Il telegrafo di Ottone

I giornali nella tempesta digitale

In una deliziosa intervista sul futuro dei giornali di fronte all’incalzare travolgente del mondo online e all’accesso open alle informazioni il giornalista Piero Ottone ci offre alcune  interessanti riflessioni dall’alto di una esperienza ultra decennale.

Il suo invito è quello di guardare avanti e, allo stesso tempo, indietro. Più precisamente, al 1850.
In quel periodo il telegrafo mise così tanto in allarme l’universo giornalistico, prefigurando gli stessi scenari apocalittici attuali, che ci possiamo permettere di chiamare il freschissimo iPad della Apple — il nuovo e atteso tablet, simbolo della tendenza ad acquisire, distribuire o leggere libri e quotidiani in formato digitale su ogni genere di apparati dotati di schermo video — il “telegrafo prêt à porter” (2010).
A parte un’inesattezza — il telegrafo in quel periodo era con e non senza fili, cosa per cui dovremo attendere la fine del secolo grazie alla sua estensione sulle onde radio “marconiane” — il  parallelo è pregevole perché ha la capacità di trattare la tecnologia senza particolari paraocchi, riannodandola a tutti i processi con cui (da tempo) sa incardinarci.

Il telegrafo non fu la fine del giornalismo ma anzi l’inizio dell’informazione e del giornalismo moderno veicolati su carta e su media elettrici così come li conosciamo. Il problema dunque è comprendere cosa la nuova combinazione tra medium e competenze/contenuti ci prospetta, ben convinti del fatto che ogni elemento non possa fare a meno dell’altro per produrre del “buon giornalismo”.

La questione centrale per elaborare delle efficaci strategie riguardo ai nuovi business model in grado di valorizzare l’accesso open alle piattaforme elettroniche di informazione dovrebbe essere quella di (ri)collegarla al concetto di “buon giornalismo”. Tuttavia, data la brevità, l’articolo ci lascia un po’ prima della soglia di un’analisi che dovrebbe affrontare nel “cuore” la funzione dell’informazione e del suo rapporto con la società, la politica e l’economia, sia rispetto a come si sono costituite e assestate, sia (sopratutto) per come le vorremmo nelle comunità in cui ora viviamo.

Sul problema e la crisi dei modelli tradizionali del giornalismo si stanno arrovellando fiumi di esperti in tutto il mondo, ma le soluzioni stentano ad arrivare. Lo spettro di interessi in cui ci si muove è ampio: da un lato comprende chi si lancia nel mondo dell’informazione con la libertà di sfruttare tutte le possibilità che le tecnologie e le competenze stanno mettendo in campo, liberi dai fardelli di chi, nell’altro estremo del lato, stenta a smarcarsi da impostazioni e apparati più tradizionali e paludati.

L’impressione è che, come in ogni passaggio che segna un cambio di paradigma, la chiave sia nell’impegno a trovare e impostare un buon equilibrio tra attività private (professionali e amatoriali) e bene comune. In ultimo, dovrebbe essere questa l’idea guida per poter immaginare modelli di funzionamento e forme economiche miste (private-pubbliche) accettabili e vincenti per dei prodotti editoriali “particolari”, che operano cioè trasversalmente rispetto a interessi di natura eterogenea e vitali per le società, ancora di più per quelle del XXI secolo, che hanno (o dovrebbero avere) inevitabilmente nell’informazione mediata una forma maggiore di “collante”.

Cenni sulle fondamenta del giornalismo
In questo contesto, più modestamente, sono due gli aspetti su cui ci sentiamo stimolati a intervenire, e vorremmo farlo richiamando in prima battuta alcuni testimoni dell’epoca per evidenziare l’affinità tra i diversi periodi storici così fuggevolmente sottintesa da Piero Ottone.

Il primo tema riguarda la fiducia nel mestiere del giornalismo. Essa è un corollario della credenza della sua funzione sociale, così riassunta recentemente dallo studioso Carlo Sorrentino:

L’accentuazione dei caratteri di anormalità dei fatti raccontati dai media giornalistici rischia di far perdere quello che dovrebbe essere il compito principale della funzione giornalistica: attribuire un senso, una direzione, un percorso all’esigenza di condivisione degli individui, al loro bisogno di entrare in relazione, di costruire appartenenze […], di narrazione della quotidianità (2004).

Ottone dunque si attesta su una linea in cui trova parecchi compagni.
Proveremo allora a scandagliare il senso di questa fiducia con uno dei primi acuti studiosi della stampa moderna, il sociologo e cronista americano Robert E. Park.

Nel 1925 Park sente il bisogno di scrivere un breve ma vivido resoconto che ha l’eloquente titolo di La storia naturale del giornale.
Il suo intento è sottolineare sia l’indispensabilità che la necessaria declinazione della “forma” giornale in relazione al tempo in cui opera.

L’orizzonte in cui viveva Park era quello della grande e caotica città americana, una realtà che si popola costantemente di persone e culture diverse, in cui fervono iniziative di ogni genere e in cui si organizza una stampa rigogliosa e creativa — e in ciò possiamo vedere un parallelo con la dilatazione delle attività e degli scenari di vita relativamente ai “nuovi territori” che la tecnologia digitale sta popolando.

Park è attento al giornalismo e alle sue forme organizzative, ai modi della diffusione e ai limiti in cui la tecnologia, i metodi di raccolta e stampa, gli usi e la disponibilità di tempo di lettura si correlano e ne condizionano lo sviluppo. Ma, soprattutto, sa che deve essere attento al suo contesto culturale e sociale, una condizione che lo rende fenomeno complesso.

Nella sua forma attuale la stampa non è il prodotto consapevole di un piccolo gruppo di persone, come talvolta i moralisti sembrano ritenere, al contrario, esso è il risultato di un processo storico a cui hanno partecipato molti individui, senza prevedere quale sarebbe stato il prodotto finale delle loro fatiche […]. Nonostante tutti gli sforzi di singoli individui e di generazioni per controllarlo e per forgiarlo secondo i loro desideri, ha continuato a svilupparsi e a modificarsi per vie imprevedibili.

L’incontro con gli imperativi e la logica capitalistica e industriale delle società di massa è parte delle vie del suo radicamento.

Lo sviluppo delle grandi città ha aumentato enormemente il numero dei lettori. La lettura, che in campagna era un lusso, in città è diventata una necessità. Nell’ambiente urbano saper leggere è quasi altrettanto necessario quanto saper parlare, e questo è uno dei motivi per cui sono molti i giornali in lingua straniera.

Gli immigrati, e in genere i barbari dei “nuovi territori”, saranno coloro che più di tutti irrobustiranno le fila dei lettori, dettando le vie per elaborare linguaggi diversi.

L’immigrato, che si è forse abituato al quotidiano leggendo i giornali in lingua straniera, è stato in seguito attratto da quelli americani. Essi costituiscono per lui una finestra aperta sul mondo più vasto al di là della ristretta cerchia della comunità di immigrati in cui è costretto a vivere […]. Nei loro sforzi di rendere il giornale accessibile al lettore meno istruito e di trovare tra le notizie del giorno argomenti che possono eccitare anche l’intelligenza più rozza, i redattori hanno fatto un’importante scoperta, hanno cioè constatato che la differenza tra gli intellettuali e gli ignoranti, un tempo ritenuta così profonda, è soprattutto una differenza di vocabolario. In breve, se la stampa riesce a rendersi comprensibile all’uomo comune, a maggior ragione riuscirà a farsi comprendere anche dall’intellettuale. Questo ha influenzato profondamente la natura degli attuali giornali.

Per capire cosa sia un giornale, afferma Park, dovremmo mettere insieme i tanti punti di vista personali e le tante verità parziali: tribuna del popolo, quarto stato, Palladio delle nostre libertà civili, grande sofista e, in quanto impresa commerciale, mercato della verità, spazio da vendere ai pubblicitari, e così via. E non dimentichiamo che i giornali sono anche i degni eredi dei fogli che, fin dai secoli XVII e XVIII, si sono costituiti come “strumenti per organizzare il pettegolezzo”.

Egli ricorda il consiglio, tuttora valido riaggiornandone i termini (lo sviluppo del giornalismo attivo locale è, tra l’altro, una delle speranze del giornalismo online), che uno dei più grandi direttori di giornali dell’Ottocento diede a un amico che si accingeva a far uscire un quotidiano in provincia:

Parta con l’idea ben chiara che l’argomento di maggiore interesse per l’uomo medio è se stesso; dopo di che egli si interessa soprattutto ai suoi vicini; l’Asia e le isole Tonga vengono molto dopo. Mi sembra che molti giornali di provincia dimentichino queste verità fondamentali. Se in ogni villaggio o cittadina della Sua provincia si procurerà al più presto un corrispondente coscienzioso e molto sveglio — un giovane avvocato, un medico, un commesso di negozio o un impiegato postale — che La informi prontamente di qualsiasi cosa di una certa importanza accada nei dintorni, e se riempirà almeno metà di notizie del giornale con notizie di interesse locale raccolte in questa maniera, nessuno potrà farne a meno per molto tempo. Faccia in modo che non si crei una nuova chiesa o non si uniscano altri membri a una già esistente, non venga venduta una fattoria, o non si costruisca una casa, o non entri in funzione un mulino, o non si apra un negozio, o non accada qualcosa che possa interessare almeno una dozzina di famiglie, senza che il fatto sia debitamente, anche se brevemente, riferito sulle colonne del Suo giornale. Se un agricoltore abbatte un grosso albero, o raccoglie una barbabietola di proporzioni insolite, o fa un abbondante raccolto di frumento o granoturco, esponga il fatto nel modo più conciso e senza esagerazioni.

Riportare tutto ciò che accade attorno non è però un compito agevole quando il luogo di vita diventa anche parte di un contesto molto più ampio, come ad esempio una città, perché allo smalto informativo si aggiungono tecniche espressive che hanno lo scopo di “tipizzare” descrittivamente una realtà di accadimenti virtualmente infiniti.

Tuttavia è possibile selezionare certi avvenimenti particolarmente pittoreschi o romantici e trattarli in modo simbolico per il loro interesse umano piuttosto che per il loro significato individuale e privato. In tal modo le notizie cessano di essere interamente personali e assumono la forma dell’arte; cessano di essere la registrazione di azioni compiute da individui, uomini e donne, e diventano un resoconto impersonale dei costumi di vita.

Il lavoro è di ricondensare, anche se selettivamente (che è la croce e delizia del giornalismo), la città in un villaggio.

Dobbiamo in qualche modo imparare a conoscere la nostra comunità e i suoi affari così profondamente come li conoscevamo nei villaggi di campagna. Il giornale deve continuare a essere il diario stampato della nostra comunità. I matrimoni e i divorzi, il delitto e la politica devono continuare a costituire la parte principale delle nostre notizie. Le notizie locali sono l’essenza della nostra democrazia.

È  questo un compito enorme per un giornale, e, come noterà causticamente Walter Lippmann, il grande studioso dell’opinione pubblica, lascerà costantemente l’amaro in bocca a chi si aspetta da tali strumenti un effetto miracolistico sulla formazione di un’opinione competente che possa poi essere in grado di controllare o indirizzare le azioni pubbliche.

In ogni caso, tenersi aggiornati sugli affari e accadimenti del nostro “nuovo villaggio” — con tutti i limiti dei giornali, vedi il sensazionalismo strillato o i resoconti romanzati — continua a rimanere una necessità che si rivela inappagabile di fronte allo scarto tra il documentato e il documentabile. D’altronde, potremmo rovesciare anche l’ottica e sottolineare, come fa Park, i nostri perenni limiti riguardo allo svolgersi della vita.

La vera ragione per cui gli ordinari resoconti sui giornali appaiono così sensazionali è che conosciamo tanto poco la vita umana che non riusciamo a interpretare gli eventi della vita quando li leggiamo. Si può dire che, se qualcosa ci colpisce, è perché non riusciamo a comprenderla.

In definitiva, alla pari di altre forme mediali, il giornale risponde alla nostra curiosità e, allo stesso tempo, in qualche modo circoscrive e rinormalizza il nostro incolmabile disagio conoscitivo.

Il giornalismo svolge proprio una funzione di costruzione di nuove tipizzazioni, che permettono all’individuo, anche laddove l’incessante flusso del cambiamento proprio della modernizzazione rende obsoleti gli strumenti cognitivi della tradizione, di mantenere un senso di appartenenza, di sentirsi di nuovo a casa (Sorrentino 2004).

Cenni sull’elettrificazione del giornalismo
L’altro aspetto che ci piace trattare riguarda invece proprio i cambiamenti che l’irruzione di  tecnologie completamente nuove mettono improvvisamente in moto. In questo caso è illuminante, come tempo fa ha suggerito Carolyn Marvin, parlare di quando le “vecchie tecnologie erano nuove” e ricordare gli effetti dirompenti che il telegrafo ebbe nel mondo del giornalismo.

È  nota l’importanza che il telegrafo ha avuto nella storia della comunicazione. Per la prima volta esso realizza la separazione dell’informazione da un vettore in movimento, svincolandola dal suo trasporto tramite persone o altri mezzi di natura animale o meccanica. Il telegrafo e la sua rete ottiengono per la prima volta nella storia umana la comunicazione istantanea, e l’annichilimento dello spazio e del tempo è una possibilità particolarmente apprezzata in un paese immenso come gli Stati Uniti.

Già nel 1838, nel provare a convincere il Congresso a sussidiare i suoi lavori, Samuel Morse anticipò i concetti del “villaggio globale” diventati famosi nel XX secolo. Non passerà molto, egli scrisse

dal momento in cui l’intera superficie sarà canalizzata per far posto a quei nervi che stanno per diffondere attraverso la terra, con la velocità del pensiero, tutta la conoscenza necessaria, rendendo effettivamente l’intero paese un vicinato (1938).

In questa affermazione troviamo tutta la misura del mix di visione morale e interessi pratici che sospingerà poi le attese e gli sviluppi (immaginari e reali) delle tecnologie elettroniche.
In realtà, il sistema telegrafico fu sovvenzionato soprattutto dalla stampa e dal commercio, e il telegrafo, con la sua capacità di trasporto immediato, li trasformò entrambi, influenzando peraltro enormemente la politica.

Il telegrafo inaugura il nuovo giornalismo e dà smalto alla nozione di news, vale a dire far conoscere ciò che vi è di nuovo.

I giornali del periodo coloniale e i primi fogli di taglio nazionale, normalmente a singola o doppia uscita settimanale, stampavano le notizie come arrivavano attraverso la posta o per passaparola. La ricerca attiva delle notizie era un fatto molto raro. I reporter e i corrispondenti della moderna stampa erano sconosciuti. Le notizie nazionali ed estere erano ottenute per la maggior parte attraverso “scambi” nell’ambito della stessa stampa. La gran parte delle notizie consisteva di resoconti riguardanti i fatti dell’Inghilterra e gli eventi europei da essa influenzati. Ma le notizie provenienti dalle capitali europee impiegavano dalle due alle sei settimane per raggiungere Londra, e da quattro a otto settimane per arrivare negli Stati Uniti. Così, l’idea originale di news, vale a dire riportare ciò che è “nuovo”, si era trasformata all’interno dei giornali coloniali, e l’enfasi sulla temporalità ridotta alla semplice preoccupazione di tenere la registrazione storica degli eventi via via che accadevano (Czitrom, 1982).

L’elemento temporale dà nuova linfa alla vecchia nozione che la notizia più importante è quella che il pubblico cerca. Fin dagli anni Trenta dell’Ottocento la stampa tradizionale fu investita da enormi cambiamenti, a iniziare dall’uscita di giornali a costi estremamente contenuti, propriamente indirizzata alla conquista della massa dei lettori con i cosiddetti penny paper, che dimostrarono di saper attrarre il pubblico.

Per raggiungere questo scopo le notizie non avevano più l’esigenza di essere rispettabili, o anche di un certo valore. Le notizie locali e sensazionali, in special modo quelle relative al crimine e ad argomenti di sesso, aprirono il varco alle cosiddette storie di interesse umano. Con la loro grande circolazione e gli enormi ricavi della pubblicità i giornali da un penny poterono investire somme elevate per procurarsi le notizie in tutto il paese in maniera veloce. Inevitabilmente, l’avanzata delle news scalzò nell’importanza i commenti editoriali e politici così da divenire le componenti chiave dei giornali.

Per la penny press era dunque normale investire enormi denari in tutte le ultimissime forme di trasporto e di comunicazione. Ad ogni modo, più di tutte, fu il telegrafo ad aver reso possibile questa rapida trasformazione perché seppe “regolarizzare” — potremmo dire “industrializzare” — la raccolta di informazioni su larga scala in modalità cooperative.

Due dei principali proprietari dei penny paper giocarono un ruolo prominente nello sviluppo iniziale del telegrafo. William Swain, proprietario del «Philadelphia Public Ledger», investì pesantemente nella Magnetic Telegraph Company, la prima corporation commerciale del telegrafo. Egli fu uno dei suoi primi direttori, diventandone successivamente presidente (1850). James G. Bennett del «New York Herald» divenne il patrocinatore più generoso del telegrafo, spendendo decine di migliaia di dollari in dispacci telegrafici. Fu lui a vantarsi del fatto che, agli inizi del 1848, il suo «Herald» conteneva 79.000 parole provenienti dal telegrafo, pagate 12.381 dollari (Czitrom 1982).

Bennett stesso scrisse ampiamente sull’argomento del telegrafo, prevedendo che tutti i giornali avrebbero dovuto alla fine pubblicare contando sul telegrafo, pena l’uscita dal settore. Il giornalismo era destinato a divenire più influente che mai:

l’attenzione del pubblico sarà stimolata più frequentemente dalla veloce circolazione delle notizie. La comunicazione rapida dell’onda dei grandi eventi richiamerà nelle masse della comunità un interesse ancora più acuto per gli affari pubblici […]. L’intera nazione è sottoposta alle stesse idee nel medesimo istante. Un sentimento e un impulso sono così creati e mantenuti dal centro della terra verso le sue più lontane estremità (1855).

Il telegrafo rese possibile (e in realtà richiese) la raccolta delle news in modalità cooperativa e sistematica da parte della stampa nazionale, che divenne il miglior cliente delle società telegrafiche. In realtà ci vollero parecchi anni per stabilire un rapporto corretto tra i diversi attori affinché ognuno si concentrasse nei rispettivi business, cosa che avvenne con la stabilizzazione del ruolo delle agenzie di stampa, anche se il livello degli investimenti necessari per organizzare e mantenere una grande rete e le commistioni tra i diversi poteri favorirono la concentrazione e l’affermazione di determinate agenzie (vedi Associated Press).

Ovviamente, la stampa del XIX secolo fu rifondata anche attraverso altri sviluppi tecnologici: le presse a vapore nel 1830 e i successivi impianti rotativi degli anni Novanta permisero un processo di stampa più veloce aumentandone la capacità diffusiva. Le linotype sviluppate negli anni Ottanta introdussero la composizione automatica; l’incisione fotografica, iniziata con i mezzi toni nel 1877, giocò un ruolo importante nel giornalismo illustrato e nella corsa al sensazionalismo degli anni 1880-1890.

Ma, dal momento che l’invenzione e la diffusione del telegrafo fornivano il catalizzatore e i mezzi chiave per una raccolta regolare e cooperante delle notizie, fu il sistema telegrafico a rivelarsi il puntello tecnologico della stampa moderna. In effetti, esso trasformò il giornale da diario personale e organo di partito in (fondamentalmente) diffusore di notizie. D’altro canto,

il telegrafo fu importante non solo per la raccolta su larga scala delle notizie e per la concezione moderna di news, ma anche per la standardizzazione, forse la più importante caratteristica del giornalismo moderno. Simon N. D. North, nel suo rapporto censuario del 1884 sulla storia e l’attuale stato della stampa americana, concludeva: “l’influenza del telegrafo sul giornalismo degli Stati Uniti è stato l’effetto di equiparazione. Esso ha posto il giornale provinciale sullo stesso piano del giornale metropolitano in seguito alla pronta trasmissione delle news — la prima e da sempre più importante funzione, quando vi è un’attenzione della sfera pubblica, del giornalismo (Czitrom 1982).

Il telegrafo non fu solo oggetto di plauso ma, possiamo dire, anche il bersaglio di quel genere di critiche che investiranno, di volta in volta, i successivi mass-media. Nello specifico, fu accusato di essere il portatore dei cambiamenti negativi che affliggevano il settore della stampa così come la fonte delle sue varie patologie.

Lo «Spectator» di Londra si mostrò dubbioso sugli effetti dell’elettricità nella sfera intellettuale. Il risultato principale era la diffusione pervasiva delle notizie,

la registrazione di ogni evento, specialmente di ogni crimine, in ogni luogo senza un intervallo di tempo percepibile — il mondo è, in termini di informazione, ridotto a un villaggio. […Tuttavia, era questa una cosa desiderabile?…] Tutti gli uomini sono costretti a pensare a tutto, nello stesso momento, con informazioni imperfette, e con un intervallo troppo piccolo per riflettere […]. La diffusione costante di asserzioni in forma frammentata, il continuo eccitamento di un sentimento ingiustificato dai fatti, la costante formazione di opinioni frettolose ed errate, è un insieme che alla fine, si potrebbe pensare, deteriorerà l’intelligenza di tutto ciò a cui il telegrafo fa appello […]. Questo eccitamento innaturale, questa dissipazione perpetua della mente” […era la vera eredità del telegrafo elettrico…] (1888).

Dall’altra parte dell’Atlantico, il critico americano della stampa W. J. Stillman accusava il telegrafo di

aver fatto fuori il frutto principale della cultura nell’ambito del giornalismo […]. Gli Stati Uniti infatti lo hanno trasformato da quello che nel passato era, l’espressione ricorrente del pensiero dell’epoca, l’opportuna registrazione delle domande e delle risposte della vita contemporanea, in un agenzia per la raccolta, la concentrazione e l’assimilazione delle trivialità dell’intera esistenza umana. Siamo campioni di questo inseguimento di accidenti giornalieri, così come della conseguente trascuratezza e omissione di ciò che è permanente e dunque vitale nella sua importanza per la reputazione intellettuale (1891).

Come afferma lo storico americano Daniel Czitrom, è il vecchio stile del giornalismo personale a scomparire. Il trionfo del reporter sull’editorialista voleva dire l’ascesa delle notizie rispetto alle opinioni, mentre il ruolo della stampa nella formazione popolare cresceva drasticamente. Il passaggio, come si evince dai resoconti del giornalista e scrittore Conde B. Pallen, è traumatico (1866).

In politica, in letteratura, nella religione il giornale è accettato come guida infallibile [… e il risultato poteva essere solo…] il traviamento dell’intelletto”. Il giornalismo popolare […creava un’atmosfera nuova e avvelenata che era…] giornalmente inalata nei polmoni della società. […Il moderno giornale, basato su un enorme sistema di acquisizione delle notizie attraverso il telegrafo, produceva decadenza…] La sua impertinenza e trivialità stanno indebolendo la mente che attraverso di esso si alimenta, deteriorando il suo potere di pensare e applicarsi in maniera continua. Esso abbassa il livello dei gusti. Ancora una volta, rappresenta una visione distorta della società. Gli orribili accidenti del mondo sono diffusi davanti al lettore, giorno per giorno. Egli è trattenuto con gli inganni, i vizi e i crimini della terra. Il suo giornale lo immerge in ogni sorta di cose insolite. Tali letture, per non diventare delle sofferenze, finiranno per indurirgli il cuore e fargli mettere da parte la sua coscienza.

Rispetto a una prima fase in cui troviamo molti osservatori pronti a investirvi una grande speranza, furono molti gli intellettuali che identificheranno poi il telegrafo e i moderni giornali come causa del passo frenetico della vita industriale del XIX secolo, mancando di problematizzare come la nuova comunicazione fosse figlia di una nuova società e dunque forma di un nuovo genere di cultura.

 

Bibliografia

Bennett, G, 1855, in Pray, I. C, Memoirs of James G. Bennett and His Times, New York, Stringer and Townsend.

Czitrom, D. J., 1982, Media and America Mind. From Morse to McLuhan, Chapel Hill, University of North Carolina Press.

Morse, S., 1838, Samuel F. B. Morse to House Committee on Commerce, 15 February, in U.S. House, Committee on Commerce, «Electro-Magnetic Telegraph», 25th Cong., 2d sess.

Ottone, P., 2010, Un telegrafo prêt à porter, «Il Sole 24 Ore», 28/10, p. 29.

Pallen, C. B., 1866, Newspaperism, «Lippincott’s», 38, November.

Park, R. E., 1925, “La storia naturale del giornale”, in Rauty, R., a cura, 1995, Società e metropoli. La scuola sociologica di Chicago, Roma, Donzelli.

Sorrentino, C., 2004, Il giornalismo. Che cos’è e come funziona, Roma, Carocci.

Stillman, W. J., 1891, Journalism and Literature, «Atlantic Monthly», 68, November.

The Intellectual Effects of Electricity, «The Spectator», 63, 9 November 1888.