistemica il senso di questi ultimi cambiamenti. [...]
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Emigrazione: teorie e pratiche del contatto interculturale


Come assorbire le collisioni secondo lo psicologo sociale Fathali M. Moghaddam

Ultimamente, ragionando sulla comunicazione ubiqua e globale abbiamo intersecato osservazioni e riflessioni che toccano molteplici aspetti, tra cui i fenomeni di emigrazione. Il fatto non stupisce visto che la ricchezza e la difficoltà delle analisi nel campo derivano dalla reciproca influenza dei movimenti di informazione, capitale, persone e merci .
Molta parte del mondo vive nella incerta stabilizzazione (in termini di consistenza, velocità e qualità rigenerative) di questi flussi e ciò apre a nuove forme di esistenza e (dunque) di percezione. La nuova condizione raccoglie, amplifica e, per molti versi, modifica e sviluppa il tipo di esperienze a cui la cultura delle società industrializzate ci ha iniziati più di un secolo e mezzo fa.   Ricordavamo così come spesso accade di essere nella necessità di richiamare nuovi termini per definire il senso della nostra attuale posizione, come fa, insieme ad altri, il sociologo e giornalista Joshua Meyrowitz a proposito del luogo “Così, anche se la maggior parte delle interazioni più intense continuano ad accadere in ambienti fisici specifici, esse sono ora spesso percepite come avvenissero in una arena sociale più ampia. Locale e globale co-esistono nella glocalità” (2004, p. 3). L’effetto è molto evidente nel caso delle migrazioni, con i media che permettono di rinsaldarci alle esperienze locali connettendoci al vicinato e alle loro culture da qualunque parte del mondo risiediamo, dando vita a complesse forme di co-presenza fisiche e immaginifiche (Appadurai 1996). Si notava anche come ubiquità informativa e indifferenza al luogo, funzionali alle migrazioni, retro-agiscano poi anche sul piano riflessivo dei diritti e del senso di stare e appartenere al mondo. “Diciamo che il telefono portatile è veicolo di un diritto a cui pochi oggi fanno riferimento: il diritto all’ubiquità, a non dover vivere per forza e sempre nel posto in cui si è nati, un luogo spesso diviso da frontiere e spaccato da ingiustizie mondiali e guerre insensate. Il diritto all’ubiquità è un coro che da varie parti del mondo si è levato come non mai negli ultimi venti anni e che ha reso obsoleti gli altri diritti: che senso ha parlare di libertà senza diritto all’ubiquità? Che senso ha parlare di uguaglianza senza il diritto a una mobilità generalizzata? Che senso ha parlare di fraternità in un mondo in cui l’accesso alle persone care è proscritto da inique leggi che impediscono alle famiglie degli emigranti di ricongiungersi?" (La Cecla 2005, p. 41).
Per quanto affascinante, stimolante o illuminante possa essere il discorso, non c’è dubbio che il fenomeno immigrativo si trova ad affrontare, in prima battuta, problemi di natura (inter)culturale che hanno una ricaduta ben più drammatica. [...]
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Apprendere al tempo del re-mix digitale


Le strategie di adeguamento secondo  uno studio finanziato dalla MacArthur Foundation

Se dovessimo indicare il dispositivo elettronico che, oltre al cellulare, è più probabile trovare addosso a una persona che vive nelle regioni del mondo tecnologizzato, non sbaglieremmo nel rispondere un piccolo dispositivo-usb. La diffusione e adozione di apparati quali le “chiavette di memoria” o i sofisticati player audio/video per mantenere e trasportare programmi/file o le amate playlist personali seguono l’incredibile sviluppo della micro-circuitistica e l’affermazione dello standard di interfaccia usb. Il sistema di presa-spina Universal Serial Bus  sembra sia riuscito a mantenere la promessa sbandierata nel suo nome e, in versione normale o mini, lo troviamo presente in quasi tutti i dispositivi elettronici che vogliono agevolare la inter-connessione digitale in una facile logica “plug ‘n play”. E così, dati e programmi utilizzati in ambiti e attività diverse, prodotti e sorgenti di progetti personali, si saldano in mobilità a tutto il resto del nostro patrimonio di intelligenza e sensibilità, interpenetrandoci all’hardware e software delle macchine computerizzate distribuite nei nostri ambienti di vita.  [...]
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L'uomo sperimentale


L'inevitabile ri-generazione dell'idea di umano

Ogni forma di delega per sua natura implica che si crei una certa distanza tra le aspettative  della volontà originante e i risultati ottenuti dal de-legato che, persona o  sistema, può peraltro contrassegnare caratteristicamente con le proprie virtù o mancanze la fase attuativa. In generale, delegare a qualcuno o a qualcosa il controllo o l'adempimento di volontà, azioni o piani rientra in un modo di pensare e di comportarsi tipico delle persone appartenenti a società complesse ed estese che, come descritto tra gli altri dal sociologo Anthony Giddens, hanno la necessità di stabilire rapporti di fiducia con un insieme innumerevole di “sistemi esperti” per poter vivere e svolgere le loro attività.  [...]
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Quando il telefono incontra le periferie del mondo 


L'adozione delle tecnologie Ict nelle società emergenti e gli impatti sociali, culturali ed economici 

Sono pochi ma abbastanza gli anni trascorsi da quando in un articolo si ragionava attorno alla possibilità di circoscrivere per il telefono un’area di studi sociali peculiare. In quest’arco di tempo su di esso si è continuato a riflettere e scrivere molto, e sono aumentati gli studiosi che, in ogni parte del mondo, si sono aggiunti al gruppo, concentrandosi sia su aspetti generali che specifici con trattati che non hanno quasi risparmiato nulla, e il quasi ci preserva da ogni ulteriore (e sicura) sorpresa. [...]
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Media e computer liquidi 


Le dimensioni dell'ubiquitous computing e la ricattura del mondo

È questo il titolo e sottotitolo di un mio  libro che raccoglie una serie di riflessioni sui modi e la pervasività con cui le nuove tecnologie digitali stanno amalgamandosi con le nostre vite contribuendo a trasformarle. Spesso sono osservazioni nate in seguito allo sviluppo o al lancio di particolari prodotti/gadget tecnologici, figlie delle meraviglie che in questi momenti accomunano specialisti e appassionati, di dibattiti e osservazioni estremamente interessanti che avrebbero meritato, per intensità e acutezza dello sguardo, una maggiore attenzione.
Nel frattempo, siamo tutti sempre più assorbiti in una fitta rete telematica che funziona come un’infrastruttura dematerializzata/deterritorializzata ma reale e vitale, con cui e su cui esperiamo e sviluppiamo le più diverse emozioni/attività, organizzandovi reti sociali su scale che, nella loro indefinitezza per la nostra crescente condizione sincronica, definiamo glocali (globali/locali).
In realtà, come è stato notato, è nella nostra natura prendere le infrastrutture come scontate, percepirle come qualcosa che “sta là”, pronta all’uso e completamente trasparente, qualcosa su cui qualcosa d’altro “gira” o “opera”, che siano i binari su cui viaggiano le carrozze o i computer che eseguono i programmi. Esse rimangono nel sottofondo, sottratte alla scena, ritirate in una strumentalità che ne scherma le intense dinamiche relazionali e le continue prove di sostenibilità a cui, come beni comuni, sono direttamente e indirettamente esposte. Da questo punto di vista le infrastrutture telematiche sono ancora più subdole godendo, proprio per la loro peculiare costituzione, plasmabilità ed espandibilità applicativa, degli effetti, per così dire, di una doppia trasparenza. [...]
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La presa sui mezzi e sui contenuti 


Il web 2.0 e lo spirito delle culture tecniche amatoriali


L’evoluzione delle attuali piattaforme ICT (Information and Communication Technology) verso un’interazione utente che abbina la facilità d’uso a crescenti potenzialità nella creazione, gestione e condivisione di contenuti riguardanti le attività più varie è comunemente indicata con il termine web 2.0.  La definizione, coniata nel tipico stile che annuncia l’aggiornamento di un software, descrive la seconda nuova ondata di tecnologie internet. A differenza delle precedenti, sviluppatesi durante la prima fase del web (1995-2005), queste esaltano maggiormente la natura dinamica, aperta, relazionale e distribuita della rete, agevolando l’inserimento negli spazi digitali di una miriade di ambienti espressivi personali e/o di gruppo che, senza soluzione di continuità tra il tempo di lavoro e di svago, si organizzano secondo le nostre logiche tipicamente sociali, oscillanti tra gli interessi specifici e  una voglia più indefinita di relazioni. [...]
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Il grammofono, il world wide web e i sistemi di iscrizione 


La storia dei media e l'ascolto del tempo
 
Nel marzo di quest’anno, nell’ambito della conferenza annuale della Association for Recorded Sound Collections, tenuta presso la Stanford University in Palo Alto, Calif.,  è stato presentata la prima registrazione audio della storia. La notizia è che, a differenza di quello che si è sempre saputo, i 10 secondi di canto risalgono al 9 aprile 1860 e sono stati "registrati" non da Thomas Alva Edison, passato alla storia come primo ideatore del fonografo, ma dal tipografo francese Eduard-Leon Scott de Martinville. Il francese avrebbe dunque anticipato di ben 17 anni la data ufficiale dell’invenzione, e la registrazione della voce che canta il brano popolare “Au clair de la lune”, incisa su una carta annerita, si rivela il reperto fisico più antico ancora riproducibile, che precede di 28 anni la più vecchia registrazione su cilindro di cera ancora disponibile. Ad onor di cronaca va ricordato che i ricercatori statunitensi hanno ripreso i flebili segni del canto impressi su carta trasducendoli, tramite una tecnica sofisticata, su un nuovo supporto. [...]
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La nostra ossessione per la musica


Cosa il suono racconta di noi secondo Daniel J. Levitin

Tra tutte le arti la musica gode indubbiamente di un posto speciale dato che ha sempre accompagnato l’uomo, e nessuna cultura, nella storia di cui abbiamo traccia, ne ha saputo fare a meno. Come afferma Daniel J. Levitin – ricercatore americano e professore di scienze cognitive – dove gli esseri umani, per un qualche motivo, stanno insieme c’è musica: matrimoni, funerali, diplomi/lauree, marce di guerra, eventi sportivi, notti cittadine, preghiere, cene romantiche, cullata dell’infante, studio, ecc.. Soprattutto, la musica è parte della vita quotidiana sia nelle città che in campagna, e la diffusione e le modalità del suo consumo hanno raggiunto livelli inimmaginabili grazie ai riproduttori e registratori musicali dell’era elettronica che ormai ritroviamo liofilizzati  nel software e nell’hardware dei vari apparati digitali.
This Is Your Brain on Music: The Science of a Human Obsession è un libro che prova a spiegare la forza di attrazione della musica partendo proprio dal particolare amore che l’autore ha per tutte le sue forme, una passione che gli ha fatto abbracciare mestieri diversi ma originalmente convergenti, tutti fusi in una esperienza e una carriera in cui risalta la circolarità tra divertimento, conoscenza, lavoro, studio, ricerca, innovazione e voglia di comunicare.  [...]
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La voce come transito in un post-umano molto ma molto umano


Riflessioni sulla profonda connaturalità “high-tech” del nostro medium vocale al tempo degli avatar parlanti
 
Al termine della traduzione di un’opera si rimane immancabilmente contaminati dal tema affrontato, e ciò è ancora più vero quando si tratta del nostro medium ancestrale. L’uscita in Italia del libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio, funziona allora come un irresistibile invito a iniziare una serie di riflessioni, stimolati da un lavoro che si rivela unico per comprendere la voce come processo e prodotto di un corpo che vive in stretta interazione con i suoi ambienti culturali e sociali, dando corso a un fenomeno sonoro al contempo fisico e immateriale, capace di mediare la sfera interiore ed esteriore della propria realtà, per prestarsi, con la sua natura transitiva, a veicolare altre dimensioni di vita.
Solo per ricapitolare, è il ventriloquio il filo rosso di cui Connor si serve per affrontare una caratteristica così peculiare per l’essere umano. Contemplando della voce tanto la naturalità quanto i fenomeni dissociativi – si parte dagli oracoli greci per giungere alla nostra attuale condizione di uomini che vivono tra/in sistemi meccanici ed elettronici ricchi di voci disincarnate – l’opera può dispiegarci la serie di forme e dinamiche di mediazione che, alimentate e filtrate dai vari sistemi socioculturali, rendono la voce quello strumento di espressione a cui abbiamo sempre riservato sia un’accoglienza attenta e venerata che un’impressione obbligata e distratta.
Richiamando implicitamente alcuni aspetti di questo fecondo lavoro, forti delle sue innumerevoli e sofisticate osservazioni, cercheremo di sviluppare delle ulteriori riflessioni. L’argomento che vorremmo affrontare è la sfida che i nuovi media portano in termini di vissuto esperieziale  e permeabilità di realtà diverse, mettendo in relazione la forma vocale – la nostra prima potente protesi di intermediazione – con la sua attuale applicazione per dei nuovi generi di transito. Nel percorso ci aiuteremo con alcuni recenti lavori che, pur partendo da sponde diverse, sembrano convergere significativamente nell’analisi. La prima parte si caratterizza in termini maggiormente funzionalistici, mentre la seconda affronta l’argomento da un’angolatura più strutturalmente simbolica.   [...]
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Iphone: logica ed estetica del telefono multimediale


di Luciano Petullà

Indice:

Premessa
Logica dell’iPhone
La convergenza
La multimedialità telefonica
Telefono e personal media
Convergenza e modelli di business
La convergenza e i suoi attori
Il dispositivo iPhone

Estetica dell’iphone
Estetica come esperienza
L’iPhone e l’estetizzazione delle informazioni
L’iPhone e l’estetica della network society

Riferimenti bibliografici

Premessa
La Apple, nota azienda americana produttrice di computer e dispositivi informatici personali, tra cui il famoso lettore mp3 iPod, è entrata nel settore della telefonia mobile con un videofonino che è stato presentato e accolto in tutto il mondo con una notevole enfasi. In questo scritto prenderemo l’iPhone come case study aggiornato per riattualizzare alcuni dei percorsi da noi utilizzati nell’analisi degli attuali dispositivi della videocomunicazione mobile. Il fenomeno iPhone si presta particolarmente bene in quanto il suo successo può essere interpretato solo alla luce di un contesto che deve integrare la logica del suo sviluppo tecnico agli aspetti estetici e quindi inevitabilmente esperieziali, giustificando così un pieno approccio sociologico e culturale allo studio dei media. [...]
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