luciano petullà

systems and dimensions of new communication

Limiti, imprese e responsabilità dei software culturali Una recente campagna pubblicitaria promossa dalle Nazioni Unite — creata per attirare l’attenzione sulla prevalenza nel mondo delle opinioni sessiste e discriminatorie riguardo al genere femminile — è stata ideata sulle funzioni di ricerca di Google. Più precisamente, essa ha sfruttato il motore introducendo un accenno di parole del tipo “women should …” per mostrare poi i suggerimenti offerti  dalla funzione predittiva per ultimare i termini della ricerca. L’algoritmo, che dovrebbe tenere conto sia delle ricerche più frequenti fatte dall’utenza sia delle combinazioni testuali riconosciute in quell’oceano di contenuti raccolti sulla rete, ha così portato alla superficie quanto di stereotipato sul tema possa circolare. Nelle immagini della campagna le risposte diventano allora una sorta di bavaglio che silenzia la vera voce e personalità delle donne. Il successo della iniziativa (credits: Memac Ogilvy & Mather Dubai) nel rivelare i pregiudizi in maniera così incisiva e stridentemente attuale, in considerazione della nostra condizione post-moderna che si suppone così potentemente supportata in termini di tecnologie del pensiero, si può misurare con il dibattito aperto su twitter seguendo l’hashtag: #womenshould, ma anche dalle successive imitazioni, come quella sul razzismo con l’iniziativa australiana Racism. It Stops With Me. Sull’importanza…

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Su crisi settoriali e insidie del diritto Nonostante la consapevolezza di avere sempre da guadagnare nel ragionare anche in termini prospettici – di conoscere le cose e vederle as a big picture –, spesso soffriamo la mancanza o la non facile reperibilità di analisi appropriate. Assorbiti dagli impegni, fiaccati nelle forze o distratti dall’iper-attivismo di una contro-informazione interessata, rimaniamo  alla mercé delle correnti mainstream, ancorati a idee molto parziali e deboli per supportare/contestare azioni e decisioni che confinano la nostra agibilità mediale. In realtà, soprattutto con il decollo e adozione di internet nella vita delle singole persone, siamo continuamente sollecitati da parte dei vari policy-maker – a loro volta smossi direttamente o indirettamente dalle azioni o lagnanze settoriali – a prendere posizione su argomenti quali la pirateria dei contenuti mediali e il contrasto a pratiche che distruggono valore e lavoro nelle industrie culturali e di telecomunicazione. Nonostante abbia scelto da tempo una forma lunga dei contributi per il mio simil-blog, avrei un compito comunque difficile nel raccogliere e discorrere l’insieme delle problematiche che,  per avere un’idea equilibrata della questione, dovrei richiamare: lo spettro tematico parte normalmente dall’economia, passa per il diritto e approda inevitabilmente alla democrazia. Quando ho provato a sviluppare…

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La disseminazione del video-streaming a 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan In questo anno ricorre il centenario della nascita di Marshall McLuhan. Oltre che in convegni l’anniversario è stato ampiamente ricordato nella stampa quotidiana, particolarmente agevolata nel redigere articoli impreziositi dai famosi aforismi con cui il geniale studioso ha saputo preconizzare gli effetti che i media elettronici stavano apportando alle nostre vite. Come si evince dagli innumerevoli tributi e dalla trasversalità culturale delle fonti, dovremmo dare per chiusa la lunga stagione dei distinguo sulla sua figura e centralità nell’ambito delle scienze della comunicazione, di cui, in verità, è stato il primo (in)discusso ispiratore. L’epoca di McLuhan fu indubbiamente caratterizzata dall’avvento tele-visivo: la diffusione della tv e della comunicazione video rappresentò un evidente spartiacque per ragionare in termini di nuove forme culturali e di una differente civilizzazione rispetto al mondo simbolico organizzato attraverso le pur sofisticate tecniche espressive/informative della tipografia. La potenza e pulsione dei flussi audiovisivi irradiati quotidianamente da antenne, cavi locali e transnazionali e la rapida diffusione degli schermi video nelle case scardinavano i precedenti dispositivi (statici e lineari) della registrazione/trasmissione di simboli e immagini innovando, ma anche riorganizzando, i modi di esperire emozioni, informazione, politica, divertimento, conoscenza….

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Paolo Peverini indaga la “forma breve” dell’arte di raccontare una canzone tramite le immagini: uno studio analitico e articolato pubblicato da Meltemi Nonostante i videoclip si presentino come una forma estrema di espressione filmica, a uno sguardo più attento essi si rivelano come l’occasione per riflettere su diversi aspetti della creazione e fruizione dei prodotti audiovisivi. In effetti, la prima necessità di soddisfare la curiosità circa il grande appeal che queste forme di promozione musicale suscitano, non solo ma soprattutto nel mondo giovanile, lascia presto il posto a considerazioni che coinvolgono le problematiche e i meccanismi più generali del costruire e narrare una storia o degli episodi meno articolati attraverso delle immagini in movimento. Questa (relativamente) nuova forma di testualità audiovisiva e le sue specificità mediatiche sono analizzate in lungo e in largo, con l’ausilio della semiotica, della musicologia, della sociologia dei consumi e della critica cinematografica, nel bel libro di Paolo Peverini: Il videoclip. Strategie e figure di una forma breve (Meltemi editore, pp. 188). Il saggio è sicuramente da lodare per la paziente e complessa opera con cui si è cercato di sistematizzare teoricamente un fenomeno che è, per sua natura, frammentato in stili e pratiche che sarebbe…

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